IL GOLEM DI PRAGA – L’UOMO DI ARGILLA CHE ANCORA CAMMINA NELLA NOSTRA PAURA

IL GOLEM DI PRAGA – L’UOMO DI ARGILLA CHE ANCORA CAMMINA NELLA NOSTRA PAURA

Ci sono città che non si limitano a esistere. Respirano. Trattengono ombre, voci, passi, segreti. Praga è una di queste. Di giorno può sembrare una meraviglia gotica aperta al turismo, con le sue torri, i ponti, le cupole, le strade lucide di storia. Ma quando la luce si abbassa e il quartiere ebraico di Josefov torna a farsi silenzioso, Praga cambia volto. Non racconta più soltanto la propria bellezza. Comincia a sussurrare.

È lì, tra pietre antiche e finestre che sembrano guardare da secoli, che nasce la leggenda più potente della città: quella del Golem. Non un semplice mostro, non un fantasma, non una creatura da fiaba nera. Il Golem è qualcosa di più disturbante: è un corpo senza anima, una forza senza coscienza, un servo nato per proteggere e destinato, prima o poi, a farci paura.

Secondo la tradizione più celebre, nel XVI secolo il rabbino Judah Loew ben Bezalel, conosciuto come il Maharal di Praga, avrebbe creato un essere d’argilla per difendere la comunità ebraica dalle persecuzioni. La storia vuole che l’abbia plasmato con il fango della Moldava, dandogli forma umana e vita attraverso parole sacre, lettere, formule, segni capaci di trasformare la materia in obbedienza. Il Golem non nasce quindi da un laboratorio, come accadrà al Frankenstein moderno. Nasce dalla parola. E già questo basta a renderlo più inquietante.

Perché il Golem ci dice una cosa antichissima: creare significa assumersi una colpa possibile.

L’uomo d’argilla non parla. Non sogna. Non ama. Non sceglie. Esegue. È questa la sua tragedia. Non è cattivo, perché la cattiveria richiede una volontà. Non è buono, perché la bontà richiede coscienza. Il Golem è il comando fatto carne, o meglio, fatto fango. È la risposta disperata di chi non ha più difese e chiede alla terra stessa di alzarsi in piedi.

In questo senso, il mito è profondamente umano. Prima ancora di essere leggenda ebraica, prima ancora di diventare racconto gotico, prima ancora di entrare nell’immaginario fantastico europeo, il Golem è il sogno di chi ha paura. Una comunità minacciata immagina un protettore invincibile. Un gigante muto che stia davanti alla porta quando arrivano l’odio, la menzogna, la violenza. Un corpo che faccia ciò che gli uomini non riescono più a fare: resistere.

Ma i grandi miti non consolano mai fino in fondo. Appena ti danno una speranza, ti mostrano il prezzo.

Il Golem protegge, ma non comprende. Difende, ma non distingue. Obbedisce, ma non giudica. E allora la creatura nata per salvare può diventare pericolo. La forza costruita contro l’ingiustizia può trasformarsi in nuova minaccia. È qui che il racconto supera la leggenda e diventa profezia. Perché ogni volta che l’uomo crea qualcosa di potente senza dotarlo di coscienza, ogni volta che affida a una macchina, a un sistema, a un automatismo il compito di decidere per lui, il Golem torna a respirare.

Forse non è mai stato davvero nella soffitta della Sinagoga Vecchio-Nuova. Forse nessun corpo d’argilla è rimasto disteso tra le travi, in attesa che qualcuno pronunci ancora il nome giusto. La stessa tradizione storica invita alla prudenza: il Maharal è esistito davvero, ma il legame diretto con la creazione del Golem appare come una costruzione successiva, nata e cresciuta nei secoli fino a diventare inseparabile dall’identità misteriosa di Praga. Eppure questo non indebolisce il mito. Lo rende più forte.

Perché i miti non hanno bisogno di essere accaduti per essere veri.

Il Golem è vero perché racconta una paura reale. È vero perché nasce da persecuzioni reali, da ghetti reali, da solitudini reali. È vero perché ogni epoca costruisce il proprio uomo d’argilla. Ogni epoca inventa qualcosa che dovrebbe servirla, proteggerla, liberarla. Poi, a un certo punto, comincia a domandarsi se quella creatura obbedisca ancora.

Nel Novecento il Golem entra nel cinema, nella letteratura, nell’immaginario espressionista. Diventa ombra gigantesca, sagoma pesante, creatura tragica. Anticipa Frankenstein, anticipa il robot, anticipa l’automa, anticipa l’intelligenza artificiale. Non perché sia tecnologico, ma perché pone la stessa domanda che la fantascienza continuerà a ripetere per tutto il secolo: cosa succede quando l’uomo crea una vita che non sa amare?

E allora il Golem non appartiene soltanto alla Praga delle leggende. Appartiene a noi.

È nel computer che calcola senza capire. Nell’algoritmo che decide senza provare compassione. Nell’arma intelligente che colpisce senza guardare negli occhi. Nel potere amministrato senza responsabilità. Nella burocrazia che esegue senza ascoltare. Nel mondo moderno, pieno di strumenti potentissimi e poverissimo di anima, il Golem non è scomparso. Si è moltiplicato.

La sua fronte non porta più lettere sacre. Porta codici, numeri, procedure, istruzioni. Non cammina più nel ghetto di Praga. Cammina nei server, nei laboratori, nei palazzi, nelle nostre abitudini. È meno visibile, ma forse più vicino.

Eppure sarebbe un errore vedere nel Golem soltanto una minaccia. Dentro di lui c’è anche una malinconia. Il Golem è una creatura nata per servire, ma condannata a non capire mai il senso del proprio servizio. È forte, ma incompleto. È vivo, ma non abbastanza. Ha forma umana, ma non possiede ciò che rende umano un volto: la fragilità, il dubbio, la pietà.

Forse è per questo che continua a commuoverci. Perché nel Golem non vediamo solo il mostro. Vediamo la parte di noi che agisce senza pensare, che obbedisce senza sentire, che costruisce difese quando avrebbe bisogno di amore. Vediamo l’uomo quando diventa funzione. Quando perde la voce interiore. Quando si trasforma in macchina prima ancora di inventare le macchine.

Praga, intanto, continua a custodire il suo segreto. La Sinagoga Vecchio-Nuova resta lì, antica e severa, come se sapesse più di quanto possa dire. I turisti passano, fotografano, cercano la leggenda. Ma il Golem non si lascia trovare così. Non è un reperto. Non è una statua nascosta. Non è un corpo da scoprire sotto la polvere.

Il Golem è una domanda.

Siamo capaci di creare senza distruggere?
Siamo capaci di comandare senza perdere l’anima?
Siamo capaci di difenderci senza diventare ciò che temiamo?

La leggenda racconta che, per fermarlo, bastava togliere una lettera, cancellare un segno, interrompere la parola che lo teneva in vita. Ma per fermare i Golem del nostro tempo non basta togliere un simbolo dalla fronte. Serve qualcosa di più difficile: rimettere coscienza dentro ciò che facciamo. Rimettere responsabilità dentro la forza. Rimettere umanità dentro il potere.

Forse il Golem di Praga dorme davvero da qualche parte, tra il mito e la polvere. O forse siamo noi a tenerlo sveglio ogni volta che costruiamo qualcosa senza chiederci quale ombra produrrà.

E allora, quando cala la sera su Josefov e la città sembra tornare antica, non bisogna domandarsi se il Golem sia esistito davvero. La domanda più giusta, più scomoda, più necessaria è un’altra.

Quanto fango c’è ancora dentro l’uomo che pretende di creare la vita?

LA TRILOGIA DEL DOLLARO: IL WEST CHE L’ITALIA SI INVENTÒ GUARDANDOSI ALLO SPECCHIO

LA TRILOGIA DEL DOLLARO: IL WEST CHE L’ITALIA SI INVENTÒ GUARDANDOSI ALLO SPECCHIO

Ci sono film che sembrano arrivare da lontano, ma in realtà nascono molto più vicino di quanto immaginiamo. La trilogia del dollaro di Sergio Leone è uno di quei casi strani e irripetibili: racconta pistoleri, frontiere, villaggi bruciati dal sole, duelli e ricompense, ma sotto la polvere del West pulsa qualcosa di profondamente italiano. Non l’Italia da cartolina, non quella rassicurante, ma un’Italia nervosa, furba, affamata, appena uscita dalla povertà e già lanciata dentro il sogno del benessere. Negli anni Sessanta il Paese corre. Le case si riempiono di televisori, le strade di automobili, le città cambiano faccia. Ma dentro quella corsa resta una memoria ancora fresca: la guerra, la miseria, il sospetto, il bisogno di cavarsela. Sergio Leone prende tutto questo e lo sposta altrove. Non lo racconta con fabbriche, appartamenti o famiglie borghesi. Lo traveste da western. Ed è proprio lì che accade il miracolo: l’America diventa una maschera dietro cui l’Italia può parlare di sé senza confessarlo apertamente.

Per un pugno di dollari è il primo colpo. Un film asciutto, quasi brutale nella sua semplicità. Arriva un uomo, non sappiamo davvero da dove, non sappiamo cosa abbia perduto, non sappiamo nemmeno se sia buono. Entra in un paese diviso, capisce subito che tutti mentono, tutti comprano, tutti vendono. Non porta giustizia nel senso classico. Porta squilibrio. Entra in un sistema marcio e lo fa saltare dall’interno.

Il protagonista interpretato da Clint Eastwood funziona perché non chiede simpatia. Non vuole essere amato dallo spettatore. Sta lì, chiuso, silenzioso, quasi infastidito dal mondo. È un uomo che parla poco perché ha già capito troppo. In lui non c’è la nobiltà pulita dell’eroe tradizionale. C’è qualcosa di più ambiguo: una specie di intelligenza animale, una calma pericolosa, un senso pratico che assomiglia molto all’arte italiana dell’arrangiarsi.

Con Per qualche dollaro in più il gioco cambia. Il denaro resta importante, ma non basta più a spiegare tutto. Entra la ferita. Entra il passato. Entra quella zona oscura in cui un uomo non agisce soltanto per convenienza, ma perché qualcosa dentro di lui non si è mai chiuso. Il colonnello Mortimer non è un semplice cacciatore di taglie: è un uomo che ha trasformato il dolore in metodo. La sua eleganza non lo rende freddo; lo rende più tragico. Sembra controllare tutto, ma in realtà cammina verso un conto sospeso.

L’Indio, dall’altra parte, è una figura disturbante perché non è soltanto cattivo. È spezzato. La sua violenza non nasce dal nulla, sembra uscire da una memoria avvelenata, da un’immagine che ritorna e lo divora. Il carillon diventa il suono della sua prigione mentale. Ogni volta che quella musica riappare, il film smette di essere soltanto western e diventa quasi un incubo privato, un duello combattuto prima nella testa e poi con la pistola.

Qui si capisce quanto Leone e Morricone non stessero semplicemente “facendo cinema di genere”. Stavano costruendo un linguaggio. La musica non riempie i vuoti: li crea. Non accompagna l’azione: la prepara, la ritarda, la rende inevitabile. Il silenzio, nei film di Leone, non è assenza. È pressione. È il momento in cui lo spettatore sente che qualcosa sta per rompersi.

Poi arriva Il buono, il brutto, il cattivo, e la trilogia diventa più grande, più sporca, più feroce, ma anche più ironica. Non è soltanto il capitolo più famoso: è quello in cui Leone allarga il mondo fino a farlo diventare una grande commedia crudele sull’avidità umana. Tre uomini cercano un tesoro. Sembra una trama semplice. In realtà è una radiografia spietata del desiderio.

Blondie, Sentenza e Tuco non sono tre personaggi morali nel senso tradizionale. Sono tre modi di stare al mondo. Blondie è la freddezza, la misura, il controllo. Sentenza è il potere senza esitazione, la violenza che non ha bisogno di alzare la voce. Tuco è il corpo, la fame, la paura, l’istinto, la vitalità scomposta di chi cade, urla, mente, prega, tradisce e ricomincia. E proprio Tuco, con tutte le sue miserie, finisce per essere il più vicino a noi. Non perché sia migliore, ma perché è vivo in modo scandaloso.

La guerra di Secessione, nel film, non serve a fare lezione di storia. Serve a mostrare l’assurdità degli uomini quando costruiscono grandi parole sopra piccoli massacri. Mentre gli eserciti si distruggono, i protagonisti continuano a inseguire l’oro. È cinico? Sì. Ma è anche terribilmente umano. Leone non giudica dall’alto. Guarda dal basso, dalla polvere, dal punto di vista di chi sa che spesso la Storia passa sopra le persone comuni lasciando solo macerie, ordini incomprensibili e corpi stanchi.

La forza della trilogia sta proprio qui: non racconta un West realistico, racconta un West mentale. Un territorio dove ogni villaggio sembra provvisorio, ogni alleanza è fragile, ogni sorriso può nascondere un calcolo. È un universo senza innocenza, ma non senza regole. I personaggi di Leone possono essere ladri, assassini, opportunisti, ma alcuni conservano ancora una linea interiore. Minima, contraddittoria, quasi invisibile. Però c’è. E quando quella linea viene superata, il film ce lo fa sentire.

Per questo questi film parlano ancora. Non perché siano solo belli da vedere, ma perché hanno capito qualcosa dell’uomo: quando cadono le istituzioni, quando la legge è lontana, quando il denaro diventa l’unica misura, resta soltanto il carattere. E il carattere non è quello che diciamo di avere. È quello che viene fuori quando nessuno ci protegge più.

Leone porta tutto all’estremo: gli occhi, le mani, il sudore, l’attesa. I suoi primi piani non sono decorazione estetica. Sono interrogatori. Un volto, nei suoi film, non serve a mostrare bellezza; serve a rivelare sopravvivenza. Ogni ruga, ogni smorfia, ogni pausa sembra raccontare una vita che non verrà mai spiegata. È un cinema che non ha bisogno di biografie complete, perché lascia intuire che ogni personaggio arriva da un passato pesante e preferisce non parlarne.

Anche il duello, nella trilogia, diventa qualcosa di più del classico scontro finale. Non è solo chi spara prima. È chi regge meglio l’attesa. Chi sa abitare il silenzio. Chi riesce a non tradire la paura. Leone allunga il tempo fino a renderlo quasi insopportabile, perché sa che il vero colpo non parte dalla pistola: parte dallo sguardo. Lo sparo è solo la conclusione materiale di una battaglia già avvenuta dentro.

Ecco perché la trilogia del dollaro non è una semplice imitazione del western americano. È una reinvenzione. L’Italia prende un mito straniero e lo restituisce deformato, più ironico, più crudele, più teatrale, forse anche più sincero. Dove il western classico cercava spesso una fondazione morale, Leone mostra un mondo già consumato, dove la morale non è scomparsa del tutto, ma sopravvive a frammenti, in gesti improvvisi, in debiti pagati, in vendette che sembrano giustizia e in atti di pietà che nessuno osa chiamare così.

In fondo questi tre film raccontano anche l’Italia del loro tempo: un Paese che voleva diventare moderno, ma portava ancora addosso il fango della storia; un Paese che imparava il linguaggio del denaro, ma conosceva già da secoli quello della furbizia; un Paese che guardava all’America come a un sogno, e proprio imitandola finì per creare qualcosa di assolutamente suo.

La trilogia del dollaro resta grande perché non invecchia come semplice avventura. Continua a funzionare come mito popolare, ma sotto il mito conserva un’inquietudine vera. Ci diverte, ci esalta, ci fa sorridere, ma intanto ci mette davanti a una domanda scomoda: cosa resta di noi quando tutto diventa scambio, calcolo, sopravvivenza?

Forse resta un gesto. Uno sguardo. Una scelta fatta all’ultimo secondo. Forse resta il modo in cui impugniamo la nostra paura.

Sergio Leone ha preso il West e lo ha spogliato delle sue certezze. Gli ha tolto la retorica, gli ha lasciato il sudore. Gli ha tolto la purezza, gli ha lasciato il destino. E così, con tre film nati tra polvere, musica e silenzi, ha creato una delle più potenti leggende del cinema italiano.

Una leggenda che non appartiene davvero all’America, né soltanto all’Italia. Appartiene a quel territorio ambiguo dove l’uomo, prima o poi, deve decidere quanto vale. E soprattutto quanto è disposto a perdere per restare in piedi.

COMUNICATO CONGIUNTO: AVVIO DELLA COLLABORAZIONE TRA IL CANALE YOUTUBE “IL MONDO DELLA FANTASCIENZA (SF WORLD)” E LO STAR TREK ITALIAN CLUB “ALBERTO LISIERO”

COMUNICATO CONGIUNTO: AVVIO DELLA COLLABORAZIONE TRA IL CANALE YOUTUBE “IL MONDO DELLA FANTASCIENZA (SF WORLD)” E LO STAR TREK ITALIAN CLUB “ALBERTO LISIERO”

In occasione della messa in onda del TREK FILES #88 — videoenciclopedia in esclusiva dedicata alla riscoperta, all’analisi e alla divulgazione degli episodi di STAR TREK dalle origini — prevista per il 19 maggio 2026 e coincidente con il TREK FILES “TAS” #8, prende ufficialmente avvio la collaborazione culturale tra il canale YouTube IL MONDO DELLA FANTASCIENZA (SF WORLD), parte dell’Associazione culturale FANTACON Production E.T.S., e lo STAR TREK ITALIAN CLUB. La collaborazione nasce dalla comune volontà di promuovere e valorizzare l’universo di STAR TREK, condividendone gli ideali fondanti: fiducia nel futuro, conoscenza, dialogo, rispetto delle diversità, cooperazione e spirito di esplorazione.

Lo STAR TREK ITALIAN CLUB accompagnerà e sosterrà, nell’ambito delle proprie finalità culturali, la produzione del canale IL MONDO DELLA FANTASCIENZA (SF WORLD) dedicata a STAR TREK, contribuendo alla diffusione e alla riscoperta dell’eredità narrativa e ideale di GENE RODDENBERRY. Attraverso video, approfondimenti e iniziative divulgative, le due realtà intendono avviare un percorso condiviso volto a far conoscere, raccontare e tramandare l’essenza più autentica di STAR TREK, nel rispetto delle rispettive identità e finalità associative. La collaborazione ha carattere culturale e divulgativo, senza finalità commerciali, e si fonda sulla passione comune per una saga che continua a parlare al presente immaginando un futuro migliore.

QUANDO IL GIAPPONE ANIMATO CONQUISTÒ L’ITALIA – L’impatto culturale delle serie animate giapponesi tra televisione, costume e memoria collettiva

QUANDO IL GIAPPONE ANIMATO CONQUISTÒ L’ITALIA – L’impatto culturale delle serie animate giapponesi tra televisione, costume e memoria collettiva

Ci sono rivoluzioni che non si presentano come rivoluzioni. Non arrivano con manifesti, proclami o grandi dichiarazioni. Entrano in casa nel pomeriggio, mentre la scuola è finita da poco, la merenda è sul tavolo e il televisore sembra soltanto un’abitudine familiare. Poi, però, qualcosa cambia. Cambiano le parole dei bambini, cambiano i giochi nei cortili, cambiano i disegni sui quaderni, cambiano le sigle cantate a memoria. Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, l’arrivo delle serie animate giapponesi in Italia fu esattamente questo: una rivoluzione domestica, popolare, emotiva. Non la chiamavamo ancora “anime”. Per milioni di italiani erano semplicemente “cartoni giapponesi”. Ma erano già molto di più.

Per capire perché quel fenomeno esplose con tanta forza bisogna guardare anche al Paese che li accolse. L’Italia televisiva stava cambiando pelle. La sentenza n. 202 del 1976 della Corte Costituzionale aprì la strada alle trasmissioni private via etere in ambito locale, incrinando il vecchio equilibrio del monopolio radiotelevisivo e creando un mercato nuovo, affamato di programmi, repliche, contenuti seriali e prodotti capaci di trattenere il pubblico giovane davanti allo schermo. Dentro quella fame di palinsesto, le serie giapponesi trovarono il loro varco storico.

L’anno simbolico resta il 1978. Il 7 febbraio arrivò in Italia HEIDI: una serie giapponese che, paradossalmente, sembrava europea in ogni fibra. Le Alpi, il nonno, Peter, Clara, la montagna, la nostalgia di una natura semplice e ancora capace di guarire. Dietro quella delicatezza, però, c’erano ISAO TAKAHATA e HAYAO MIYAZAKI, due nomi destinati a diventare centrali nella storia mondiale dell’animazione. HEIDI fu la porta morbida: il Giappone entrava nelle case italiane travestito da infanzia alpina, senza spaventare nessuno.

Poche settimane dopo arrivò lo shock. Il 4 aprile 1978 fece il suo ingresso GOLDRAKE. Non più la baita e le caprette, ma lo spazio, l’esilio, la guerra cosmica, la Terra da difendere, un eroe ferito dentro una macchina gigantesca. Con GO NAGAI e il suo robot, l’animazione giapponese non chiedeva più di essere accolta: irrompeva nell’immaginario italiano. E molti bambini capirono subito che quel cartone non era uguale agli altri.

ACTARUS non era soltanto un pilota. Era un sopravvissuto. Portava addosso la malinconia di chi ha perduto il proprio mondo e combatte per non perdere anche quello che lo ha accolto. Per i ragazzi era protezione, coraggio, amicizia, sacrificio. Per una parte degli adulti, invece, GOLDRAKE era rumore, violenza, invasione, meccanica disumana. Il cortocircuito culturale nacque qui: gli adulti vedevano raggi, pugni ed esplosioni; i bambini vedevano dolore, responsabilità e destino.

Quel robot diventò uno specchio generazionale. I genitori si chiedevano se fosse educativo; i figli lo avevano già trasformato in mito. L’Italia adulta guardava la superficie, l’Italia bambina entrava nella profondità. Ed è forse per questo che GOLDRAKE rimase: perché univa potenza e malinconia, due elementi che raramente l’intrattenimento per ragazzi aveva concesso insieme.

A misurare davvero la portata del fenomeno è un dato ricordato da MARCO PELLITTERI (Il boom degli anime in Italia. 1978-1984: l’eccezionale successo dell’animazione giapponese, Cabiria, n. 179): tra il 1976 e il 2006 in Italia furono trasmesse circa 690 serie animate giapponesi. Non qualche titolo isolato, non una moda passeggera, ma un’ondata continua, capillare, quotidiana. L’Italia non “vide” semplicemente i cartoni giapponesi: ne fu attraversata.

Quelle serie occuparono la RAI, le televisioni private, le emittenti locali, i pomeriggi dopo la scuola, le edicole, i negozi di giocattoli, i dischi a 45 giri, gli album di figurine, le camerette. Altrove l’anime fu spesso una scoperta progressiva; da noi fu immersione totale. Per questo la “generazione GOLDRAKE” non è solo una formula nostalgica: è una categoria culturale.

E sarebbe un errore pensare soltanto ai robot. Come ha osservato anche VINCENZO MASELLI (Maghette, fancy idols e campioni olimpici. Gli anime giapponesi nella TV per ragazzi dell’Italia degli anni ’80, ZoneModa Journal, Università di Bologna), quella stagione fu molto più larga: accanto ai mecha e alle battaglie spaziali arrivarono le maghette, le eroine sentimentali, le serie sportive, i pirati dello spazio, i ladri gentiluomini, i guerrieri, gli orfani, le principesse, gli atleti disposti a tutto pur di crescere.

CANDY CANDY, LADY OSCAR, CAPITAN HARLOCK, LUPIN III, HOLLY E BENJI, MILA E SHIRO, L’UOMO TIGRE, LAMÙ, KEN IL GUERRIERO, I CAVALIERI DELLO ZODIACO, DRAGON BALL: titoli diversissimi, ma uniti da una novità decisiva. Prendevano sul serio il pubblico giovane. Gli anime non avevano paura di mostrare solitudine, perdita, disciplina, amore impossibile, identità, morte, desiderio di giustizia. Il bambino non veniva trattato come uno spettatore minore, da proteggere dentro un racconto innocuo. Veniva invitato dentro storie grandi.

Con gli anime cambiò anche il modo di seguire una narrazione. Non si guardava più soltanto “un cartone” chiuso in sé stesso. Si seguiva una vicenda. Si aspettava la puntata successiva. Le ferite restavano, i personaggi cambiavano, le sconfitte pesavano, la storia aveva memoria. Questa continuità narrativa educò il pubblico italiano all’attesa, al coinvolgimento, alla fedeltà seriale. Il giorno dopo, a scuola, si parlava della trasformazione, del colpo segreto, della partita impossibile, del personaggio scomparso, del finale rimasto sospeso.

Le televisioni private furono decisive. Avevano bisogno di contenuti riconoscibili, seriali, economici, facili da programmare e replicare. Gli anime erano perfetti: costruivano appuntamento, pubblico, abitudine. Poi arrivarono i grandi contenitori del pomeriggio, con BIM BUM BAM a diventare rito collettivo per una generazione: la prima puntata andò in onda il 4 ottobre 1981 sull’allora ANTENNA NORD (oggi Italia 1), e da lì quel tipo di televisione avrebbe segnato l’immaginario di milioni di bambini.

La merenda, il divano, il conduttore, il pupazzo, la posta dei bambini, la pubblicità, la sigla. Tutto costruiva appartenenza. Il bambino davanti alla televisione non era solo: faceva parte di una comunità invisibile che il giorno dopo si riconosceva in classe, in cortile, in edicola. Questo fu uno dei passaggi più forti: l’anime non rimase immagine, diventò relazione sociale.

Le sigle italiane furono l’altro grande motore emotivo. Non erano semplici canzoni introduttive: erano traduzioni sentimentali. La sigla di UFO ROBOT GOLDRAKE, incisa nel 1978 dal gruppo ACTARUS per FONIT CETRA, aprì una stagione irripetibile, con autori e compositori come VINCE TEMPERA e LUIGI ALBERTELLI capaci di trasformare prodotti arrivati dal Giappone in memoria popolare italiana.

Bastavano poche note per aprire un mondo. UFO ROBOT, JEEG ROBOT, CANDY CANDY, CAPITAN HARLOCK, LADY OSCAR, LUPIN, HOLLY E BENJI: non erano soltanto sigle. Erano chiavi d’accesso. Ancora oggi molti ricordano prima il ritornello della trama, prima la voce del finale. È lì che l’anime divenne davvero italiano.

Naturalmente non tutto fu lineare. L’Italia accolse gli anime, ma spesso li modificò. Titoli cambiati, nomi adattati, dialoghi riscritti, episodi tagliati, temi attenuati. In diversi casi la versione televisiva italiana alleggerì o alterò contenuti sentimentali, sessuali, identitari o semplicemente ritenuti troppo complessi per il pubblico infantile.

Anche questo, però, racconta qualcosa. L’Italia non ricevette semplicemente gli anime: li trasformò. Li doppiò, li cantò, li censurò, li italianizzò. A volte li tradì, ma spesso li rese parte della propria cultura popolare. GOLDRAKE non fu vissuto dagli italiani come semplice UFO ROBOT GRENDIZER: fu GOLDRAKE. Con quel nome, quella voce, quella sigla, quella collocazione televisiva, quella polemica, quella nostalgia. Il Giappone fornì l’opera; l’Italia costruì il mito domestico.

L’impatto fu anche visivo. Gli anime portarono in Italia occhi enormi, lacrime trattenute, robot titanici, campi da calcio infiniti, città futuristiche, astronavi, trasformazioni rituali, primi piani carichi di pathos, silenzi drammatici. Cambiarono il modo in cui i bambini disegnavano e immaginavano. Il robot non era più solo una macchina: era un’estensione dell’anima. Il campo sportivo non era più solo un campo: era una pianura epica. La lacrima non era debolezza: era intensità morale.

Per questo ridurre tutto alla nostalgia sarebbe un errore. La nostalgia c’è, ed è fortissima, ma è solo la superficie sentimentale di un fenomeno più profondo. Gli anime prepararono il terreno alla cultura pop italiana contemporanea: manga, convention, cosplay, collezionismo, fiere del fumetto, canali YouTube, podcast, divulgazione nerd, concerti di sigle, recuperi filologici, ristampe, community online. Prima ancora che l’Italia scoprisse il Giappone attraverso sushi, videogiochi, manga in libreria e cultura otaku, milioni di persone avevano già un Giappone dentro la memoria.

Un Giappone mediato, certo. Tradotto, semplificato, a volte travisato. Ma potentissimo. Un Giappone emotivo. Quel Giappone parlava di futuro, ma anche di ferite vicinissime: la perdita della casa, la paura della guerra, la città disumanizzata, la natura minacciata, l’amicizia, il sacrificio, il bisogno di superare i propri limiti. In un’Italia che stava cambiando televisione, consumi, famiglia, scuola e linguaggi, gli anime offrirono ai ragazzi una mitologia pronta per attraversare il cambiamento.

Alla fine, l’arrivo delle serie animate giapponesi in Italia non fu un’invasione. Fu un innesto. Un innesto potente, imprevisto, a tratti traumatico, ma fertilissimo. La televisione cercava programmi da trasmettere e si ritrovò a distribuire mondi. Le emittenti cercavano contenuti economici e finirono per diffondere mitologie. I bambini cercavano avventura e trovarono eroi feriti, principesse rivoluzionarie, pirati solitari, robot malinconici, atleti disposti a tutto pur di crescere.

Oggi, quando una vecchia sigla riparte o un robot si staglia contro il cielo, non torna soltanto il ricordo di un cartone. Torna un Paese intero in trasformazione. Tornano i pomeriggi dopo la scuola, le edicole, i cortili, le televisioni private, le discussioni tra genitori e figli, i quaderni pieni di disegni, i dischi consumati, le figurine scambiate. Torna il momento in cui milioni di bambini capirono che l’animazione poteva essere molto più di un passatempo.

Poteva essere avventura.
Poteva essere dolore.
Poteva essere futuro.
Poteva essere leggenda.

E da quel momento, in Italia, il pomeriggio non fu più lo stesso.

H. P. LOVECRAFT E L’ORRORE COSMICO di Michele Tetro

H. P. LOVECRAFT E L’ORRORE COSMICO di Michele Tetro

Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) nacque a Providence, nel Rhode Island, dove visse (a parte la parentesi newyorchese di due anni del suo matrimonio con Sonia Greene) sino alla morte, dovuta a tumore allo stomaco. Scrittore, saggista, revisore di testi altrui, ghost-writer per autori in erba o poco dotati, giornalista amatoriale, trovò uno stabile mercato per le sue opere nella rivista pulp Weird Tales, che gli assicurò un minimo di retribuzione e di cui divenne una delle firme più rilevanti e note.

Figura già leggendaria in vita tra i cultori del giornalismo e della scrittura dilettantesca fu solo dopo la sua scomparsa che l’importanza della sua opera (sia narrativa che saggistica, con un epistolario di più di centomila lettere, molte delle quali lunghissime) assunse respiro internazionale, facendolo assurgere alle vette di scrittore weird tra i più conclamati e vanamente imitati dalle generazioni successive.

Lo scrittore Fritz Leiber colse nel segno definendo Lovecraft un “Copernico letterario”, poichè la sua opera, in particolare quella parte di essa che raccoglie i racconti dei Miti di Cthulhu, di fatto, fu un colpo di spugna di portata definitiva per il genere horror-sovrannaturale comunemente accettato sino ai suoi tempi (il weird in cui Lovecraft stesso eccelleva), aprendo la via a tutta una nuova concezione di intendere il genere, in grado di ispirare profondamente nuove generazioni di scrittori. “Io sono uno che odia l’attuale, un nemico dello spazio e del tempo, della legge e della necessità. Bramo un mondo di misteri fastosi e giganteschi, di splendore e di terrore, in cui non regni alcuna limitazione, tranne quella dell’immaginazione più sfrenata”, scrisse Lovecraft nel 1923 e sulla falsariga delle tendenze già palesatesi in autori come William Hope Hogdson e Arthur Machen (che dettero nuova connotazione al genere, sviscerandolo dalle pastoie del gotico imperante e fondando il sentimento del terrore su altri contesti più universali), più che lo stesso Poe, cui troppo frettolosamente si tende ad avvicinare lo scrittore di Providence, il suo corpus di racconti costituisce un taglio netto con i miti dell’orrore ormai codificati dalla precedente narrativa, lasciandoseli alle spalle e bollandoli come “baracconeschi”.

Fantasmi, vampiri, demoni, licantropi, case infestate (da fenomeni comunemente accettati nel genere) sono virtualmente assenti dalla sua produzione, che apre invece straordinari e terrificanti scenari di portata cosmica, finendo necessariamente nello sconfinare con la più pura fantascienza (cosa che di per sé non dovrebbe nemmeno stupire, data la formazione squisitamente scientifica di Lovecraft, appassionato sin da giovanissimo di chimica e astronomia, di cui approfondiva i remi in riviste da lui stesso ciclostilate).

Lovecraft utilizzò solo per convenienza narrativa il bric-a-brac esoterico costituito da grimori magici, incantesimi et similia per spalancare le porte di un ignoto senza confini in cui la presenza umana non conta nulla, così come non conta nulla la presenza di quelle mostruose entità cosmiche, spesso solo alluse da Lovecraft e apparentemente votate alla distruzione dell’umanità, a loro volta soggette a un indifferentismo cosmico ulteriore che le destina allo stesso oblio mindless, cieco e incurante. E’ una posizione filosofica materialista-meccanicistica maturata con gli anni che fa da motore alla produzione narrativa lovecraftiana, raffigurante l‘uomo come pedina ininfluente su scala universale, in balìa di forze insensate e caotiche, che fanno capolino attraverso una pietosa interpretazione della realtà, troppo aliena e al di là degli umani concetti di bene e male da poter essere tollerata nella sua pienezza senza impazzire.

E Lovecraft, ponendosi volontariamente al di fuori e al di sopra della realtà (non “sfuggendole”, come molti critici hanno rimarcato in passato) tenta una dolorosa e partecipata descrizione dell’ignoto cosmico che ci circonda, conscio di non averne i mezzi per renderlo appieno ma raggiungendo comunque vertici espositivi difficilmente eguagliabili. Infranto per sempre il concetto di uomo al centro dell’universo e in grado di mantenerne un’effimera posizione grazie alla sua sapienza tecnologica, privato dell’ingenua credenza di un ente divino preposto a una giustizia cosmica finale, destinato invece a risultare schiantato da ciclopiche forze universali blinds and idiots (il tanto paventato dio Azathoth dei suoi racconti, al centro dell’Infinito) che già hanno annientato razze e civiltà incommensurabilmente più avanzate della nostra, a Lovecraft non resta che analizzare scientificamente l’emozione più forte del genere umano, la paura dell’ignoto, che forse è anche il metro di misura della sua (comunque vana) vitalità.

Pietosamente smascherati i demoni, i fantasmi e i mostri della passata produzione narrativa, vuoti spauracchi atti a raffigurare in modo superficiale forze inconoscibili e indifferenti alle sorti umane nascostamente all’opera nel tessuto del nostro stesso universo, in grado di filtrare anche attraverso il lato più oscuro della nostra mente e ibridando addirittura i nostri corpi, facile a essere posseduto da entità estranee che originano mutazioni genetiche e osceni connubi, Lovecraft manifesta tutto il suo razionale pessimismo cosmico, la futilità dell’esistenza di potenti razze antidiluviane, l’orrore della perdita dell’individualità, l’impotenza davanti a manifestazioni di realtà in cui “le cose non sono come qui da noi”, l’agghiacciante contemplazione di universi impazziti oltre il tempo e lo spazio in racconti di portata ormai squisitamente fantascientifica e di straordinaria potenza evocativa come Sogni nella casa stregata (1932), Il colore venuto dallo spazio (1927), Le montagne della follia (1931), Colui che sussurrava nelle tenebre (1930), L’ombra fuori dal tempo (1934), raramente ipotizzando un finale consolatorio, che prevede però sempre il sacrificio della componente umana, come nel caso di La maschera di Innsmouth (1931), sostenendo a più riprese che in questo ribollente universo a noi così estraneo e impenetrabile “la più grande gioia è data dall’ignoranza e la più grande sofferenza dalla consapevolezza”.

FRANKENSTEIN: UNA (DELLE TANTE) ANALISI

FRANKENSTEIN: UNA (DELLE TANTE) ANALISI

Frankenstein è uno di quei nomi che crediamo di conoscere perché lo abbiamo visto ovunque: nei film, nei fumetti, nelle maschere di Halloween, nelle parodie, nei laboratori attraversati da lampi elettrici, nei bulloni sul collo, nella fronte piatta, nei passi pesanti di una creatura che sembra uscita più da un incubo cinematografico che da un romanzo. Ma il punto è proprio questo: il Frankenstein che abita l’immaginario popolare non coincide del tutto con quello nato dalla penna di Mary Shelley. Anzi, spesso ne è la semplificazione più vistosa. Nel romanzo del 1818, Frankenstein non è il mostro: Frankenstein è Victor Frankenstein, il giovane scienziato che crea la vita e poi fugge davanti alla propria creazione. La creatura, invece, non ha un nome. È “creatura”, “demone”, “essere”, “sventurato”, “mostro”: definizioni date dagli altri, mai una vera identità concessa. E già qui, prima ancora della paura, nasce la tragedia. La British Library ricorda proprio questo equivoco fondamentale: Frankenstein è il nome dello scienziato, non della creatura.

Mary Shelley non era una scrittrice qualunque capitata per caso nel gotico. Nata a Londra nel 1797 come Mary Wollstonecraft Godwin, figlia della filosofa Mary Wollstonecraft e del pensatore politico William Godwin, cresce dentro un ambiente di idee radicali, libri, discussioni e inquietudini moderne. Perde la madre pochi giorni dopo la nascita, e questa assenza segnerà in profondità la sua sensibilità. Giovanissima si lega al poeta Percy Bysshe Shelley, con cui vive un’esistenza intensa, irregolare, spesso dolorosa, attraversata da lutti familiari e instabilità. Quando immagina Frankenstein ha appena diciotto anni: un’età in cui molti cercano ancora il proprio posto nel mondo, mentre lei consegna alla letteratura una delle più grandi domande della modernità. Non scrive soltanto una storia di paura: scrive il trauma della creazione, della perdita, della solitudine, della responsabilità. E forse proprio per questo la sua creatura è così viva: perché nasce da una ragazza che conosceva già il peso dell’assenza.

Quando si dice che Frankenstein; or, The Modern Prometheus è, per convenzione, uno dei primi grandi romanzi di fantascienza — per molti addirittura il primo — bisogna capire bene cosa si intende. Non siamo davanti a un’astronave, a un pianeta lontano o a un futuro tecnologico. Siamo davanti a qualcosa di più radicale: un racconto in cui l’orrore nasce da una domanda scientifica moderna. Che cos’è la vita? Può l’uomo produrla? E soprattutto: se l’uomo riesce a creare qualcosa, è anche moralmente pronto ad assumersene la responsabilità? Il romanzo è gotico, filosofico, romantico, ma contiene già il nucleo più profondo della fantascienza: non la meraviglia della tecnologia, bensì le conseguenze umane, etiche e spirituali del suo uso. L’autorevole enciclopedia Britannica definisce il romanzo una combinazione di racconto gotico e fantascienza, e indica Mary Shelley come una tappa fondamentale nell’evoluzione del genere.

La nascita del mito è quasi cinematografica prima ancora del cinema. Estate 1816, Villa Diodati, sulle rive del lago di Ginevra. È il famoso soggiorno in cui Mary Godwin — questo era il suo nome all’epoca, prima di diventare Mary Shelley dopo il matrimonio con il poeta Percy Bysshe Shelley, celebrato pochi mesi più tardi — Percy Shelley, Lord Byron, John Polidori e Claire Clairmont si trovano chiusi in casa dal maltempo, tra conversazioni, letture e racconti dell’orrore. Byron propone una sfida: scrivere una storia di fantasmi. Da quell’atmosfera nascono due figure destinate a cambiare l’immaginario occidentale: il vampiro moderno, con Polidori, e Frankenstein, con Mary Shelley. Ma la vera scintilla non è solo la tempesta. È il tempo storico. L’Europa sta discutendo di elettricità, galvanismo, anatomia, morte apparente, rianimazione, limiti della scienza. La paura antica dei fantasmi incontra la nuova paura del laboratorio.

Il sottotitolo, Il moderno Prometeo, è già un programma morale. Prometeo è la figura mitica che sfida il divino, ruba il fuoco, porta agli uomini una conoscenza proibita e paga per questo un prezzo terribile. Victor Frankenstein è un Prometeo moderno perché vuole strappare alla natura il segreto della vita. Ma Mary Shelley non scrive un semplice castigo contro la scienza. Sarebbe una lettura troppo povera. Il romanzo non dice: non conoscere. Dice: non creare senza amare ciò che hai creato. Non aprire una porta se poi fuggi davanti a ciò che hai fatto entrare nel mondo. Il peccato di Victor non è soltanto aver assemblato un corpo e averlo animato; il suo vero fallimento è l’abbandono. La creatura nasce e trova, come primo sguardo sul mondo, il disgusto del padre. Da quel momento non è ancora un mostro: è un neonato respinto.

E qui bisogna demolire l’immagine più comoda: la creatura di Mary Shelley non è un bruto muto. È intelligente, sensibile, capace di osservare, imparare, soffrire, ragionare. Impara il linguaggio spiando la famiglia De Lacey, scopre la tenerezza guardando gli uomini da lontano, legge, interpreta, si educa. Non nasce violenta. Nasce sola. La sua mostruosità non è immediata: è una costruzione lenta, una risposta deformata al rifiuto. È come se Mary Shelley ci dicesse che il mostro non è solo ciò che appare diverso, ma ciò che una società senza pietà contribuisce a fabbricare. La creatura guarda gli uomini, li ammira, desidera essere accolta da loro; ma ogni volta il suo volto precede la sua voce. Nessuno lo ascolta prima di giudicarlo.

La sua frase più potente resta una delle più tragiche della letteratura: egli dice a Victor che avrebbe dovuto essere il suo Adamo, ma di essere diventato piuttosto l’angelo caduto. In quella immagine c’è tutto: il figlio senza padre, la creatura senza creatore, l’uomo senza comunità, l’innocente che scopre il male perché nessuno gli ha insegnato il bene attraverso l’amore. La creatura non chiede subito vendetta. Chiede riconoscimento. Chiede un posto. Chiede una relazione. Vuole che Victor lo guardi non come errore tecnico, ma come essere vivente. E questo rende il romanzo molto più inquietante: perché la domanda non è “chi è il mostro?”, ma “quante volte il mostro nasce dallo sguardo degli altri?”.

Victor Frankenstein, da parte sua, è una figura più complessa del classico “scienziato pazzo”. Non è semplicemente folle: è brillante, fragile, narcisista, divorato dall’ambizione e incapace di reggere le conseguenze emotive della propria scoperta. Vuole generare la vita, ma senza la fatica della cura. Vuole la gloria della creazione, ma non la responsabilità della paternità. In questo senso è modernissimo. Victor è l’uomo che innova prima di interrogarsi sul dopo. È il ricercatore che confonde il possibile con il giusto. È il padre che dà origine a qualcosa e poi lo considera un problema da rimuovere. Per questo Frankenstein continua a parlarci ogni volta che una tecnologia promette di cambiare il mondo: intelligenza artificiale, biotecnologie, ingegneria genetica, robotica, medicina estrema. La questione non è mai soltanto: possiamo farlo? La domanda vera è: chi risponderà di ciò che avremo fatto?

Il legame con la scienza dell’epoca è decisivo. Il galvanismo, cioè l’uso dell’elettricità per provocare contrazioni nei tessuti muscolari, aveva colpito profondamente l’immaginazione del tempo. Gli esperimenti di Luigi Galvani e le dimostrazioni successive di Giovanni Aldini alimentarono l’idea che l’elettricità potesse essere collegata al principio vitale. Mary Shelley non scrive un trattato scientifico, ma intercetta perfettamente quell’ansia culturale: il cadavere non è più soltanto materia morta, diventa confine. E il laboratorio diventa una nuova cattedrale rovesciata, dove l’uomo non prega più per ricevere il miracolo, ma tenta di produrlo.

C’è poi un altro elemento spesso dimenticato: Frankenstein è anche un romanzo sulla voce. La creatura viene resa mostruosa dal cinema perché spesso viene privata della parola. Ma nel romanzo parla, e parla benissimo. Racconta se stessa. Argomenta. Accusa. Supplica. Ricostruisce la propria educazione sentimentale e morale. La sua eloquenza è fondamentale perché costringe il lettore a un disagio: non possiamo liquidarlo come bestia. Se parla, pensa. Se pensa, soffre. Se soffre, ci riguarda. Le prime grandi trasposizioni teatrali e poi cinematografiche hanno progressivamente spostato l’immagine pubblica verso il corpo muto, deformato, aggressivo. Il cinema del 1931, con Boris Karloff, ha fissato un’icona potentissima, ma molto diversa dalla creatura letteraria di Shelley. Da lì in avanti, per milioni di spettatori, Frankenstein non sarà più soltanto un romanzo: diventerà una sagoma, un volto, un’ombra riconoscibile anche da chi non ha mai aperto il libro.

La domanda morale, però, resta scomoda: la creatura è innocente? No, non fino in fondo. Uccide. Si vendica. Colpisce chi Victor ama. Trasforma il proprio dolore in distruzione. Mary Shelley non la assolve completamente, e proprio per questo la rende grande. Se fosse solo vittima, sarebbe una figura patetica. Se fosse solo carnefice, sarebbe un mostro banale. Invece è entrambe le cose: vittima diventata colpevole, escluso diventato minaccia, figlio abbandonato che impara il linguaggio dell’odio. La sua tragedia è che ha ragione nella ferita e torto nella risposta. È stato respinto ingiustamente, ma sceglie poi di far pagare il proprio dolore agli innocenti. Qui il romanzo diventa adulto, durissimo: comprendere il mostro non significa giustificarlo. Significa capire quale catena di responsabilità lo ha portato lì.

L’attualità di Frankenstein sta proprio in questo cortocircuito. Ogni epoca crea i propri “mostri” e poi finge di non riconoscerli. Li produce con l’esclusione, con il pregiudizio, con l’abbandono, con l’ossessione della prestazione, con il culto dell’apparenza, con la scienza senza coscienza, con la famiglia senza cura, con la società che giudica prima di ascoltare. Poi, quando quei mostri ritornano, ci si stupisce della loro rabbia. Mary Shelley, a diciotto anni, aveva già intuito una verità spaventosa: la creatura non nasce soltanto nel laboratorio di Victor, ma nello sguardo di chi la rifiuta. Il laboratorio dà il corpo; il mondo dà la ferita.

Ecco perché Frankenstein non è soltanto horror. È una parabola sulla responsabilità. È una riflessione sulla nascita, sulla maternità negata, sulla paternità fallita, sulla diversità, sulla solitudine, sulla conoscenza, sulla colpa. Dentro il romanzo si sente anche l’incubo di una generazione senza madre: Victor vuole creare la vita cancellando il femminile, sostituendo al grembo il laboratorio, alla relazione il procedimento, alla cura l’esperimento. Ma una nascita senza accoglienza diventa trauma. Una creazione senza amore diventa condanna. Anche per questo il romanzo è molto più moderno di tante sue imitazioni: non teme la scienza in sé, teme l’arroganza di chi crea senza legame.

Frankenstein è anche un grande mito dell’identità. La creatura non ha nome perché non ha posto. E non avere un nome significa non essere riconosciuti. Victor gli dà la vita biologica, ma non gli dà una storia, una famiglia, una lingua affettiva, una possibilità sociale. La creatura deve imparare tutto rubando frammenti: parole ascoltate da lontano, gesti spiati dietro una parete, libri trovati per caso, emozioni dedotte osservando gli altri. È un essere nato adulto nel corpo e neonato nello spirito. La sua deformità più terribile non è fisica: è l’assenza di appartenenza.

Per questo la domanda “conosci veramente Frankenstein?” ha una risposta meno ovvia di quanto sembri. Se per Frankenstein intendiamo il mostro dalla fronte piatta, forse conosciamo soprattutto la sua maschera. Se intendiamo Victor, conosciamo l’uomo che ha osato creare e non ha saputo amare. Se intendiamo la creatura, conosciamo uno degli esseri più soli della letteratura occidentale. Se intendiamo il mito, allora Frankenstein siamo noi ogni volta che costruiamo qualcosa più grande della nostra coscienza e poi fingiamo che non ci appartenga.

La grandezza del romanzo sta nel non darci una via d’uscita pulita. Victor è colpevole, ma anche tormentato. La creatura è vittima, ma anche assassina. La scienza è promessa, ma anche pericolo. La società è giudice, ma anche complice. E il lettore resta nel mezzo, costretto a guardare il mostro e a domandarsi se la sua vera paura sia la deformità dell’altro o la somiglianza segreta con noi.

Alla fine, Frankenstein non è la storia di un uomo che crea un mostro. È la storia di un uomo che crea una vita e poi le nega l’amore. È la storia di una creatura che chiede di essere vista e viene trasformata in incubo. È la storia di una modernità che nasce già ferita, perché possiede il fuoco di Prometeo ma non sa ancora usarlo senza bruciare qualcuno.

E forse è per questo che Frankenstein non muore mai. Perché ogni generazione, prima o poi, costruisce il suo laboratorio, accende la sua scintilla, apre gli occhi davanti alla propria creatura e deve decidere se fuggire o restare. Victor fugge. Mary Shelley, invece, resta. Resta lì, davanti al mostro, e ci obbliga ancora oggi a fare la cosa più difficile: ascoltarlo.