BLADE RUNNER 2099: IL FUTURO NON APPARTIENE PIÙ AGLI UMANI a cura della redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

BLADE RUNNER 2099: IL FUTURO NON APPARTIENE PIÙ AGLI UMANI a cura della redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

Cinquant’anni dopo gli eventi di BLADE RUNNER 2049, Los Angeles è rinata. Ma non per mano dell’umanità. PRIME VIDEO ha presentato al SAN DIEGO COMIC-CON il primo teaser ufficiale di BLADE RUNNER 2099, la serie limitata che riporterà sullo schermo uno degli universi più influenti della fantascienza.

GUARDA QUI IL TEASER DI BLADE RUNNER 2099 https://www.youtube.com/watch?v=muAPVn0cA6o

Le immagini mostrano una città ancora segnata dalla guerra e governata da un nuovo equilibrio di potere. Nel mezzo secolo trascorso dal film di DENIS VILLENEUVE, i replicanti si sono ribellati, hanno vinto il conflitto e sono diventati la classe dominante, mentre gli esseri umani vivono ormai ai margini della società.

Al centro della storia troviamo Cora, interpretata da HUNTER SCHAFER, una fuggitiva che, nel tentativo estremo di smettere di nascondersi, assume una nuova identità: quella di una Blade Runner. Il suo destino si incrocia con quello di Olwen, interpretata da MICHELLE YEOH, una replicante alla quale restano soltanto pochi giorni di vita. Costrette a collaborare, le due donne dovranno rintracciare un fuggitivo in possesso di una verità capace di distruggere il fragile ordine della città.

Il teaser promette di conservare l’anima noir e le domande filosofiche che hanno reso immortale la saga: che cosa significa essere umani? Dove termina la memoria e comincia l’identità? E che cosa accade quando l’umanità non rappresenta più il centro del mondo?

La showrunner SILKA LUISA, già autrice di SHINING GIRLS, ha spiegato che la serie riprenderà elementi non soltanto dai due film, ma anche dal romanzo di PHILIP K. DICK Il cacciatore di androidi, ampliando la storia e osservandola maggiormente dal punto di vista dei replicanti. Anche l’estetica subirà un’evoluzione: alla pioggia notturna del film di RIDLEY SCOTT e ai paesaggi freddi di BLADE RUNNER 2049 si aggiungerà quello che la produzione definisce uno “sunshine noir”, un futuro caldo, luminoso e apparentemente vitale, ma non meno inquietante.

RIDLEY SCOTT e MICHAEL GREEN figurano tra i produttori esecutivi, mentre JONATHAN VAN TULLEKEN, già regista di SHŌGUN, ha diretto i primi due episodi. Nel cast compaiono anche DIMITRI ABOLD, LEWIS GRIBBEN, MATTHEW NEEDHAM, TOM BURKE e l’italiano MAURIZIO LOMBARDI.

BLADE RUNNER 2099 sarà composta da otto episodi, pubblicati contemporaneamente su PRIME VIDEO il 25 novembre 2026 in oltre 240 Paesi e territori. Il futuro della saga sta per cominciare. E, questa volta, gli esseri umani non sembrano più averne il controllo.

BISBETICI D’ESTATE 2: I FAN DI ADRIANO CELENTANO SI RITROVANO TRA MUSICA, PRANZO E PASSIONE a cura del FAN CLUB “IL CELEBRE”

BISBETICI D’ESTATE 2: I FAN DI ADRIANO CELENTANO SI RITROVANO TRA MUSICA, PRANZO E PASSIONE a cura del FAN CLUB “IL CELEBRE”

Domenica 21 giugno, alle ore 12.30, tornano “Bisbetici d’Estate”, la seconda edizione del ritrovo estivo dedicato ai fan di Adriano Celentano, un appuntamento pensato per vivere insieme una giornata di pranzo, musica, canzoni, ricordi e passione celentaniana. L’iniziativa, promossa dal Fan Club Il Celebre con Your Célèbre TV e dalla Fantacon Productio E.T.S., conferma lo spirito conviviale e appassionato che unisce gli estimatori del Molleggiato: un’occasione per incontrarsi, cantare, sorridere, condividere emozioni e celebrare ancora una volta l’universo artistico di Adriano, fatto di ritmo, parole, ironia, sentimento e autenticità. Ospite speciale dell’evento sarà Paolo Menichini, in una giornata arricchita anche dalla presenza di rarità, memorabilia, poster, dischi e oggetti da collezione, per tutti coloro che vivono la passione per Celentano non solo come ricordo, ma come parte viva della propria storia personale. Sarà un pranzo tra amici, fan e appassionati, con musica e canzoni a fare da filo conduttore, nello stile allegro, familiare e coinvolgente che caratterizza il mondo del Celebre. Per informazioni e prenotazioni è possibile inviare un messaggio WhatsApp al 3314693986. Rettifica importante: a differenza di quanto indicato nella locandina, a causa delle alte temperature previste il raduno non si svolgerà all’aperto, ma presso i locali climatizzati del Cleo Caffè, con aria condizionata, in Via Nino Bixio 3 a Vittuone.

ANNUNCIATA LA NUOVA LIVE DEI TREK “MOVIE” FILES: STAR TREK IV – ROTTA VERSO LA TERRA a cura della Redazione

ANNUNCIATA LA NUOVA LIVE DEI TREK “MOVIE” FILES: STAR TREK IV – ROTTA VERSO LA TERRA a cura della Redazione

Giovedì 25 giugno 2026, alle ore 21:30, sul canale YouTube “IL MONDO DELLA FANTASCIENZA”, in collaborazione con lo STAR TREK ITALIAN CLUB “ALBERTO LISIERO”, arriva una nuova diretta dei “TREK MOVIE FILES”, il format dedicato ai film cinematografici di STAR TREK nato sulla scia del successo settimanale dei “TREK FILES”, l’appuntamento con la videoenciclopedia dedicata a STAR TREK – LA SERIE CLASSICA, condotto da KAPPA insieme a GABRIELLA CORDONE LISIERO e MARCELLO ROSSI. Dopo il fascino solenne di STAR TREK: THE MOTION PICTURE, la potenza drammatica de L’IRA DI KHAN e il ritorno emotivo di SPOCK in ALLA RICERCA DI SPOCK, il viaggio arriva ora al quarto film della saga: STAR TREK IV – ROTTA VERSO LA TERRA, titolo originale STAR TREK IV: THE VOYAGE HOME, diretto nel 1986 da LEONARD NIMOY.

A guidare la serata sarà KAPPA, volto e voce dei progetti legati a “IL MONDO DELLA FANTASCIENZA” e a “FANTACON Production E.T.S.”, conduttore, autore e divulgatore che da anni porta avanti un racconto della fantascienza popolare, riconoscibile e vicino al pubblico, tra dirette, format culturali, video e iniziative associative. Con lui in studio GABRIELLA CORDONE LISIERO, figura storica dello STAR TREK ITALIAN CLUB “ALBERTO LISIERO” e memoria preziosa del fandom trek italiano; MARCELLO ROSSI, autore, saggista e regista, presenza stabile dei “TREK FILES” e osservatore attento dell’universo narrativo di STAR TREK; e CLAUDIO SONEGO, membro dello STIC-AL, divulgatore e voce autorevole nel racconto della cultura trek in Italia. STAR TREK IV – ROTTA VERSO LA TERRA viene spesso ricordato come “il film delle balene”, il capitolo più brillante, più leggero e forse più immediatamente amato della saga classica, ma dietro il tono da commedia, il viaggio nel tempo e il piacere dell’incontro tra l’equipaggio dell’ENTERPRISE e la San Francisco degli anni Ottanta c’è una riflessione molto più profonda. Non c’è un grande nemico da abbattere, non c’è una battaglia spaziale risolutiva, non c’è il classico antagonista da sconfiggere: la minaccia nasce da una mancanza, da una voce che l’umanità ha lasciato scomparire. Nel futuro le balene megattere non esistono più, e proprio quella specie cancellata dal passato diventa improvvisamente indispensabile per salvare la Terra. È una delle intuizioni più forti di tutto STAR TREK: una civiltà può viaggiare tra le stelle, dominare la tecnologia, attraversare il tempo, ma resta fragile se ha dimenticato di ascoltare le forme di vita con cui condivide il proprio mondo. Le balene non sono soltanto un elemento narrativo suggestivo, ma una voce perduta, una memoria cancellata, il segno di una comunicazione spezzata tra l’uomo e la natura. Il film ci parla di futuro per chiederci conto del presente, ci fa sorridere per ricordarci che il progresso non basta se non è accompagnato da responsabilità, rispetto e consapevolezza.

Anche sul piano umano e psicologico ROTTA VERSO LA TERRA arriva in un momento decisivo del percorso cinematografico dell’equipaggio. KIRK e i suoi compagni non sono reduci da una semplice avventura, ma da una ferita: hanno perso l’ENTERPRISE, hanno salvato SPOCK, hanno disobbedito agli ordini, hanno pagato un prezzo e devono ancora fare i conti con le conseguenze delle proprie scelte. Eppure il quarto film non li inchioda al dramma, li rimette in movimento, li costringe a ricostruirsi come gruppo, quasi come una famiglia fuori posto in un’epoca che non appartiene loro. SPOCK, ancora sospeso tra logica e identità ritrovata, attraversa il film come qualcuno che deve reimparare non solo a pensare, ma anche a sentire; KIRK, senza la sua nave e senza le certezze di sempre, resta comandante perché sa tenere insieme gli altri; McCOY, SCOTTY, UHURA, SULU e CHEKOV diventano il cuore vivo di una storia che funziona perché il pubblico non vede soltanto personaggi, ma persone ormai entrate nella memoria collettiva. Arrivati al quarto film, i “TREK MOVIE FILES” entrano quindi in una tappa fondamentale: ROTTA VERSO LA TERRA chiude idealmente l’arco emotivo aperto con L’IRA DI KHAN e proseguito con ALLA RICERCA DI SPOCK, ma dimostra anche che STAR TREK può cambiare registro senza perdere anima, può diventare commedia senza diventare superficiale, può parlare di ecologia senza trasformarsi in predica, può essere cinema popolare e insieme pensiero sul destino dell’uomo. La collaborazione tra “FANTACON Production E.T.S.”, “IL MONDO DELLA FANTASCIENZA” e lo STAR TREK ITALIAN CLUB “ALBERTO LISIERO” conferma la volontà di costruire appuntamenti accessibili ma non banali, capaci di unire passione, memoria, competenza e divulgazione. I “TREK MOVIE FILES” portano sul grande schermo la stessa idea dei “TREK FILES”: seguire STAR TREK con ordine, profondità e amore per il racconto, senza ridurlo a una semplice chiacchierata nostalgica. L’appuntamento è dunque per giovedì 25 giugno 2026, alle ore 21:30, in diretta su “IL MONDO DELLA FANTASCIENZA”, per una nuova serata dei “TREK MOVIE FILES” dedicata a STAR TREK IV – ROTTA VERSO LA TERRA: un film che parte dalle stelle, torna sul nostro pianeta e ci ricorda che il futuro, prima ancora di essere conquistato, va meritato.

Diretta giovedì 25 giugno 2026 ore 21.30 su questo Link:

LA SAGA DEL PROFESSOR CHALLENGER ARRIVA SU “IL MONDO DELLA FANTASCIENZA” a cura della Redazione

LA SAGA DEL PROFESSOR CHALLENGER ARRIVA SU “IL MONDO DELLA FANTASCIENZA” a cura della Redazione

Sul canale YouTube Il Mondo della Fantascienza, progetto culturale di FANTACON Production E.T.S., è in fase di produzione una saga di audiolibri dedicata al Professor Challenger, uno dei personaggi più affascinanti creati da Arthur Conan Doyle. Alcuni titoli sono già disponibili, altri arriveranno successivamente, e l’invito è a seguire il canale, iscriversi e accompagnare passo dopo passo questo viaggio nelle origini della fantascienza d’avventura attraverso le letture di Filomeno Pasqui. Conan Doyle non è stato soltanto il padre di Sherlock Holmes: nella sua opera vive anche George Edward Challenger, scienziato geniale, ruvido, provocatorio, spesso insopportabile, ma capace di incarnare come pochi altri il desiderio di spingersi oltre i confini del sapere ufficiale.

Challenger non ha la freddezza elegante di Holmes, non possiede il suo controllo e non cerca di conquistare il lettore con simpatia; è eccessivo, arrogante, impulsivo, ma proprio per questo straordinariamente vivo. La sua avventura comincia nel 1912 con “Il mondo perduto”, romanzo destinato a segnare l’immaginario della narrativa fantastica moderna: un altopiano isolato del Sud America, creature preistoriche, dinosauri, forme di vita credute estinte e un gruppo di uomini costretti a misurarsi con una realtà molto più vasta delle proprie certezze. Accanto a Challenger ci sono Edward Malone, Lord John Roxton e il Professor Summerlee, compagni di un viaggio che non è soltanto geografico, ma anche mentale, perché Doyle racconta l’esplorazione come sfida alle convinzioni del proprio tempo. Nel 1913 arriva “La nube avvelenata”, secondo capitolo del ciclo, e il registro cambia completamente: non più giungle, spedizioni e territori remoti, ma una minaccia cosmica che sembra avvolgere la Terra e mettere in discussione la sopravvivenza stessa dell’umanità. È un romanzo più cupo, concentrato, quasi claustrofobico, sorprendentemente moderno nel raccontare la fragilità della civiltà davanti a forze immensamente più grandi dell’uomo. Il percorso prosegue poi con “La terra della nebbia”, “Quando la Terra urlò” e “La macchina disintegratrice”, opere diverse tra loro nelle quali Doyle utilizza Challenger per attraversare mistero, speculazione scientifica, spiritismo, tecnologia e inquietudini del suo tempo. La saga non segue una formula fissa: cambia tono, sperimenta, si sposta da un territorio narrativo all’altro, e proprio per questo resta ancora oggi interessante. In queste opere si trovano mondi perduti, minacce globali, esperimenti impossibili, invenzioni inquietanti e domande ancora attuali sul rapporto tra scienza, uomo e ignoto. Il Professor Challenger rappresenta la curiosità spinta fino all’ostinazione, il rifiuto delle verità già confezionate, la convinzione che la conoscenza debba sempre rischiare qualcosa. Per questo il suo ciclo occupa un posto importante nella storia della letteratura fantastica e fantascientifica, come ponte tra l’avventura classica e molte idee che diventeranno centrali nella fantascienza successiva. Gli audiolibri della saga del Professor Challenger, letti da Filomeno Pasqui, sono pubblicati e in corso di pubblicazione sul canale YouTube Il Mondo della Fantascienza, progetto culturale di FANTACON Production E.T.S.: alcuni titoli sono già disponibili, altri arriveranno prossimamente, e per non perdere le nuove uscite l’invito è a iscriversi al canale e continuare insieme questo viaggio nelle origini della meraviglia scientifica e dell’avventura fantastica.

MONDIALI 2026: IL PALLONE CHE RACCONTA IL MONDO a cura della Redazione

MONDIALI 2026: IL PALLONE CHE RACCONTA IL MONDO a cura della Redazione

Oggi, 11 giugno 2026, il calcio torna a fare ciò che gli riesce meglio: illudere il mondo di poter parlare una lingua sola. Cominciano i Mondiali, non in un solo Paese, ma in tre: Stati Uniti, Canada e Messico. È già questa la prima immagine forte del nostro tempo. Non più una nazione che apre le porte al pianeta, ma un continente intero che si trasforma in palcoscenico. Sedici città, quarantotto squadre, centoquattro partite, un mese abbondante di viaggi, inni, bandiere, televisioni accese, aeroporti pieni, alberghi occupati, sponsor ovunque e milioni di persone pronte a credere, ancora una volta, che novanta minuti possano cambiare il destino. La prima partita si gioca in Messico, nella capitale, dentro uno stadio che non è soltanto cemento e gradinate, ma memoria: l’Azteca, luogo sacro del calcio, tempio di Pelé, di Maradona, delle notti in cui il pallone sembrava più grande della vita. Eppure, per noi italiani, questo Mondiale comincia con una ferita. L’Italia non c’è.

Non è una pausa, non è un incidente isolato, non è più una disgrazia da raccontare con la solita frase “capita anche ai grandi”. È la terza assenza consecutiva. Dopo Russia 2018, dopo Qatar 2022, anche il 2026 ci vede fuori dalla porta. Una cosa che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata quasi impossibile per una nazione quattro volte campione del mondo. E invece eccoci qui: spettatori di una festa che abbiamo contribuito a rendere leggendaria, ma alla quale oggi non siamo stati invitati dal campo.
Per capire quanto faccia male questa assenza bisogna ricordare che l’Italia non ha semplicemente partecipato alla storia dei Mondiali: l’ha scritta. Il 1934 e il 1938 furono gli anni delle prime due stelle, dentro un’epoca complessa, pesante, segnata anche dall’uso politico dello sport. Il 1982 fu il Mundial della resurrezione, della Spagna, di Paolo Rossi, di Bearzot, di un Paese che si riconobbe in una squadra partita tra i dubbi e arrivata nel mito. Il 2006 fu la notte di Berlino, il rigore di Grosso, Buffon, Cannavaro, Pirlo, Totti, Del Piero, Materazzi, una generazione intera che ancora oggi sa dove si trovava quando l’Italia alzò quella coppa. I Mondiali, per noi, non sono mai stati soltanto calcio. Sono stati famiglia, bar, piazze, bandiere ai balconi, clacson nella notte, padri e figli abbracciati senza vergogna. Per questo l’assenza pesa: perché non manca solo una squadra, manca un rito nazionale.
Ma sarebbe troppo comodo dare la colpa soltanto a un rigore sbagliato, a una partita storta, a un commissario tecnico, a una generazione poco brillante. Il problema è più profondo. L’Italia calcistica paga anni di ritardi, di compromessi, di poca visione. I giovani faticano a trovare spazio vero nelle prime squadre. La Serie A, pur restando un campionato importante, ha perso potere economico rispetto ad altri sistemi europei. Gli stadi sono spesso vecchi, le strutture giovanili non sempre adeguate, il rapporto tra scuola, sport e formazione resta fragile. Si parla tanto di talento, ma il talento non nasce per decreto: va cercato, protetto, allenato, fatto sbagliare, fatto crescere. In troppi casi, invece, il ragazzo italiano arriva al salto decisivo senza minuti, senza fiducia, senza continuità. Poi ci stupiamo se la Nazionale non trova più un’identità solida. Il calcio italiano ha ancora tecnica, storia, cultura tattica, passione. Ma vive spesso prigioniero del proprio passato. Guarda le vecchie coppe come reliquie e intanto il mondo corre.
E il mondo, infatti, è cambiato. I Mondiali del 1930 erano un’avventura quasi romantica. Tredici squadre, viaggi in nave, poche certezze, una coppa che sembrava più un sogno che un’industria. Oggi siamo davanti al Mondiale più grande di sempre. Quarantotto nazionali significano più inclusione, più continenti rappresentati, più Paesi che possono sognare. Ma significano anche più partite, più diritti televisivi, più biglietti, più sponsor, più consumo, più affari. Il Mondiale moderno non è soltanto una competizione sportiva: è una macchina economica gigantesca. Muove turismo, sicurezza, trasporti, edilizia, comunicazione, merchandising, piattaforme digitali. Le città ospitanti sperano in visibilità, incassi, reputazione internazionale. Gli sponsor comprano emozione e la trasformano in marchio. Le televisioni comprano tempo e lo trasformano in audience. I governi comprano immagine e la trasformano in potere.
Perché i Mondiali sono anche politica. Lo sono sempre stati. Lo erano nel 1934, quando il regime fascista capì benissimo il valore propagandistico del calcio. Lo erano nel 1978 in Argentina, con una coppa giocata mentre il Paese viveva gli anni bui della dittatura. Lo sono stati in Sudafrica nel 2010, quando il torneo rappresentò il tentativo di mostrare al mondo un continente non più raccontato solo attraverso povertà e ferite. Lo sono stati in Qatar nel 2022, tra lusso, polemiche, diritti umani, lavoratori migranti e diplomazia energetica. E lo sono oggi, in Nord America, dove Stati Uniti, Canada e Messico si presentano insieme come padroni di casa, ma dentro un quadro internazionale segnato da tensioni, frontiere, migrazioni, interessi economici e identità nazionali sempre più agitate.
Il calcio, da questo punto di vista, è uno specchio crudele. Dice al mondo quello che il mondo spesso non vuole ammettere. Ci parla di inclusione, ma vende biglietti sempre più costosi. Celebra il popolo, ma rischia di allontanare proprio il popolo dagli stadi. Parla di unità, ma vive dentro interessi geopolitici enormi. Promette progresso, ma lascia spesso dietro di sé domande difficili: chi guadagna davvero? Chi viene spostato? Chi resta fuori? Quali città migliorano davvero e quali si limitano a truccarsi per la festa? Un Mondiale può portare infrastrutture, turismo, lavoro temporaneo, visibilità internazionale. Ma può portare anche speculazione, costi pubblici, sicurezza militarizzata, quartieri trasformati in vetrine e cittadini ridotti a comparse.
Eppure, nonostante tutto questo, i Mondiali resistono. Resistono perché il calcio ha una forza che nessun comunicato ufficiale può inventare: entra nella vita delle persone. Un bambino in Ghana, un anziano in Argentina, una famiglia in Messico, un barista in Italia, un operaio in Corea, una ragazza in Canada possono guardare la stessa partita e provare, nello stesso istante, qualcosa di simile. Non uguale, ma simile. Questa è la magia. Non la purezza assoluta, perché il calcio puro forse non esiste più da decenni. Ma la capacità di creare un’emozione comune dentro un mondo frantumato.
Da Montevideo 1930 a Città del Messico 2026, i Mondiali sono passati dal viaggio in nave ai voli intercontinentali, dalla radio alla diretta globale, dal pallone pesante alla tecnologia sul fuorigioco, dal mito raccontato sui giornali alla clip che diventa virale in pochi secondi. Una volta si aspettavano le fotografie sui quotidiani. Oggi un gol viene visto, sezionato, discusso, insultato e celebrato in tempo reale da mezzo pianeta. È cambiato tutto. Ma non è cambiato il gesto originario: un uomo che corre, un altro che lo insegue, una palla che rotola, una folla che trattiene il fiato.
Forse il Mondiale è proprio questo: il teatro più popolare dell’umanità. Con i suoi eroi e i suoi mercanti, i suoi sogni e le sue contraddizioni, le sue bandiere e i suoi affari, le sue lacrime vere e le sue scenografie costruite. È una festa, ma anche un processo al nostro tempo. Ci mostra quanto siamo capaci di unirci e quanto siamo bravi a dividerci. Ci ricorda che lo sport può ancora essere bellezza, ma anche che la bellezza, quando diventa industria, va guardata con occhi svegli.
L’Italia guarderà da fuori. E forse questa è la lezione più dura. Non basta avere una storia gloriosa per restare nella storia. Bisogna meritarsela ogni volta. I Mondiali non aspettano nessuno. Passano, travolgono, incoronano, dimenticano. Oggi comincia un nuovo capitolo senza di noi, ma non senza memoria. Perché ogni Mondiale porta dentro tutti quelli che lo hanno preceduto: l’Uruguay del 1930, il Brasile di Pelé, l’Argentina di Maradona, l’Italia di Rossi e quella di Berlino, le notti magiche, le cadute, le resurrezioni.
E allora sì, oggi il mondo riparte da un pallone. Ma non è solo calcio. È economia, politica, società, identità, nostalgia, futuro. È il vecchio sogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande. Anche quando la propria Nazionale non c’è.

Anche quando resta soltanto il rumore lontano di una festa alla quale avremmo voluto partecipare.

DAI DAI!

ARTEMIS III: C’È ANCHE UN ITALIANO NELLA MISSIONE CHE GUARDA AL FUTURO a cura della Redazione

ARTEMIS III: C’È ANCHE UN ITALIANO NELLA MISSIONE CHE GUARDA AL FUTURO a cura della Redazione

Ci sono notizie che arrivano come un lancio d’agenzia e altre che fanno alzare gli occhi al cielo. Quella di LUCA PARMITANO scelto per ARTEMIS III appartiene alla seconda categoria. Perché non parla soltanto di un astronauta italiano inserito in una missione internazionale: parla di un Paese che, almeno per un momento, si ritrova a guardare la Luna non più come una cartolina romantica o un ricordo delle vecchie missioni APOLLO, ma come una destinazione reale, concreta, quasi a portata di mano. E per chi è cresciuto con la fantascienza nel sangue, con le astronavi viste in televisione, i romanzi consumati di notte e quella sottile invidia per chi davvero può lasciare la Terra, questa notizia ha un sapore speciale. LUCA PARMITANO, siciliano, pilota, astronauta ESA, primo italiano a comandare la STAZIONE SPAZIALE INTERNAZIONALE, non è un nome qualunque infilato in un comunicato.

È uno che lo spazio lo ha già attraversato davvero, con il corpo e con il coraggio. È uno che ha camminato fuori dalla Stazione, sospeso sopra il pianeta, là dove il silenzio non è poesia ma realtà assoluta. È anche l’uomo che nel 2013 ha vissuto una delle emergenze più spaventose mai capitate durante una passeggiata spaziale, quando dell’acqua iniziò a riempirgli il casco e lui dovette rientrare affidandosi all’addestramento, alla lucidità e a quella freddezza che separa gli astronauti dai semplici sognatori. Oggi quel nome torna al centro della storia, ma questa volta con una prospettiva ancora più grande: ARTEMIS III. La missione, prevista attualmente per il 2027, sarà uno dei passaggi cruciali del nuovo programma lunare della NASA. ARTEMIS non è una nostalgia di APOLLO, non è il remake patinato di una gloria passata. È il tentativo, molto più ambizioso, di riportare l’uomo verso la Luna per restarci, per imparare, per costruire, per preparare il salto successivo verso MARTE. La Luna non più soltanto come traguardo, ma come avamposto. Non più soltanto come bandiera piantata nella polvere, ma come laboratorio del futuro. E in questa nuova pagina, l’Italia non resta seduta in platea. Stavolta entra in scena. PARMITANO sarà pilota della missione, un ruolo che non ha nulla di ornamentale. Pilota significa responsabilità, controllo, sangue freddo, competenza. Significa essere dentro la macchina viva della missione, non accanto. Significa che il lavoro fatto dall’Italia, dall’Europa, dall’ESA, dall’industria aerospaziale italiana e da generazioni di tecnici, ingegneri, ricercatori e visionari ha prodotto fiducia. Fiducia vera, quella che in campo spaziale non si regala mai. Per noi italiani, spesso abituati a raccontarci più piccoli di quanto siamo, è una notizia da prendere con orgoglio. Senza retorica inutile, ma con la consapevolezza che certe scelte non arrivano per caso. Arrivano perché dietro c’è una storia solida. C’è l’Italia dei moduli abitativi, delle tecnologie spaziali, delle competenze costruite pezzo dopo pezzo lontano dai riflettori. C’è un Paese che magari litiga su tutto, ma quando alza lo sguardo sa ancora produrre eccellenza. E poi c’è lui, LUCA PARMITANO, che per molti appassionati rappresenta qualcosa di quasi cinematografico: l’uomo normale solo in apparenza, quello che parte da una terra antica come la Sicilia e finisce a orbitare sopra il mondo. Per chi ama la fantascienza, confessiamolo, un po’ di invidia c’è. Perché noi possiamo immaginare la curvatura terrestre, lui l’ha vista. Noi possiamo emozionarci davanti a 2001: ODISSEA NELLO SPAZIO, STAR TREK o INTERSTELLAR, lui ha conosciuto davvero il buio fuori dall’oblò. Noi possiamo discutere per ore di basi lunari, habitat, missioni interplanetarie e futuro dell’umanità, lui adesso si prepara a far parte del programma che tutto questo vuole trasformarlo da sogno a progetto. Ed è forse qui che la notizia diventa più bella. ARTEMIS III non è soltanto una missione. È un ponte tra quello che abbiamo immaginato e quello che stiamo finalmente provando a costruire. È il punto in cui la fantascienza, quella buona, quella che non scappa dalla realtà ma la spinge più avanti, si avvicina alla cronaca. Il 10 giugno, leggendo il nome di PARMITANO accanto ad ARTEMIS III, molti italiani hanno sentito qualcosa muoversi. Non solo orgoglio nazionale. Anche una specie di nostalgia del futuro, quella sensazione strana che proviamo quando capiamo che certe cose sognate da bambini non erano soltanto fantasie. Erano anticipazioni. La Luna è ancora lì, come sempre. Fredda, lontana, silenziosa. Ma questa volta, nel lungo viaggio per raggiungerla, ci sarà anche un pezzo d’Italia.

E per chi ama lo spazio, la fantascienza e le grandi avventure umane, è impossibile non sorridere guardando il cielo. Con orgoglio. E sì, anche con un po’ d’invidia.