SULLE PISTE DEL FANTA-WESTERN TELEVISIVO di Michele Tetro

da | Mag 23, 2026 | Cinema e Televisione, Fantascienza e Fantasy

Il sogno della Frontiera, l’avventura in territori sconosciuti, ostili e pericolosi, il confronto con il “diverso”, lo scontro fra culture, il rapporto uomo-natura, il senso dell’onore e del coraggio, il rispetto delle regole in ambienti selvaggi, la fiducia nella giustizia che sola può garantire un assetto sociale, la sopravvivenza dei pionieri, la contrapposizione tra “buono” e “cattivo”… sono tutti elementi che ritroviamo nel genere western, fortemente caratterizzanti dello stesso. Sono anche istanze basilari di ogni tipo di epica, e il western è un’epica moderna, tutta americana, qualcosa quindi che sfuma nel fantastico, nel mito, che è alla base appunto anche di altri generi connotati da questi due elementi, cioè principalmente fantasy e fantascienza (che nella sua specifica valenza di space-opera sposta su altri mondi il mito della Frontiera, senza contare quanto l’iconografia e gli elementi classici del West sia stati importante per il look di pellicole come Guerre stellari, Interceptor-Il guerriero della strada, Serenity).

Ovvio quindi che un connubio tra western e genere fantastico desse risultati interessanti e non antipodici, per quanto in numero non elevatissimo, almeno fino ai giorni nostri, connotati cinematograficamente da una sempre maggior fusione di generi e di mode, neppure così recente, se pensiamo a L’impero fantasma (The Phantom Empire, di Otto Brower e B. Revees Eason), un serial di 12 episodi, unito poi in un film di montaggio, uscito nel 1935, che vede il cowboy-canterino Gene Autry, dal suo ranch fornito di postazione radiofonica, imbattersi nel fantastico e ultra-tecnologizzato regno sotterraneo di Murania e affrontare la sua perfida regina e i suoi schiavi-robot. La contaminazione western-fantascienza ha prodotto, in seguito, opere filmiche anche di alta qualità, che potremmo ripartire in tre gruppi: quello che storicamente e geograficamente appartiene più propriamente al western, con “iniezioni” fantastiche a cambiare gli elementi in gioco, quello invece più spiccatamente fantascientifico ma in grado di veicolare tematiche, situazioni o semplici riferimenti iconografici incontrovertibilmente western, e quello che fa un po’ da ponte tra i due, con un tema portante fantascientifico (il viaggio nel tempo) che s’innesta in un’ambientazione, un contesto temporale e una trama peculiarmente western. Al primo gruppo possiamo fare rientrare pellicole come La vendetta di Gwangy di Jim O’Connolly (1968), con i cowboy del Nuovo Messico di inizio Novecento in lotta con un dinosauro sopravvissuto sino ai tempi moderni, Sfida a White Bufalo di Jack Lee Thompson (1977), che vede i personaggi storici Wild Bill Hickok e Crazy Horse allearsi per sconfiggere, ciascuno per forti motivi personali, un mostruoso bisonte bianco che impazza seminando morte e distruzione, il recente Cowboys & Aliens di Jon Favreau (2011), l’epico sconto tra gli uomini della Frontiera del 1880, banditi, messicani e allevatori di bestiame e gli invasori alieni che scavano l’oro necessario ai loro fabbisogni, utilizzando schiavi umani. Nel secondo gruppo troviamo film come Il mondo dei robot di Michael Crichton (1974), di scena il parco dei divertimenti del futuro d’ambientazione western, popolato di automi che all’improvviso sfuggono alla programmazione e compiono una strage tra i turisti (con l’iconico Yul Brynner nel ruolo di un implacabile killer robotico che provocatoriamente è la versione senz’anima del probo Chris Adams di I magnifici sette, interpretato sempre dal calvo divo nel film di John Sturges del 1960), Atmosfera Zero di Peter Hyams (1980), sorta di remake tecnologico e spaziale del classico Mezzogiorno di fuoco di Fred Zinnermann, L’uomo del giorno dopo di Kevin Costner (1997), distopia futura del dopo-bomba, con gli USA devastati dal conflitto atomico che lentamente si riprendono col rinascere del servizio postale a cavallo, in grado di ricollegare le comunità isolate e vessate da bande di predoni. Infine, nel terzo gruppo, possiamo ricordare opere come Timerider di William Dear (1982), con un moderno motociclista ipertecnologizzato sbalzato del Far West da un incidente temporale, con la sua moto che fa gola ai banditi locali per assalire le diligenze, I cacciatori del tempo di Michael Schultz (1987), in cui uno scienziato pazzo del futuro vuole cambiare il corso temporale agendo dal West del passato, e ovviamente il celebre Ritorno al futuro-Parte terza di Robert Zemeckis (1990), che suggella le avventure temporali del giovane Marty McFly e dello scienziato Doc Emmett in un conclusivo capitolo completamente ambientato nel Far West. Ma la nostra attenzione, per questo articolo, si sposterà su alcune specifiche serie televisive che hanno fatto del connubio fantascienza-western cavallo di battaglia di gran parte del loro successo.

La Frontiera nel fantastico televisivo

In molti serial televisivi americani e inglesi di fantascienza, dunque, è facile trovare almeno un episodio a forte connotazione western (viaggi nel tempo o recuperi mnemonici), ma spesso si tratta solo di una “siringata” accidentale di elementi western in un contesto indiscutibilmente fantascientifico, non il contrario, dove sono i connotati fantascientifici a ridursi a meri “contorni”. In questo caso rientrano l’episodio del serial “Star Trek” Lo spettro di una pistola (con l’equipaggio della nave stellare Enterprise costretto a rivivere su un mondo alieno l’episodio storico della sfida all’OK Corral), poi quello del serial “Il prigioniero” Vivere in Armonia (Living in Harmony, di David Tomblin, 1967, in cui si cerca di estorcere informazioni all’agente dimissionario protagonista ricostruendo una fittizia realtà western, con tanto di shotdown finale), quindi una puntata della serie “UFO” Distorsioni mentali (Mindbender, di Ken Turner, 1971, con le allucinazioni di stampo western di uno dei piloti di Base Luna) e a seguire quella di “Battlestar Galactica” Occhio Rosso (The Lost Warrior, di Rod Holcomb, 1978, che culmina col duello finale tra un robot Cylon e un guerriero coloniale su un pianeta di frontiera). Il vero serial televisivo fanta-western per eccellenza sarà invece Selvaggio West (The Wild, Wild West, 104 episodi, 1965-1969), creato da Michael Garrison per l’americana CBS nel tentativo di proporre un riuscitissimo James Bond a cavallo, quindi con un’innovativa fusione di generi (fantascienza, western, spy-story, fantasy, horror e ironia) che per molti versi sembra anticipare la moda dello steampunk. La serie è ambientata prima del 1880, durante la presidenza di Ulysses S. Grant, e racconta le mirabolanti avventure di due agenti segreti al suo servizio, l’affascinante pistolero James West (Robert Conrad), sempre pronto all’azione, e l’ingegnoso scienziato Artemus Gordon (Ross Martin), esperto di travestimenti, che a bordo di un avveniristico treno-laboratorio dotato di sofisticati gadget tecnologici percorrono gli USA con lo scopo di neutralizzare ogni minaccia rivolta alla sicurezza della nazione. E i pericoli sono tanti: scienziati pazzi, invenzioni terrificanti, piani di conquista del mondo, congegni di matrice ben più che fantascientifica (cyborg, marionette viventi, macchine per produrre catastrofi, terremoti e inondazioni, droghe allucinogene, armature potenziate, carri armati, cannoni in grado di annientare città con un colpo solo, portali spazio-tempo, siero dell’invisibilità). Arci nemico per nove volte riproposto nella serie è il nano megalomane Miguelito Quixote Loveless (Michael Dunn), sempre battuto ma mai arrestato, anche se ad essere vere protagoniste dei singoli episodi sono le fantasiose invenzioni dei cattivi per sovvertire il mondo e gli altrettanto incredibili gadget dei due agenti segreti (congegni esplosivi, pistole che fuoriescono da ogni dove, pugnali eiettabili, cavi multiuso). Nonostante la gran varietà di trovate fantastiche, che potrebbero indurre a pensare ad uno spettacolo per adolescenti, la serie mantiene un livello di drammaticità non indifferente (soprattutto la prima stagione, girata in un contrastato bianco e nero) e i momenti ironici sono limitati alle battute dei due protagonisti. Col tempo comunque questa tendenza si stempererà alquanto a favore anche di una violenza visiva più edulcorata. Caratteristica di ogni singola puntata la sigla animata d’apertura, un freeze-frame nei momenti culminanti e la parola “Night” sempre presente nei titoli originali degli episodi. Ad inizio degli anni Ottanta furono realizzati, sempre coi medesimi protagonisti, due film per la TV, The Wild Wild West Revisited e More Wild Wild West, entrambi di Burt Kennedy e decisamente più propensi a fare una parodia della serie originale. Del 1999 è invece il fallimentare remake Wild, Wild West di Barry Sonnenfeld, con Will Smith nel ruolo di Jim West e Kevin Kline in quello di Artemus Gordon. Sfortunata invece serie TV I fuorilegge (Outlaws, 12 episodi, 1986-1987), prodotta da Nicholas Corea per la CBS. Nata come produzione ad alto budget e aspettative, dopo il pilota di un certo successo finì per dimezzare gli ascolti, giungendo presto alla cancellazione. Un peccato, perché si sarebbero potute giocare carte interessanti. La storia parte a Houston, 1899, e vede lo sceriffo Jonathan Grail (Rod Taylor), ex bandito, mettersi alla caccia dei vecchi compari della Banda Pike, composta da Harland Pike (William Lucking), Billy Pike (Patrick Houser), Wolfson Lucas (Charles Napier) e Isaiah McAdams (Richard Roundtree). Al momento dell’arresto, una deformazione spazio temporale li proietta tutti nel Texas del 1986. Impossibilitati a tornare 86 anni indietro nel tempo, i cinque devono fare fronte comune e confrontarsi col nuovo mondo e la sua tecnologia. Superato con difficoltà il primo attimo di sbandamento, con l’aiuto della poliziotta Maggie Randall (Cristina Belford), fondano un’agenzia investigativa che si metterà contro il crimine, lo spaccio di droga, le bande rivali, sempre dalla parte dei più deboli… e rigorosamente in abiti e armi cowboy-style!

Purtroppo questa volta la miscela western, fantascienza e detective story fa cilecca e per la serie non c’è possibilità di salvezza.

Western ai confini della realtà

Facciamo ora un salto indietro nel tempo, tra il 1959 e il 1960, quando negli USA vede la luce una delle serie televisive destinate a fare storia, anche al di fuori del genere specifico. Si tratta di Ai confini della realtà (The Twilight Zone), prodotta dal genio di Rod Serling, straordinario cesellatore di storie di ogni genere ma particolarmente predisposto al fantastico. Questa serie antologica, quindi senza personaggi fissi, impreziosita dalle sceneggiature di autori come Richard Matheson e Charles Beaumont tra gli altri, ben si prestava a un variegato spiegamento di situazioni e tematiche, non ultimo il western, all’insegna di un realismo fantastico di tipo umanistico, che solo Serling seppe proporci con originalità e partecipazione. E proprio in alcune di queste puntate ci troviamo in un contesto di “puro” western, inquinato da una iniezione fantastica tale appunto da portare le situazioni, in cui erano coinvolti personaggi comuni e quindi facili da immedesimarsi da parte dello spettatore… ai confini della realtà. Il primo episodio genuinamente western s’intitola Al Denton nel giorno del giudizio (Mr. Denton on Doomsday, diretto da Allan Reisner, 1959) e vede l’ex gunslinger Denton (Dan Duryea), ormai giunto al capolinea a causa dell’alcol, acquistare dal misterioso signor Fate (Malcolm Atterbury) una pozione magica che lo renderà per dieci secondi un tiratore dalla mira infallibile, così da poter sfidare un giovane pistolero in un duello mortale. Ma anche questi ha assunto la pozione e la sparatoria si risolve con ferite alle mani per entrambi e fine delle loro carriere di gunfighters, mentre il signor Fate si allontana, soddisfatto che nessuno abbia perso la vita… Un modello narrativo, quello della presenza non meglio definita (destino incarnato, angelo, creatura ultraterrena, a volte addirittura un alieno) che fa da deus ex macchina o da burattinaio dei personaggi implicati nella storia, che Serling riproporrà più volte nella serie.

Ancora un western, di impronta più fantascientifica stavolta, nell’episodio Esecuzione (Execution, diretto da David O. McDearmonn, 1960): il bieco criminale Joe Caswell (Albert Salmi) sta per essere impiccato nel West del 1880 quando la macchina del tempo del professor Manion (Russell Johnson), dal 1960, lo preleva per scelta casuale e lo trasporta ai giorni nostri. Caswell, spaesato, uccide lo scienziato e si avventura per le strade affollate e trafficate ma lo shock è troppo forte per lui. Tornato al laboratorio, viene ucciso in una lotta contro un ladro penetrato nel locale, che accidentalmente attiva la macchina del tempo e si ritrova nel 1880, col collo nel cappio destinato a Caswell… Tipico episodio “e giustizia per tutti”, a garanzia anche dei ristabiliti equilibri temporali.

In Polvere (Dust, diretto da Douglas Heyes, 1961), un peone messicano sta per essere giustiziato per aver involontariamente travolto una bimba col suo carro, quando appare nel villaggio il commerciante imbroglione e senza scrupoli Sykes (Thomas Gomez), che vende addirittura il cappio al boia. Davanti alla disperazione del padre dell’accusato, Sykes spaccia della comune polvere raccolta per terra come miracoloso ritrovato in grado di mutare l’odio in amore. Il povero genitore sparge ingenuamente la sabbia davanti alla gente intervenuta per l’impiccagione e miracolosamente la corda si rompe: i genitori della bambina decidono di non volere procedere oltre nell’esecuzione, padre e figlio se ne tornano a casa e Sykes risulta infine la vera “vittima” della sua polvere magica, distribuendo ai bambini poveri le sue pepite d’oro, con una gran risata… Episodio “miracoloso” e profondamente umano, con ottima caratterizzazione dei personaggi. Ancora un’anomalia temporale in Oltre la duna (A Hundred Yards Over the Rim, diretto da Buzz Kulik, 1961): Christian Horn (Cliff Robertson), padre di famiglia del 1847 a capo di una carovana diretta in California dopo un’estenuante traversata del deserto, decide di proseguire a piedi in cerca di medicine per il figlio malato, quando tutti i suoi uomini si sono ormai convinti che non esista alcuna “terra promessa”. Oltrepassata una duna, Horn si ritrova nel New Mexico del 1960, tra camion e autostrade, viene ospitato in un locale dove, compreso di essere scivolato avanti nel tempo, scopre in una enciclopedia moderna il nome del figlio, destinato a diventare un dottore benefattore dell’umanità. Capisce così di dover tornare oltre la duna, al suo tempo, con i farmaci necessari, e di poter convincere i coloni a proseguire verso la California, non più sogno perduto. Puntata emblematica che evidenzia la forza della speranza e l’esigenza di credere fino alla fine nei sogni, spesso destinati a concretizzarsi. In La via del ritorno (The Passersby, diretto da Elliott Silverstein, 1961), un sergente confederato (James Gregory), al termine della Guerra Civile Americana, si ferma alla casa di Lavinia Godwin (Joanna Linville), per riposare. Dalla donna apprende che anche suo marito era un ufficiale sudista, dato ormai per disperso in battaglia, e tanto è il suo stupore quando lo rivede sulla soglia, assieme a molti altri soldati in marcia. L’uomo però le rivela che in realtà la fila di confederati è composta da fantasmi, e che tutti, compresa lei e il sergente, sono morti nel conflitto. Di fronte alla sua incredulità, il marito prosegue nella via, promettendole di attenderla più avanti. Sarà il fantasma di Abramo Lincoln (Austin Green), ultima vittima della guerra, a convincere la donna, raggiungendola a chiusura della fila di anime: un episodio dolcemente malinconico. Sfumature horror nell’episodio La tomba (The Grave, diretto da Montgomery Pittman, 1961), in cui il bounty-killer Conny Miller (Lee Marvin), da anni sulle tracce del criminale Pinto Sykes, scopre che questi è stato ucciso in un agguato in strada e sepolto nel cimitero, dopo aver minacciato di tornare in vita se solo il suo inseguitore, Miller, si fosse avvicinato alla sua tomba. Istigato dai cittadini a visitare il tumulo, Miller si risolve ad andare, dichiarando che il suo coltello infilato nel suolo lì accanto sarebbe stato prova del suo coraggio. Il giorno dopo gli uomini vanno al cimitero, dove trovano Miller morto sulla lapide di Sykes, apparentemente colpito da infarto, il suo coltello infilato attraverso lo spolverino. La sorella di Sykes deride le ipotesi formulate dagli uomini, ben sapendo che la verità è un’altra… Puntata di atmosfera, in cui nulla è fatto vedere ma solo alluso, nella miglior tradizione di un efficace “american gothic” alla Ambrose Bierce. Ancora un’ambientazione da Guerra Civile Americana nell’episodio La valle del silenzio (Still Valley, diretto da James Sheldon, 1961). Il sergente confederato Joseph Paradine (Gary Merrill) scopre un’intera comunità di nordisti come pietrificata nel tempo e un sedicente stregone moribondo, Teague (Vaughn Taylor), che gli rivela di aver gettato un sortilegio diabolico sul nemico, paralizzandolo. Prima di morire lascia il libro d’incantesimi a Paradine, che può così mettere fine alla guerra. Dapprima non creduto dai superiori, il sergente, dopo la conferma che la sua storia è vera, si rende conto che per rendere efficace la magia deve rinnegare Dio e farsi discepolo di Satana. Questo è troppo per lui, così getta alle fiamme il libro e il giorno dopo riceve ordine di marciare su Gettysburg: un altro racconto d’impronta bierciana, molto ben realizzato. Siamo invece dalle parti della commedia brillante in La resa dei conti con Rance McGrew (Showdown with Rance McGrew, diretta da Christian Nyby, 1961), in cui una capricciosa star del cinema western, Rance McGrew (Larry Blyden) fa il bello e il cattivo tempo sul set, stornando per altro la realtà dei fatti storici. Deve così intervenire dall’aldilà Jesse James in persona (Arch Johnson) per rimettere in carreggiata il pavido attorucolo e insegnargli come le cose davvero si svolgevano ai suoi tempi. Sfidato a duello, il disperato Rance prega Jesse di non ucciderlo, in cambio di qualsiasi cosa. Quando ritorna in sé sul set, Rance vede che il suo agente è in realtà Jesse James, in foggia moderna, che si assicura che gli attori che interpretano i fuorilegge facciano il loro dovere, scaraventando come prima cosa la povera star dalla finestra del saloon…  Si torna ancora una volta alle aporie temporali in Il Settimo è fatto di fantasmi (The 7th is Made Up of Phantoms, diretto da Alan Crosland jr. 1963): l’equipaggio di un carro armato in esercitazione vicino a Little Big Horn, rimasto isolato, scopre indizi inquietanti di un loro ritorno indietro nel tempo, proprio alla vigilia del tragico scontro che vide la fine del Settimo Cavalleggeri del generale Custer, distrutto dagli indiani. I tre militari, lasciato il mezzo corazzato, s’inoltrano a piedi sul luogo della battaglia, armati solo di fucili, per poi scomparire per sempre. I compagni rinvengono il tank abbandonato e più tardi il loro comandante scopre quasi per caso i nomi dei tre dispersi sulla base del monumento dedicato ai caduti del Little Big Horn. Sempre affascinante il tema dei viaggi nel tempo, anche e soprattutto in salsa western. Per finire, Il signor Garrity e le tombe (Mr. Garrity and the Graves, diretto da Ted Post, 1964): il solito mercante truffaldino (John Dehner) giunge a Happiness, Arizona, spacciando agli ignari cittadini un fraudolento rito in grado di riportare in vita i morti. Una falsa resurrezione di un cane convince tutti ma poiché la maggior parte dei trapassati avevano lasciato conti in sospeso coi vivi che li hanno sepolti, la comunità decide di pagare Garrity per non risvegliare i defunti. Il buontempone se ne va col suo gruzzolo, senza sapere che alle sue spalle i morti si sono davvero risvegliati dal loro sonno eterno, commentando che certi trafficoni non dovrebbero sottovalutare le loro vere capacità… una fantasia horror colta in un contesto brillante, impreziosita dalla sua ambientazione western.