QUESTA È LA STORIA…. (ed altre storie) LÀ DOVE C’ERA L’ERBA – RECITAL MUSICALE

QUESTA È LA STORIA…. (ed altre storie) LÀ DOVE C’ERA L’ERBA – RECITAL MUSICALE

“QUESTA È LA STORIA… (ed altre storie) – LÀ DOVE C’ERA L’ERBA” è un recital teatrale di racconti e canzoni che attraversa la vita personale e artistica di Adriano Celentano, trasformandola in un viaggio scenico dedicato alla vita, all’amore, al gioco, all’ambiente e alla memoria collettiva.

La figura dell’artista non viene raccontata in modo puramente biografico o celebrativo. La sua storia diventa il filo conduttore di un percorso più ampio, capace di parlare al pubblico di luoghi che cambiano, rapporti che resistono, sogni che si trasformano, natura ferita e bellezza da custodire.

Lo spettacolo unisce narrazione dal vivo, canzoni, immagini e suggestioni sceniche. La musica non è proposta come semplice repertorio, ma come parte viva del racconto: ogni brano apre una scena, ogni scena richiama un tempo, ogni tempo diventa occasione per guardare anche il presente.

GUARDA IL PROMO DELLO SPETTACOLO

Il recital nasce da una domanda semplice e profonda: quando abbiamo smesso di giocare?

Il gioco, nello spettacolo, non è evasione. È memoria dell’infanzia, libertà, amore, desiderio di restare vivi, capacità di stupirsi. È il gioco dei cortili, delle prime canzoni, dei baci, delle ribellioni, delle promesse, ma anche il gioco fragile dell’uomo con la Terra: un gioco che si rompe quando il cemento cancella l’erba, quando la fretta cancella l’ascolto, quando il progresso dimentica la bellezza.

La vita di Adriano Celentano permette di attraversare tutto questo con un linguaggio popolare, immediato e riconoscibile. La sua storia personale e artistica diventa così una lente attraverso cui osservare un Paese intero: il dopoguerra, le periferie, il rock, la televisione, il cinema, l’amore, la famiglia, la coscienza civile e il rapporto tra uomo e ambiente.

Un pubblico entra in teatro e viene invitato a compiere un viaggio da guardare, ascoltare, cantare e giocare.

Al centro c’è la storia personale e artistica di Adriano Celentano: le origini, la Milano popolare, la nascita di un ritmo nuovo, il successo, la libertà, l’amore, il cinema, la televisione, la provocazione, il silenzio e la memoria. Ma intorno a questa storia se ne accendono molte altre: storie di strade, cortili, prati, famiglie, giovani che ballano, adulti che smettono di giocare, amori che resistono, paesaggi che cambiano.

“LÀ DOVE C’ERA L’ERBA” diventa il luogo simbolico del racconto: non solo una memoria del passato, ma una domanda rivolta al presente. Dove è finita l’erba? Dove sono finiti il gioco, la semplicità, la capacità di ascoltare la Terra? E cosa possiamo ancora salvare?

Il percorso alterna parole, canzoni e immagini in una forma teatrale accessibile, emozionante e coinvolgente. Il pubblico ritrova un immaginario familiare, ma non assiste a una semplice operazione nostalgica: viene accompagnato dentro una riflessione sulla vita, sull’amore, sull’ambiente e sul bisogno di tornare a una dimensione più umana.

La vita

La vita viene raccontata come cambiamento continuo: dalle origini alla maturità, dal successo al silenzio, dalla leggerezza alla consapevolezza.

L’amore

L’amore attraversa lo spettacolo come scelta, fedeltà, fragilità, crisi e ritorno. Non è solo sentimento romantico, ma capacità di restare, custodire, ricominciare.

Il gioco

Il gioco è il filo poetico del recital. È ciò che salva dall’indurimento, ciò che mantiene vivo lo stupore, ciò che permette di guardare il mondo senza consumarlo.

L’ambiente
Il rapporto tra uomo e natura è uno dei centri più forti del progetto. L’erba che scompare, il cemento che avanza, l’aria che cambia e la Terra che chiede ascolto diventano immagini teatrali e civili.

La memoria collettiva

Lo spettacolo parla a più generazioni perché attraversa un patrimonio musicale e umano condiviso. Chi ha vissuto quelle stagioni ritrova una parte di sé; chi le scopre oggi incontra temi ancora attuali.

Lo spettacolo è costruito come un unico viaggio teatrale, non come una sequenza di brani musicali.

Il percorso si sviluppa attraverso:

  • un prologo che introduce il pubblico nel tema del viaggio, della memoria e del gioco perduto;
  • il racconto delle origini e della nascita di un linguaggio musicale nuovo;
  • la stagione del successo, della ribellione e della libertà artistica;
  • l’amore come tema umano, scenico e musicale;
  • il rapporto tra memoria dei luoghi, trasformazione urbana e ambiente;
  • la coscienza civile e lo sguardo critico sul mondo contemporaneo;
  • il cinema e l’immaginario popolare;
  • un finale emotivo che riporta il pubblico alla necessità di amare, custodire e tornare a giocare.

La narrazione procede con parlati teatrali, momenti musicali, immagini proiettate e brevi inserti scenici. Il ritmo è pensato per alternare emozione, leggerezza, memoria e riflessione.

Lo spettacolo è rivolto a un pubblico ampio e trasversale.

È particolarmente adatto a:

  • stagioni teatrali;
  • rassegne culturali;
  • eventi estivi;
  • iniziative dedicate alla musica italiana;
  • appuntamenti sulla memoria collettiva;
  • manifestazioni legate all’ambiente e alla sostenibilità;
  • serate di partecipazione cittadina;
  • programmazioni in teatri civici, auditorium, sale polifunzionali e spazi comunali attrezzati;
  • rappresentazioni all’aperto in piazze, cortili, arene, chiostri, parchi o location suggestive del territorio.

La proposta è popolare nella forma, ma curata nel contenuto. Permette di coinvolgere adulti, famiglie, appassionati di musica italiana e cittadini interessati a una serata culturale accessibile, emozionante e significativa.

Porta lo spettacolo nella tua città.

Per informazioni: ITALIANA EVENTI di BARBARA FIORAVANTI (contatti in locandina)

DOCTOR WHO PROTAGONISTA DEL FANTA-LIVE SPECIAL #20: GIOVEDÌ 23 LUGLIO LA DIRETTA a cura della redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

DOCTOR WHO PROTAGONISTA DEL FANTA-LIVE SPECIAL #20: GIOVEDÌ 23 LUGLIO LA DIRETTA a cura della redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

Il TARDIS è pronto a materializzarsi sul canale YouTube IL MONDO DELLA FANTASCIENZA. Domani, giovedì 23 luglio 2026 alle ore 21.30, arriva in diretta FANTA-LIVE SPECIAL #20, un nuovo appuntamento interamente dedicato a DOCTOR WHO, la leggendaria serie britannica che da oltre sessant’anni conduce milioni di spettatori attraverso il tempo, lo spazio e mondi sempre diversi. Nato sul piccolo schermo il 23 novembre 1963, DOCTOR WHO racconta le avventure del Dottore, un Signore del Tempo proveniente dal pianeta Gallifrey, capace di viaggiare nell’universo a bordo del TARDIS, la straordinaria macchina spazio-temporale che all’esterno conserva l’aspetto di una cabina blu della polizia britannica. Il segreto della longevità della serie risiede anche nella rigenerazione: quando è vicino alla morte, il Dottore può cambiare corpo, volto e personalità senza perdere la propria identità.

Un’intuizione narrativa che ha permesso alla saga di rinnovarsi continuamente, attraversando epoche, linguaggi televisivi e generazioni di appassionati. I numeri restituiscono le dimensioni di un fenomeno senza uguali. Ad oggi, dopo l’ultima stagione conclusa nel 2025, la serie principale ha raggiunto 892 episodi, 319 storie e 41 stagioni regolari. Il conteggio comprende le 26 stagioni dell’era classica, trasmesse dal 1963 al 1989 per un totale di 695 episodi; il film televisivo del 1996; le 13 stagioni della serie rilanciata tra il 2005 e il 2022, formate da 175 episodi compresi gli speciali; e le due stagioni più recenti, presentate ufficialmente dalla BBC come SEASON 1 e SEASON 2, insieme agli speciali trasmessi dal 2023 al 2024. Un universo popolato da compagni di viaggio indimenticabili e avversari entrati nella storia della fantascienza, dai Dalek ai Cybermen fino al Maestro.

A guidare il pubblico in questo viaggio sarà, come sempre, KAPPA, affiancato in studio da tre fra i più autorevoli opinionisti e saggisti italiani dell’universo di DOCTOR WHO: GABRIELLA CORDONE LISIERO, DANIELE ROCCATI e GIUSEPPE TURDO. Insieme ripercorreranno la storia, le incarnazioni, i personaggi, i nemici e le grandi trasformazioni di una serie che ha saputo fare della fantascienza uno strumento per parlare anche di umanità, memoria, responsabilità e speranza.

Il FANTA-LIVE SPECIAL #20: DOCTOR WHO è in diretta giovedì 23 luglio 2026 alle ore 21.30 sul canale YouTube IL MONDO DELLA FANTASCIENZA. Per accedere al canale, seguire la trasmissione e attivare il promemoria: CLICCA QUI

Fonti storiche: sito ufficiale di DOCTOR WHO/BBC Studios e catalogazione completa degli episodi secondo la numerazione BBC.

Giovedì 23 luglio 2026 alle 21.30, il FANTA-LIVE SPECIAL #20 racconta DOCTOR WHO in diretta sul canale YouTube IL MONDO DELLA FANTASCIENZA, con KAPPA, GABRIELLA CORDONE LISIERO, DANIELE ROCCATI e GIUSEPPE TURDO.

20 LUGLIO 1969: 57 ANNI FA L’UOMO RAGGIUNGEVA LA LUNA cura della Redazione de ” Il Mondo della Fantascienza”

20 LUGLIO 1969: 57 ANNI FA L’UOMO RAGGIUNGEVA LA LUNA cura della Redazione de ” Il Mondo della Fantascienza”

«Ha toccato!». Per gli italiani la conquista della Luna è legata anche a queste due parole, pronunciate da Tito Stagno durante la lunga diretta Rai seguita da oltre 20 milioni di persone. Erano le 22:17 del 20 luglio 1969 quando il modulo lunare Eagle si posò nel Mare della Tranquillità. Neil Armstrong e Buzz Aldrin erano arrivati sulla Luna, mentre Michael Collins continuava a orbitare intorno al satellite a bordo del modulo di comando Columbia. La conferma giunse con la voce di Armstrong: «Houston, qui Base della Tranquillità. L’Eagle è atterrato». Apollo 11 era partito quattro giorni prima dal Kennedy Space Center, spinto nello spazio dal Saturn V. La missione doveva realizzare l’obiettivo indicato nel 1961 da John Fitzgerald Kennedy: portare un uomo sulla Luna e riportarlo sulla Terra entro la fine del decennio. Una sfida scientifica e tecnologica, ma anche politica, nel pieno della competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica.

Il programma aveva richiesto anni di lavoro e attraversato momenti drammatici, compreso l’incendio di Apollo 1 nel quale, nel 1967, erano morti gli astronauti Virgil Grissom, Edward White e Roger Chaffee. Il momento più delicato di Apollo 11 fu la discesa dell’Eagle. Il computer di bordo cominciò a segnalare allarmi e il punto previsto per l’allunaggio apparve troppo accidentato. Armstrong intervenne sui comandi e proseguì alla ricerca di una zona meno rischiosa.

Quando il modulo si fermò, a Houston nessuno ebbe bisogno di spiegare che cosa fosse appena accaduto. L’uomo aveva raggiunto un altro mondo. Per vedere il primo passo fu necessario attendere ancora alcune ore. Erano le 2:56 del 21 luglio secondo l’ora universale e le 4:56 in Italia quando Armstrong scese dalla scaletta e appoggiò il piede sul terreno lunare. Negli Stati Uniti era ancora la sera del 20 luglio, ed è per questo che la missione viene ricordata universalmente in quella data. Poco dopo scese anche Aldrin. I due astronauti rimasero all’esterno per circa due ore e mezza, raccolsero oltre 21 chilogrammi di rocce e polvere, scattarono fotografie e sistemarono gli strumenti destinati a trasmettere dati alla Terra. Nelle stesse ore Collins continuava a girare intorno alla Luna da solo.

Il suo compito era meno visibile, ma decisivo: senza il ricongiungimento con il Columbia, Armstrong e Aldrin non sarebbero potuti tornare a casa. La Rai seguì l’impresa con una maratona di oltre 25 ore dallo studio di Via Teulada. Tito Stagno conduceva da Roma, Ruggero Orlando era collegato da Houston. Quella trasmissione segnò la storia della televisione italiana e portò nelle case un avvenimento che fino a pochi anni prima apparteneva alla letteratura fantastica. Armstrong e Aldrin lasciarono la superficie il 21 luglio, si riunirono a Collins e iniziarono il viaggio di ritorno. Apollo 11 ammarò nell’Oceano Pacifico il 24 luglio. La missione aprì la strada ad altri cinque allunaggi con equipaggio, l’ultimo dei quali avvenne con Apollo 17 nel dicembre 1972. Da allora nessun essere umano è più tornato sulla superficie lunare.

A 57 anni di distanza, Apollo 11 rimane una delle imprese centrali del Novecento: una vittoria americana nella corsa allo spazio, ma soprattutto il momento in cui la Luna smise di essere soltanto un punto luminoso nel cielo e diventò un luogo raggiunto dall’uomo.

BISBETICI D’ESTATE 2: I FAN DI ADRIANO CELENTANO SI RITROVANO TRA MUSICA, PRANZO E PASSIONE a cura del FAN CLUB “IL CELEBRE”

BISBETICI D’ESTATE 2: I FAN DI ADRIANO CELENTANO SI RITROVANO TRA MUSICA, PRANZO E PASSIONE a cura del FAN CLUB “IL CELEBRE”

Domenica 21 giugno, alle ore 12.30, tornano “Bisbetici d’Estate”, la seconda edizione del ritrovo estivo dedicato ai fan di Adriano Celentano, un appuntamento pensato per vivere insieme una giornata di pranzo, musica, canzoni, ricordi e passione celentaniana. L’iniziativa, promossa dal Fan Club Il Celebre con Your Célèbre TV e dalla Fantacon Productio E.T.S., conferma lo spirito conviviale e appassionato che unisce gli estimatori del Molleggiato: un’occasione per incontrarsi, cantare, sorridere, condividere emozioni e celebrare ancora una volta l’universo artistico di Adriano, fatto di ritmo, parole, ironia, sentimento e autenticità. Ospite speciale dell’evento sarà Paolo Menichini, in una giornata arricchita anche dalla presenza di rarità, memorabilia, poster, dischi e oggetti da collezione, per tutti coloro che vivono la passione per Celentano non solo come ricordo, ma come parte viva della propria storia personale. Sarà un pranzo tra amici, fan e appassionati, con musica e canzoni a fare da filo conduttore, nello stile allegro, familiare e coinvolgente che caratterizza il mondo del Celebre. Per informazioni e prenotazioni è possibile inviare un messaggio WhatsApp al 3314693986. Rettifica importante: a differenza di quanto indicato nella locandina, a causa delle alte temperature previste il raduno non si svolgerà all’aperto, ma presso i locali climatizzati del Cleo Caffè, con aria condizionata, in Via Nino Bixio 3 a Vittuone.

MONDIALI 2026: IL PALLONE CHE RACCONTA IL MONDO a cura della Redazione

MONDIALI 2026: IL PALLONE CHE RACCONTA IL MONDO a cura della Redazione

Oggi, 11 giugno 2026, il calcio torna a fare ciò che gli riesce meglio: illudere il mondo di poter parlare una lingua sola. Cominciano i Mondiali, non in un solo Paese, ma in tre: Stati Uniti, Canada e Messico. È già questa la prima immagine forte del nostro tempo. Non più una nazione che apre le porte al pianeta, ma un continente intero che si trasforma in palcoscenico. Sedici città, quarantotto squadre, centoquattro partite, un mese abbondante di viaggi, inni, bandiere, televisioni accese, aeroporti pieni, alberghi occupati, sponsor ovunque e milioni di persone pronte a credere, ancora una volta, che novanta minuti possano cambiare il destino. La prima partita si gioca in Messico, nella capitale, dentro uno stadio che non è soltanto cemento e gradinate, ma memoria: l’Azteca, luogo sacro del calcio, tempio di Pelé, di Maradona, delle notti in cui il pallone sembrava più grande della vita. Eppure, per noi italiani, questo Mondiale comincia con una ferita. L’Italia non c’è.

Non è una pausa, non è un incidente isolato, non è più una disgrazia da raccontare con la solita frase “capita anche ai grandi”. È la terza assenza consecutiva. Dopo Russia 2018, dopo Qatar 2022, anche il 2026 ci vede fuori dalla porta. Una cosa che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata quasi impossibile per una nazione quattro volte campione del mondo. E invece eccoci qui: spettatori di una festa che abbiamo contribuito a rendere leggendaria, ma alla quale oggi non siamo stati invitati dal campo.
Per capire quanto faccia male questa assenza bisogna ricordare che l’Italia non ha semplicemente partecipato alla storia dei Mondiali: l’ha scritta. Il 1934 e il 1938 furono gli anni delle prime due stelle, dentro un’epoca complessa, pesante, segnata anche dall’uso politico dello sport. Il 1982 fu il Mundial della resurrezione, della Spagna, di Paolo Rossi, di Bearzot, di un Paese che si riconobbe in una squadra partita tra i dubbi e arrivata nel mito. Il 2006 fu la notte di Berlino, il rigore di Grosso, Buffon, Cannavaro, Pirlo, Totti, Del Piero, Materazzi, una generazione intera che ancora oggi sa dove si trovava quando l’Italia alzò quella coppa. I Mondiali, per noi, non sono mai stati soltanto calcio. Sono stati famiglia, bar, piazze, bandiere ai balconi, clacson nella notte, padri e figli abbracciati senza vergogna. Per questo l’assenza pesa: perché non manca solo una squadra, manca un rito nazionale.
Ma sarebbe troppo comodo dare la colpa soltanto a un rigore sbagliato, a una partita storta, a un commissario tecnico, a una generazione poco brillante. Il problema è più profondo. L’Italia calcistica paga anni di ritardi, di compromessi, di poca visione. I giovani faticano a trovare spazio vero nelle prime squadre. La Serie A, pur restando un campionato importante, ha perso potere economico rispetto ad altri sistemi europei. Gli stadi sono spesso vecchi, le strutture giovanili non sempre adeguate, il rapporto tra scuola, sport e formazione resta fragile. Si parla tanto di talento, ma il talento non nasce per decreto: va cercato, protetto, allenato, fatto sbagliare, fatto crescere. In troppi casi, invece, il ragazzo italiano arriva al salto decisivo senza minuti, senza fiducia, senza continuità. Poi ci stupiamo se la Nazionale non trova più un’identità solida. Il calcio italiano ha ancora tecnica, storia, cultura tattica, passione. Ma vive spesso prigioniero del proprio passato. Guarda le vecchie coppe come reliquie e intanto il mondo corre.
E il mondo, infatti, è cambiato. I Mondiali del 1930 erano un’avventura quasi romantica. Tredici squadre, viaggi in nave, poche certezze, una coppa che sembrava più un sogno che un’industria. Oggi siamo davanti al Mondiale più grande di sempre. Quarantotto nazionali significano più inclusione, più continenti rappresentati, più Paesi che possono sognare. Ma significano anche più partite, più diritti televisivi, più biglietti, più sponsor, più consumo, più affari. Il Mondiale moderno non è soltanto una competizione sportiva: è una macchina economica gigantesca. Muove turismo, sicurezza, trasporti, edilizia, comunicazione, merchandising, piattaforme digitali. Le città ospitanti sperano in visibilità, incassi, reputazione internazionale. Gli sponsor comprano emozione e la trasformano in marchio. Le televisioni comprano tempo e lo trasformano in audience. I governi comprano immagine e la trasformano in potere.
Perché i Mondiali sono anche politica. Lo sono sempre stati. Lo erano nel 1934, quando il regime fascista capì benissimo il valore propagandistico del calcio. Lo erano nel 1978 in Argentina, con una coppa giocata mentre il Paese viveva gli anni bui della dittatura. Lo sono stati in Sudafrica nel 2010, quando il torneo rappresentò il tentativo di mostrare al mondo un continente non più raccontato solo attraverso povertà e ferite. Lo sono stati in Qatar nel 2022, tra lusso, polemiche, diritti umani, lavoratori migranti e diplomazia energetica. E lo sono oggi, in Nord America, dove Stati Uniti, Canada e Messico si presentano insieme come padroni di casa, ma dentro un quadro internazionale segnato da tensioni, frontiere, migrazioni, interessi economici e identità nazionali sempre più agitate.
Il calcio, da questo punto di vista, è uno specchio crudele. Dice al mondo quello che il mondo spesso non vuole ammettere. Ci parla di inclusione, ma vende biglietti sempre più costosi. Celebra il popolo, ma rischia di allontanare proprio il popolo dagli stadi. Parla di unità, ma vive dentro interessi geopolitici enormi. Promette progresso, ma lascia spesso dietro di sé domande difficili: chi guadagna davvero? Chi viene spostato? Chi resta fuori? Quali città migliorano davvero e quali si limitano a truccarsi per la festa? Un Mondiale può portare infrastrutture, turismo, lavoro temporaneo, visibilità internazionale. Ma può portare anche speculazione, costi pubblici, sicurezza militarizzata, quartieri trasformati in vetrine e cittadini ridotti a comparse.
Eppure, nonostante tutto questo, i Mondiali resistono. Resistono perché il calcio ha una forza che nessun comunicato ufficiale può inventare: entra nella vita delle persone. Un bambino in Ghana, un anziano in Argentina, una famiglia in Messico, un barista in Italia, un operaio in Corea, una ragazza in Canada possono guardare la stessa partita e provare, nello stesso istante, qualcosa di simile. Non uguale, ma simile. Questa è la magia. Non la purezza assoluta, perché il calcio puro forse non esiste più da decenni. Ma la capacità di creare un’emozione comune dentro un mondo frantumato.
Da Montevideo 1930 a Città del Messico 2026, i Mondiali sono passati dal viaggio in nave ai voli intercontinentali, dalla radio alla diretta globale, dal pallone pesante alla tecnologia sul fuorigioco, dal mito raccontato sui giornali alla clip che diventa virale in pochi secondi. Una volta si aspettavano le fotografie sui quotidiani. Oggi un gol viene visto, sezionato, discusso, insultato e celebrato in tempo reale da mezzo pianeta. È cambiato tutto. Ma non è cambiato il gesto originario: un uomo che corre, un altro che lo insegue, una palla che rotola, una folla che trattiene il fiato.
Forse il Mondiale è proprio questo: il teatro più popolare dell’umanità. Con i suoi eroi e i suoi mercanti, i suoi sogni e le sue contraddizioni, le sue bandiere e i suoi affari, le sue lacrime vere e le sue scenografie costruite. È una festa, ma anche un processo al nostro tempo. Ci mostra quanto siamo capaci di unirci e quanto siamo bravi a dividerci. Ci ricorda che lo sport può ancora essere bellezza, ma anche che la bellezza, quando diventa industria, va guardata con occhi svegli.
L’Italia guarderà da fuori. E forse questa è la lezione più dura. Non basta avere una storia gloriosa per restare nella storia. Bisogna meritarsela ogni volta. I Mondiali non aspettano nessuno. Passano, travolgono, incoronano, dimenticano. Oggi comincia un nuovo capitolo senza di noi, ma non senza memoria. Perché ogni Mondiale porta dentro tutti quelli che lo hanno preceduto: l’Uruguay del 1930, il Brasile di Pelé, l’Argentina di Maradona, l’Italia di Rossi e quella di Berlino, le notti magiche, le cadute, le resurrezioni.
E allora sì, oggi il mondo riparte da un pallone. Ma non è solo calcio. È economia, politica, società, identità, nostalgia, futuro. È il vecchio sogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande. Anche quando la propria Nazionale non c’è.

Anche quando resta soltanto il rumore lontano di una festa alla quale avremmo voluto partecipare.

DAI DAI!

5 GIUGNO 2026 – GIORNATA MONDIALE DELL’AMBIENTE a cura della Redazione

5 GIUGNO 2026 – GIORNATA MONDIALE DELL’AMBIENTE a cura della Redazione

Il 5 giugno si celebra la Giornata Mondiale dell’Ambiente, una ricorrenza nata all’inizio degli anni Settanta, quando la comunità internazionale iniziò a comprendere con maggiore chiarezza che la tutela del pianeta non poteva più essere considerata un tema secondario. Dopo la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Ambiente Umano, tenutasi a Stoccolma nel giugno del 1972, l’ONU scelse proprio il 5 giugno come data simbolica per richiamare governi, istituzioni, comunità e cittadini a una responsabilità comune: difendere l’ambiente significa difendere la vita. Oggi quella responsabilità è ancora più evidente. L’ambiente non è un argomento astratto, non è una parola da usare soltanto nei convegni o nelle campagne ufficiali: è l’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo, il paesaggio che attraversiamo, il verde che resiste nelle città, il clima che cambia, la bellezza fragile che rischiamo di perdere senza accorgercene davvero.

Per la FANTACON PRODUCTION E.T.S. la cultura ha il dovere di non restare muta davanti a tutto questo. Cinema, televisione, teatro, musica, letteratura e fantascienza hanno spesso saputo raccontare mondi possibili, futuri luminosi o devastati, pianeti perduti, civiltà costrette a fare i conti con le proprie scelte. Non si tratta solo di intrattenere, ma di accendere domande, emozioni e consapevolezza. Anche per questo la FANTACON PRODUCTION E.T.S. ha portato nei teatri lo spettacolo “QUESTA È LA STORIA: LÀ DOVE C’ERA L’ERBA”, una produzione accolta con successo che intreccia ambiente, amore, bellezza e natura, trasformando il tema ecologico in racconto vivo, umano, musicale e teatrale. Ma il messaggio è più ampio: ogni forma d’arte può diventare uno specchio nel quale riconoscere ciò che stiamo facendo alla nostra casa comune. La Terra non è una scenografia, non è un fondale da consumare e sostituire, non è un pianeta di passaggio. È il luogo della nostra memoria, dei nostri affetti, delle nostre storie e del futuro di chi verrà dopo di noi. La Giornata Mondiale dell’Ambiente ci ricorda allora una verità semplice, ma severa: non basta commuoversi davanti alla bellezza della natura, bisogna imparare a custodirla. Perché un albero, un prato, un fiume, un cielo pulito non sono dettagli romantici del paesaggio: sono segni concreti di vita, promesse da mantenere, eredità da non tradire.