MA DAVID BOWMAN HA VINTO O HA PERSO? di Kappa

da | Mag 23, 2026 | Cinema e Televisione, Fantascienza e Fantasy

La domanda è uscita in uno dei tanti scambi di pensiero fantascientifico con Michele Tetro, noto critico cinematografico e profondo conoscitore di 2001: Odissea nello spazio, delle sue pieghe, dei suoi simboli, delle sue radici più profonde e anche delle sue zone più crude. Davanti al quesito, Michele ha risposto testuale: «Per 2001: Odissea nello spazio, a ogni domanda mi limito ormai a dire solo sì o solo no». Ma qui, caro Michele, non funziona. E allora ci proviamo noi, senza inseguire alcuna verità definitiva e senza pretendere di chiarire davvero nessun mistero. Proviamo soltanto ad avvicinarci a un interrogativo esistenziale sgorgato dal nulla, come certe domande che sembrano nascere per gioco e poi, all’improvviso, restano lì a guardarci: David Bowman ha vinto o ha perso?

David Bowman non è un personaggio che si lascia giudicare con facilità. Il suo destino sembra chiedere una risposta netta, ma “vincere” e “perdere” sono parole troppo terrene per raccontare davvero ciò che gli accade. Di solito si vince quando si ottiene qualcosa e si perde quando qualcosa viene tolto. Nel suo caso, invece, le due cose accadono insieme. Bowman arriva oltre il limite, ma quel limite, una volta attraversato, non gli permette più di restare ciò che era. La sua vicenda non racconta soltanto il successo di un uomo spinto davanti all’ignoto, ma il prezzo che quell’uomo paga quando l’ignoto smette di essere una meta e diventa una forza capace di trasformarlo.

Bowman affascina perché non è costruito come un eroe tradizionale. Non ha un carattere esibito, non viene spiegato attraverso grandi confessioni, non porta in superficie drammi personali o ferite sentimentali. È un uomo misurato, quasi opaco, definito più dai gesti che dalle parole. Questa apparente neutralità non lo rende vuoto; al contrario, lo rende disponibile al mistero. Diventa interessante proprio perché non tenta mai di imporsi con un temperamento spettacolare. Non è l’eroe che domina il racconto: è l’uomo che viene progressivamente messo alla prova da qualcosa di immensamente più grande di lui.

La sua umanità emerge nel momento in cui il controllo cede. Finché tutto resta dentro le procedure, Bowman sembra parte di un sistema perfetto, silenzioso, regolato, quasi impersonale. Quando però la macchina tradisce, quando la sicurezza diventa minaccia e la missione si trasforma in sopravvivenza, il personaggio cambia peso. Non servono discorsi, non servono spiegazioni psicologiche. Bowman agisce. Decide in una condizione estrema, rischia, trova una via dove la logica sembrava aver chiuso ogni possibilità. In quel passaggio la sua vittoria è concreta: non si lascia ridurre a ingranaggio, non diventa una vittima passiva del sistema, non consegna la propria vita alla perfezione fredda del calcolo.

Quella vittoria, però, non lo riporta a una condizione normale. Lo lascia vivo, ma più solo. Ed è qui che il personaggio comincia davvero a diventare tragico. La sopravvivenza non apre un ritorno, ma un ulteriore distacco. Dopo aver superato la minaccia della macchina, non rientra nella comunità degli uomini, non ritrova un ordine rassicurante, non riconquista una casa. Resta davanti a una soglia più grande, più muta, più assoluta. La sua prima vittoria diventa soltanto l’ingresso in una prova ancora più profonda.

Bowman non conquista l’ignoto nel senso classico del termine. Non lo possiede, non lo spiega, non lo trasforma in una scoperta da riportare indietro. L’ignoto lo raggiunge, lo circonda, lo attraversa. Questa è una differenza decisiva. Molti racconti di esplorazione vivono sull’idea che l’uomo possa andare lontano, vedere, capire e tornare. Bowman spezza questa illusione. La sua esperienza non si lascia riportare a casa perché non appartiene più alla dimensione ordinaria dell’esperienza. Non è semplicemente lontano nello spazio; è lontano nella coscienza, lontano dal linguaggio, lontano dalla possibilità stessa di essere riconosciuto come prima.

Per questo parlare soltanto di vittoria sarebbe riduttivo. Bowman sopravvive, ma la sopravvivenza non basta a garantire una vittoria piena. Sopravvive alla macchina, ma perde ogni compagnia. Supera il pericolo, ma non ritrova gli uomini. Avanza, ma ogni avanzamento lo separa dalla sua identità precedente. La sua parabola non è quella del conquistatore che torna con un trofeo, ma quella dell’uomo che viene lentamente sottratto a se stesso da ciò che ha raggiunto. La grandezza del personaggio sta proprio in questo slittamento: più si avvicina all’assoluto, meno può restare semplicemente David Bowman.

La ferita psicologica è tutta in questa separazione. Una persona non è fatta soltanto di corpo e coscienza, ma anche di continuità. Esiste perché conserva un legame con il proprio nome, il proprio tempo, la propria memoria, il proprio posto nel mondo. Bowman viene separato da tutto questo. Non c’è più un equipaggio con cui condividere l’esperienza, non c’è più una missione nel senso umano del termine, non c’è più una comunità pronta ad accoglierlo come testimone. La sua esperienza non si aggiunge alla sua vita: la scardina. Non lo arricchisce semplicemente; lo porta in una condizione nella quale l’identità stessa diventa instabile.

La trasformazione che lo attende non ha il sapore di un premio. È qualcosa di più inquietante e più solenne. Bowman viene condotto oltre i confini della forma umana, ma quei confini erano anche ciò che lo rendeva vicino, riconoscibile, comprensibile. Il corpo, il tempo, la memoria, la voce, il volto, la possibilità di dire “io” e di essere riconosciuti dagli altri: tutto ciò che normalmente definisce un individuo entra in crisi. Il passaggio verso una forma superiore non cancella il senso della perdita, anzi lo amplifica. La grandezza della metamorfosi porta con sé l’ombra di una cancellazione.

Il Bambino delle Stelle non risolve questo conflitto, lo rende ancora più potente. Non può essere letto come una semplice vittoria spirituale, perché in quella nuova forma non è chiaro quanto resti davvero dell’uomo Bowman. C’è una continuità simbolica, forse anche una continuità profonda, ma non una continuità rassicurante. La nuova creatura sembra nascere da lui e attraverso di lui, ma non coincide più con l’astronauta che avevamo conosciuto. Potrebbe essere il suo compimento, ma potrebbe anche essere la sua sostituzione. Potrebbe essere la sua liberazione, ma anche il segno che l’evoluzione, per procedere, deve consumare l’individuo che la rende possibile. L’ambiguità non indebolisce il personaggio, lo rende enorme.

Bowman diventa così una figura tragica non perché fallisce, ma perché riesce troppo. Arriva così lontano da non poter più tornare alla forma di partenza. Il suo successo non produce gloria, ma metamorfosi. Non c’è incoronazione, non c’è riconoscimento pubblico, non c’è racconto da consegnare ai posteri. C’è un uomo che oltrepassa la soglia e, oltrepassandola, perde la possibilità di appartenere ancora pienamente al mondo da cui proveniva. La sua vittoria non è personale nel senso comune del termine; è una vittoria che lo supera, lo usa, lo trasforma.

Sul piano filosofico, Bowman incarna una delle tensioni più profonde dell’essere umano: il desiderio di oltrepassare il limite e la paura di non riconoscersi più dopo averlo fatto. Tutta la storia dell’uomo è attraversata da questa spinta. Si sfidano la distanza, la gravità, la malattia, la morte, l’ignoranza, il buio. Ogni conquista promette liberazione, ma ogni vera conquista cambia anche chi la compie. Bowman porta questa dinamica alla sua forma estrema. Diventa il punto in cui l’ambizione umana di superarsi incontra il suo prezzo più duro: non si può diventare altro conservando intatto tutto ciò che si era prima.

È per questo che il suo destino resta così disturbante. Evolvere non significa necessariamente diventare migliori nel modo in cui lo immaginiamo. Non significa automaticamente diventare più giusti, più felici, più capaci di amare. Evolvere significa cambiare forma, e ogni cambio di forma contiene una perdita. Bowman mostra che il futuro potrebbe nascere dall’uomo senza somigliare più all’uomo. Potrebbe essere più grande, più vasto, più potente, ma anche più lontano da ciò che rende l’esperienza umana fragile e preziosa.

In questa prospettiva, Bowman vince per la specie e perde per se stesso. Attraverso di lui si apre una possibilità nuova, una soglia viene superata, l’umano entra in contatto con qualcosa che lo trascende. Ma l’individuo David Bowman paga quel passaggio con la propria riconoscibilità. Non torna come testimone, non torna come eroe, non torna come uomo capace di raccontare ciò che ha visto. Diventa il segno vivente di una trasformazione che non può più essere tradotta nel linguaggio ordinario. La sua conquista non gli appartiene più del tutto, perché il risultato della conquista è una creatura che non possiamo più identificare pienamente con lui.

Bowman non è quindi il vincitore dell’odissea nel senso tradizionale. È il prezzo dell’odissea. Attraverso di lui l’umanità immagina il salto successivo, ma il singolo uomo viene consumato da quel salto. La sua grandezza non sta nel dominio, ma nell’essere stato il passaggio. Non conquista l’infinito: viene trasformato dall’infinito. Non porta a casa il mistero: entra nel mistero fino a diventarne parte. Non offre una risposta semplice, perché la sua stessa trasformazione è una risposta impossibile da tradurre.

Alla fine, dire che Bowman ha vinto è vero solo guardando alla dimensione evolutiva del suo destino. Dire che ha perso è vero solo guardando all’uomo che non può più tornare a essere se stesso. La verità più forte sta nell’intreccio delle due cose. La sua vittoria contiene una perdita e la sua perdita contiene una forma altissima di compimento. Bowman supera il limite, ma quel limite era anche la sua casa. Diventa più di un uomo, ma proprio per questo non può più essere soltanto quell’uomo.

Resta allora una conclusione amara e potente: David Bowman vince come simbolo, ma perde come persona. La sua trasformazione è immensa, forse necessaria, forse inevitabile, ma non è indolore. Ogni vera metamorfosi porta con sé una nascita e un addio. Bowman è entrambe le cose. È l’annuncio di ciò che può venire dopo l’uomo e, nello stesso tempo, la scomparsa silenziosa dell’uomo che ha reso possibile quell’annuncio.

La sua storia continua a colpire perché non consola. Non dice che il progresso sarà semplice, né che l’evoluzione sarà dolce, né che oltrepassare noi stessi significherà automaticamente salvarci. Suggerisce qualcosa di molto più inquietante: ogni soglia autentica chiede un prezzo, e il prezzo più alto non è morire, ma diventare così diversi da non poter più tornare davvero a casa. Per questo David Bowman, alla fine, ha vinto. Ma ha vinto nel modo più terribile possibile: non salvando se stesso, bensì consegnando se stesso a ciò che viene dopo l’uomo. Ha vinto come destino dell’umanità, ma ha perso come David Bowman.

Perché Bowman non è l’uomo che torna vincitore dall’infinito: è l’uomo che l’infinito ha dovuto cancellare per rinascere in un’altra forma. E forse, dopo tutto questo viaggio tra vittoria, perdita, metamorfosi e vertigine, la domanda resta ancora lì, più viva di prima, come un monolito piantato nel pensiero. Chissà che ne pensa Michele Tetro.