STASERA SU BSO CHANNEL LO SPECIALE PER I 50 ANNI DI “SPAZIO 1999” a cura della Redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

STASERA SU BSO CHANNEL LO SPECIALE PER I 50 ANNI DI “SPAZIO 1999” a cura della Redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

Questa sera, mercoledì 23 settembre alle 20:30, tornano dopo la pausa estiva i FANTA-MERCOLEDÌ DI BSO CHANNEL, l’appuntamento settimanale dedicato alla programmazione de IL MONDO DELLA FANTASCIENZA. La ripartenza è affidata a un evento speciale: una puntata di TALES FROM THE FUTURE – RACCONTI DAL FUTURO interamente dedicata ai 50 anni di SPAZIO 1999, una delle serie che più profondamente hanno segnato l’immaginario fantascientifico televisivo. Il programma di intrattenimento e divulgazione torna con il suo terzo appuntamento per ripercorrere la storia, il fascino e l’eredità della celebre serie britannica, ma anche per guardare oltre la celebrazione e interrogarsi sul suo possibile futuro. Una parte importante della trasmissione sarà dedicata alla Convention ufficiale di Londra 2024, documentata direttamente sul posto per IL MONDO DELLA FANTASCIENZA dai Fanta-Amici GIUSEPPE TURDO, AGNESE CARAVAGGIO e MASSIMILIANO MALERBA. Nel corso della serata saranno proposti video esclusivi, immagini, curiosità e testimonianze raccolte durante l’evento, offrendo al pubblico uno sguardo privilegiato sul mondo che continua a ruotare intorno a SPAZIO 1999 a mezzo secolo dalla sua nascita. Alla puntata partecipano AGNESE CARAVAGGIO, MASSIMILIANO MALERBA, GIUSEPPE TURDO e MICHELE TETRO. Conduce KAPPA. L’appuntamento è quindi per questa sera alle 20:30 su BSO CHANNEL, partner ufficiale del canale YouTube IL MONDO DELLA FANTASCIENZA ed esclusivista per la trasmissione della sua programmazione. IL MONDO DELLA FANTASCIENZA fa parte del Gruppo FANTACON PRODUCTION E.T.S., associazione del Terzo Settore impegnata nella diffusione della cultura attraverso iniziative ed eventi culturali. Una serata per tornare sulla Luna, tra memoria, immagini esclusive e futuro, e per ricordare perché, cinquant’anni dopo, SPAZIO 1999 continua ancora a farci guardare verso le stelle.

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TREK FILES #99: IL COMPUTER SI DIVERTE – STASERA ALLE 21.30 CANALE YOUTUBE a cura della Redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

TREK FILES #99: IL COMPUTER SI DIVERTE – STASERA ALLE 21.30 CANALE YOUTUBE a cura della Redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

Questa sera martedì 22 settembre 2026, dalle ore 21.30, sul canale YouTube Il Mondo della Fantascienza arriva il TREK FILES “TAS” #19 dedicato a Il computer si diverte, diciannovesimo episodio della Serie Animata di Star Trek e TREK FILES #99 della produzione.
A raccontare e analizzare Il computer si diverte saranno Gabriella Cordone Lisiero, Marcello Rossi e Kappa, entrando nel vivo di uno degli episodi più curiosi, ironici e, allo stesso tempo, più anticipatori di Star Trek: The Animated Series. The Practical Joker, trasmesso negli Stati Uniti il 21 settembre 1974, parte da un’idea quasi assurda: dopo l’attraversamento di uno strano campo energetico, il computer dell’Enterprise comincia a fare scherzi all’equipaggio. Quello che sembra un gioco innocuo si trasforma però rapidamente in qualcosa di molto più serio, mettendo Kirk e i suoi uomini di fronte a una macchina che non si limita più a obbedire.
Dietro il tono apparentemente leggero si nasconde anche uno degli elementi più affascinanti dell’episodio: la Rec Room, capace di creare ambientazioni artificiali estremamente realistiche e chiara anticipazione del futuro ponte ologrammi che Star Trek: The Next Generation avrebbe reso celebre molti anni dopo. Un’intuizione che dimostra quanto la Serie Animata sapesse osare e introdurre concetti destinati a diventare fondamentali nell’evoluzione dell’universo di Star Trek.
Il TREK FILES #99 sarà quindi un nuovo viaggio tra analisi, curiosità, retroscena e memoria trek, alla scoperta di un episodio che diverte ma che, sotto la superficie, racconta già il rapporto sempre più complesso tra uomo e tecnologia. Dopo novantanove tappe, I TREK FILES si preparano ad aprire un nuovo capitolo della loro storia. Prima, però, c’è ancora una missione da affrontare a bordo dell’Enterprise. E questa volta il pericolo non arriva da un pianeta ostile, da una nave nemica o da una creatura sconosciuta: è già dentro il cuore della nave, conosce ogni corridoio, controlla ogni sistema e ha deciso di divertirsi. Il problema è che, quando a scherzare è il computer dell’Enterprise, nessuno può sapere fino a che punto finirà per spingersi.

DISPONIBILE DALLE 21.30:

https://www.youtube.com/watch?v=modM_sALg9c

QUEL 18 SETTEMBRE 1964, QUANDO DEBUTTÒ LA FAMIGLIA ADDAMS a cura della Redazione

QUEL 18 SETTEMBRE 1964, QUANDO DEBUTTÒ LA FAMIGLIA ADDAMS a cura della Redazione

Il 18 settembre 1964 bastarono poche note di clavicembalo, due schiocchi di dita e una casa popolata da individui che qualunque vicino avrebbe preferito osservare da lontano. Sulla ABC debuttava negli Stati Uniti The Addams Family e la televisione americana scopriva una famiglia che amava tutto ciò che gli altri temevano: il buio, i cimiteri, le torture medievali, le piante carnivore e una quantità imprecisata di oggetti potenzialmente letali. La cosa più sorprendente, però, era un’altra. Gli Addams erano felici. Non erano nati per la televisione. Le loro origini risalivano al 1938, quando il disegnatore Charles Addams aveva cominciato a far apparire sulle pagine del New Yorker alcuni membri di una stravagante famiglia dal gusto decisamente macabro. Nei suoi disegni vivevano in una grande casa gotica, consideravano perfettamente normali situazioni che per chiunque altro sarebbero state inquietanti e rovesciavano con eleganza le convenzioni della famiglia americana modello.

Quei personaggi non possedevano ancora nemmeno i nomi con i quali sarebbero diventati famosi: fu proprio l’adattamento televisivo del 1964 a battezzare Gomez, Morticia, Wednesday, Pugsley, Fester, Grandmama e Lurch.

La serie sviluppata per la televisione da David Levy prese quell’umorismo nero e lo trasformò in una sitcom da mezz’ora. Il primo episodio, The Addams Family Goes to School, andò in onda proprio venerdì 18 settembre e mise subito a fuoco il meccanismo che avrebbe sostenuto gran parte dello spettacolo. Un funzionario scopre che Wednesday e Pugsley non frequentano la scuola pubblica e tenta di ricondurre la famiglia verso ciò che la società considera normale. Il problema è che, dal punto di vista degli Addams, sono gli altri a essere incomprensibilmente strani.

John Astin costruì un Gomez incontenibile, elegante, appassionato di scherma e follemente innamorato della moglie. Carolyn Jones, con il lungo abito nero e una presenza quasi ipnotica, fece di Morticia qualcosa di molto più interessante della semplice signora di una casa infestata. Tra i due esisteva una complicità affettuosa e sensuale insolita per la televisione familiare americana di quegli anni: mentre tante coppie delle sitcom sembravano governate dalla routine domestica, Gomez continuava a comportarsi come un uomo perdutamente innamorato.

Attorno a loro c’era una galleria difficilmente dimenticabile. Jackie Coogan, che da bambino era stato al fianco di Charlie Chaplin ne Il monello, diventò lo zio Fester; Ted Cassidy, alto più di due metri, diede corpo e voce al monumentale Lurch; Lisa Loring interpretò Wednesday e Ken Weatherwax suo fratello Pugsley. C’erano poi Grandmama e soprattutto Thing, la Mano che compariva da scatole e contenitori per consegnare la posta, accendere sigari o risolvere piccoli problemi domestici. Nel corso delle due stagioni, quell’insieme di personaggi finì per creare una delle famiglie più immediatamente riconoscibili della storia della televisione.

A completare tutto arrivò la sigla composta da Vic Mizzy. Quelle poche battute accompagnate dallo schioccare delle dita sono sopravvissute persino a molte persone che non hanno mai visto un episodio completo della serie. La musica spiegava già quale fosse il tono dello spettacolo: macabro, certo, ma mai realmente spaventoso.

La prima Famiglia Addams durò soltanto due stagioni. In tutto furono prodotti 64 episodi, dal 1964 al 1966. Non fu, durante la programmazione originale, il fenomeno travolgente che la memoria collettiva potrebbe far immaginare; nella prima stagione dovette anche confrontarsi con The Munsters, altra famiglia mostruosamente comica arrivata sugli schermi americani nello stesso periodo. Eppure la cancellazione non segnò affatto la fine degli Addams. Le repliche continuarono a circolare e, con il passare degli anni, ciò che era sembrato una sitcom bizzarra divenne un pezzo stabile della cultura popolare.

Da lì sarebbero arrivati nuove serie animate e televisive, i film diretti da Barry Sonnenfeld negli anni Novanta con Anjelica Huston, Raul Julia, Christopher Lloyd e Christina Ricci, un musical, due lungometraggi d’animazione e infine Wednesday, che avrebbe riportato quel mondo al centro dell’attenzione di una nuova generazione. Ogni versione ha cambiato qualcosa, ma il nucleo inventato da Charles Addams è rimasto sorprendentemente resistente.

Forse perché dietro bare, ragnatele e strumenti di tortura c’era fin dall’inizio una piccola provocazione. Gli Addams apparivano mostruosi secondo ogni convenzione estetica, ma erano uniti, affettuosi, fedeli gli uni agli altri e perfettamente a proprio agio con ciò che erano. Non cercavano di essere accettati e non sentivano alcun bisogno di diventare normali.

Quel 18 settembre 1964 la televisione aprì per la prima volta la porta della loro casa. Sessant’anni dopo continuiamo a entrarci.

E quando partono quelle note e arrivano i due inevitabili schiocchi di dita, sappiamo ancora perfettamente chi ci aspetta dall’altra parte.

QUEL 17 SETTEMBRE 1966 L’ORION DECOLLÒ, E ANCHE L’EUROPA CONQUISTÒ LO SPAZIO a cura della Redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

QUEL 17 SETTEMBRE 1966 L’ORION DECOLLÒ, E ANCHE L’EUROPA CONQUISTÒ LO SPAZIO a cura della Redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

Il 17 settembre 1966 la televisione della Germania Ovest mandò in onda qualcosa che fino a quel momento non aveva mai osato realizzare: una grande serie di fantascienza ambientata nello spazio. Si intitolava Raumpatrouille – Die phantastischen Abenteuer des Raumschiffes Orion, da noi diventata Le avventure dell’astronave Orion, e quella sera il pubblico tedesco vide per la prima volta il comandante Cliff Allister McLane portare la sua nave verso le profondità del cosmo. La data è impressionante. Soltanto nove giorni prima, l’8 settembre, negli Stati Uniti aveva debuttato Star Trek. Il giorno successivo era arrivato The Time Tunnel. Ora, il 17 settembre, partiva anche l’Orion. Nel giro di appena dieci giorni, quasi senza che una produzione potesse sapere davvero cosa stesse facendo l’altra, tre serie destinate a diventare simboli della fantascienza televisiva avevano aperto contemporaneamente tre porte sull’impossibile.

Definire però l’Orion una sorta di Star Trek tedesco sarebbe riduttivo e storicamente sbagliato. La serie era già stata progettata e realizzata quando l’Enterprise di Gene Roddenberry comparve sugli schermi americani: le scenografie erano state preparate alla Bavaria già nel 1965. Era dunque una creazione autonoma, nata dall’immaginario europeo degli anni Sessanta e capace di costruire un futuro sorprendentemente personale. Siamo intorno all’anno 3000. Gli Stati nazionali non esistono più, l’umanità vive anche in città sommerse e possiede una flotta spaziale incaricata di difendere la Terra e le sue colonie. Tra i suoi ufficiali c’è Cliff Allister McLane, interpretato da Dietmar Schönherr: comandante brillante, coraggioso, insofferente alle regole e talmente incline all’insubordinazione da essere trasferito per punizione al servizio di pattugliamento. A controllarlo viene assegnata l’inflessibile ufficiale della sicurezza Tamara Jagellovsk, interpretata da Eva Pflug. La loro contrapposizione diventa uno dei motori della serie proprio mentre compare una minaccia sconosciuta: i misteriosi Frogs, esseri extraterrestri decisi a colpire l’umanità.

Ma la vera meraviglia era l’Orion stessa. Nel 1966 portare sul piccolo schermo un incrociatore spaziale, battaglie cosmiche, basi extraterrestri e città sottomarine significava affrontare problemi tecnici enormi. La produzione rispose con una fantasia quasi sfacciata. Nella plancia di comando vennero trasformati in apparecchiature futuristiche oggetti assolutamente terrestri: ferri da stiro, temperamatite, soffioni per doccia, bicchieri di plastica e componenti di uso quotidiano. Inseriti nelle scenografie progettate sotto la responsabilità di Rolf Zehetbauer, illuminati e fotografati in un rigoroso bianco e nero, diventavano però credibili strumenti di una tecnologia del futuro. È uno dei grandi paradossi dell’Orion: oggi possiamo riconoscere alcuni di quegli oggetti e sorridere, ma l’insieme continua ad avere un’identità visiva fortissima, molto più originale di tante scenografie costose costruite decenni dopo.

Anche il mondo raccontato dalla serie possedeva qualcosa di particolare. Non era l’universo ottimista e multicolore dell’Enterprise, ma un futuro più severo, militarizzato, burocratico, attraversato continuamente dal conflitto tra disciplina e iniziativa individuale. McLane salva la situazione proprio perché tende a fare ciò che ritiene necessario invece di ciò che gli viene ordinato. Accanto all’avventura c’erano ironia, schermaglie tra uomini e donne, autorità spesso paralizzate dalle proprie procedure e perfino momenti di vita mondana nello Starlight Casino, locale sottomarino nel quale si ballava il celebre futuristico Galyxo. Era una fantascienza che immaginava il terzo millennio portandosi inevitabilmente dietro l’eleganza, le tensioni e perfino il gusto musicale dell’Europa degli anni Sessanta.

E proprio la musica contribuì enormemente alla sua personalità. Peter Thomas costruì per l’Orion una colonna sonora fatta di jazz, elettronica, fiati e ritmi quasi da nightclub spaziale, lontanissima dalla solennità orchestrale normalmente associata ai viaggi cosmici. Bastano poche battute del tema principale per riconoscere immediatamente quell’universo. Immagini, suoni e scenografie finirono così per creare qualcosa che non assomigliava davvero a nessun’altra serie dell’epoca.

L’esperimento durò incredibilmente poco. Furono prodotti soltanto sette episodi di circa un’ora, trasmessi dalla ARD ogni due settimane dal 17 settembre al 10 dicembre 1966. Eppure il successo fu enorme: secondo Bavaria Film, gli ascolti arrivarono fino al 56 per cento, facendo della serie un autentico fenomeno televisivo. La sua brevità non ne cancellò il ricordo; al contrario, contribuì probabilmente a trasformarla in un oggetto di culto, continuamente riproposto dalla televisione tedesca e capace di generare romanzi, pubblicazioni e, molti anni dopo, persino una versione cinematografica ricavata dal materiale originale.

In Italia il rapporto con l’Orion fu più complicato. I sette episodi vennero doppiati e trasmessi integralmente dalla Televisione della Svizzera Italiana nel 1972, mentre la Rai nel 1974 ne propose soltanto quattro, all’interno della TV dei ragazzi, con il titolo Le avventure dell’astronave Orion. Una programmazione parziale che non aiutò il pubblico italiano a comprendere pienamente l’universo della serie, ma fu comunque sufficiente perché quelle immagini rimanessero nella memoria di molti spettatori.

Sette episodi. Nient’altro. Eppure sono bastati.

Perché quel 17 settembre 1966 non partì soltanto un’astronave immaginaria. Per la prima volta la televisione tedesca dimostrò di poter costruire un futuro intero, mandare uomini tra le stelle e competere con l’immaginario fantascientifico che stava esplodendo dall’altra parte dell’Atlantico. Nel giro di nove giorni erano comparsi Star Trek, The Time Tunnel e l’Orion: tre serie diversissime, nate indipendentemente e quasi contemporaneamente, come se nel settembre del 1966 la televisione avesse improvvisamente deciso che la Terra non bastava più.

E mentre l’Enterprise cominciava il suo viaggio di cinque anni e Tony e Doug precipitavano attraverso il tempo, dall’Europa un’altra voce annunciava che ciò che allora sembrava ancora una favola avrebbe potuto un giorno diventare realtà.

Poi l’Orion accese i motori.

13 SETTEMBRE 1999: IL GIORNO IN CUI LA LUNA LASCIÒ LA TERRA a cura della Redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

13 SETTEMBRE 1999: IL GIORNO IN CUI LA LUNA LASCIÒ LA TERRA a cura della Redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

Ci sono date che non hanno cambiato la storia, eppure sono rimaste impresse nella memoria di intere generazioni come se fosse accaduto davvero qualcosa. Il 13 settembre 1999 è una di queste. Per chi ha amato Spazio 1999, oggi non è semplicemente il 13 settembre 2026: è ancora, inevitabilmente, il giorno in cui la Luna si staccò dalla Terra. Nella finzione televisiva accade tutto in poche, drammatiche ore. Sul lato nascosto del nostro satellite l’umanità ha accumulato enormi quantità di scorie nucleari, convinta di aver trovato il luogo più sicuro dove nascondere ciò che non sa più gestire. L’energia immagazzinata diventa però instabile, le esplosioni si susseguono e infine arriva la catastrofe: la Luna viene strappata dalla propria orbita e proiettata nello spazio. Con lei partono, senza averlo scelto, gli uomini e le donne della Base Lunare Alpha.

È una premessa scientificamente impossibile, naturalmente. Ma dopo più di cinquant’anni è evidente che non sia questo il punto. La forza di Spazio 1999 non è mai stata nella previsione esatta del futuro. È stata, semmai, nella capacità di trasformare una paura del presente in una grande immagine fantascientifica. Quando la serie venne pensata, il 1999 era ancora lontano. L’uomo aveva appena conquistato la Luna e sembrava ragionevole immaginare che, entro la fine del secolo, il nostro satellite sarebbe diventato una seconda frontiera: basi permanenti, trasporti regolari, laboratori, avamposti scientifici. Il futuro appariva abbastanza vicino da sembrare credibile e abbastanza lontano da poter essere riempito di qualunque possibilità. Quel futuro non è arrivato. Nel vero 1999 non c’era una Base Alpha, non esistevano Aquile che facevano la spola tra la superficie lunare e lo spazio, e l’uomo non viveva stabilmente fuori dalla Terra. Ma proprio per questo oggi la serie possiede un fascino che allora non poteva avere. Guardarla significa osservare il futuro immaginato dagli anni Settanta e confrontarlo con quello che abbiamo realmente costruito.

E il confronto non riguarda soltanto le tecnologie. Dietro quelle scenografie bianche, i computer pieni di pulsanti, gli schermi monocromatici e il magnifico design delle Aquile c’era una società che cominciava a guardare con meno ingenuità al progresso. La tecnologia prometteva ancora di migliorare il mondo, ma iniziava anche a mostrare il proprio lato oscuro. Energia nucleare, inquinamento, sovrappopolazione, gestione delle risorse: molte delle paure che attraversavano quegli anni finirono inevitabilmente dentro la fantascienza. In Spazio 1999 la catastrofe non arriva da una civiltà aliena. Non è un meteorite, non è un nemico sconosciuto. È l’uomo ad aver creato le condizioni per il disastro. Le scorie vengono portate sulla Luna per allontanare il problema dalla Terra. Non vengono realmente risolte: vengono semplicemente spostate altrove.

Vista dal 2026, questa idea ha perso ben poco della sua attualità. Ma il 13 settembre 1999 contiene qualcosa di ancora più profondo. In moltissima fantascienza l’umanità decide di partire. Si costruisce una nave, si sceglie una destinazione, si affronta l’ignoto. In Spazio 1999 accade l’esatto contrario. Nessuno parte volontariamente. Nessuno ha preparato un viaggio. Gli abitanti di Alpha vengono trascinati via insieme alla Luna. Non sono conquistatori dello spazio. Sono naufraghi. Ed è forse questa intuizione a rendere la serie ancora così particolare. L’Enterprise di Star Trek possiede una missione. Le grandi astronavi della fantascienza hanno quasi sempre una rotta. La Luna di Spazio 1999, invece, non sa dove sta andando. Viaggia perché non può più fermarsi.

Da quel momento ogni pianeta incontrato può rappresentare una speranza. Ogni civiltà può essere una possibilità di salvezza. Ogni mondo potrebbe diventare la nuova casa degli Alphani. Eppure il viaggio continua. Perché il tema più profondo di Spazio 1999 non è l’esplorazione. È la perdita. John Koenig, Helena Russell, Victor Bergman e gli altri non guardano l’universo con la sicurezza di chi vuole conquistarlo. Lo attraversano sapendo di avere lasciato alle spalle qualcosa che forse non rivedranno mai più. È una fantascienza più malinconica di quanto si ricordasse da ragazzi, soprattutto nella sua prima stagione, dove il cosmo appare spesso incomprensibile, immenso e quasi metafisico. L’uomo non è il centro dell’universo. È soltanto una presenza minuscola che cerca di sopravvivere dentro qualcosa di infinitamente più grande.

E poi c’è la Luna. Forse siamo talmente abituati a vederla da non renderci conto di quanto sia radicata nella nostra idea di mondo. Era lì prima delle città, prima delle nazioni, prima della storia scritta. Ha regolato calendari, guidato navigatori, alimentato religioni, leggende, poesie e sogni. Nel Novecento è diventata anche il primo altro mondo sul quale l’uomo abbia lasciato le proprie impronte. Toglierla dal cielo significa quindi molto più che provocare una catastrofe astronomica. Significa spezzare qualcosa che abbiamo sempre considerato eterno. Ed è forse per questo che l’immagine più potente di Spazio 1999 non è l’esplosione dei depositi nucleari. È ciò che viene dopo. È la Terra che si allontana, mentre gli uomini di Alpha capiscono che non possono fare nulla per tornare indietro. Il vero 13 settembre 1999 è trascorso senza che la Luna si muovesse dalla propria orbita. Da allora sono passati ventisette anni. Quel futuro che negli anni Settanta sembrava remotissimo è ormai diventato passato, mentre noi continuiamo ancora a guardare il cielo pensando a quando torneremo stabilmente sul nostro satellite. Ed è qui che la fantascienza compie uno dei suoi piccoli miracoli. Può sbagliare quasi tutte le previsioni e continuare ad avere ragione sulle domande.

Che cosa accade quando la tecnologia cresce più rapidamente della nostra capacità di controllarla? Quanto è solida la civiltà che abbiamo costruito? Che cosa rimane di noi quando perdiamo i luoghi, le persone e le certezze che chiamavamo casa? Domande che il 13 settembre 1999 lasciò in sospeso. Oggi la Luna è ancora al suo posto. Possiamo alzare gli occhi e trovarla esattamente dove dovrebbe essere. Ma per chi, almeno una volta, ha attraversato l’universo insieme agli uomini e alle donne di Base Alpha, ogni 13 settembre conserva qualcosa di diverso. Perché da qualche parte, nella geografia impossibile della fantascienza, quella Luna si è davvero staccata dalla Terra.

E continua ancora a viaggiare.

QUEL 10 SETTEMBRE: CINQUE COMPLEANNI NEL SEGNO DEL FANTASTICO a cura della Redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

QUEL 10 SETTEMBRE: CINQUE COMPLEANNI NEL SEGNO DEL FANTASTICO a cura della Redazione de “Il Mondo della Fantascienza”

Da Star Trek a Harry Potter, passando per il cyberpunk e la storia dei videogiochi: il 10 settembre riunisce alcuni nomi importanti della cultura fantastica.

Il calendario, ogni tanto, regala incroci curiosi. Il 10 settembre è una di quelle date in cui fantascienza, fantasy, cinema e videogiochi finiscono per trovarsi sulla stessa pagina, con nomi che hanno contribuito in modo molto diverso alla costruzione dell’immaginario pop degli ultimi decenni.
Il primo è Robert Wise, nato il 10 settembre 1914. La sua carriera ha attraversato generi molto differenti, ma nella fantascienza ha lasciato un segno difficile da ignorare. Nel 1951 diresse Ultimatum alla Terra, ancora oggi uno dei film simbolo della fantascienza cinematografica del dopoguerra, capace di raccontare il timore dell’ignoto e le tensioni dell’epoca senza rinunciare a un messaggio profondamente umano.

Vent’anni più tardi arrivò Andromeda, tratto dal romanzo di Michael Crichton, altra incursione importante nel genere. Ma per gli appassionati di Star Trek il nome di Wise resta inevitabilmente legato al 1979, quando fu chiamato a dirigere Star Trek: The Motion Picture, il primo film cinematografico della saga. Fu il momento in cui Kirk, Spock, McCoy e l’Enterprise passarono definitivamente dal piccolo al grande schermo, inaugurando una nuova fase della storia del franchise.
Wise morì nel 2005 dopo una carriera straordinaria, che gli aveva regalato anche due Oscar per la miglior regia con West Side Story e Tutti insieme appassionatamente. Per il pubblico della fantascienza, però, rimane anche l’uomo che seppe dare a Star Trek una dimensione visiva nuova, più grande, più solenne e dichiaratamente cinematografica.
Sempre il 10 settembre, ma nel 1953, nasceva Pat Cadigan, una delle autrici più rappresentative del cyberpunk. Nei suoi romanzi la tecnologia non è quasi mai semplice sfondo: entra nella memoria, nell’identità e nella percezione stessa dei personaggi.
Titoli come Mindplayers, Synners e Fools l’hanno resa uno dei nomi di riferimento del genere. Synners e Fools hanno entrambi ottenuto l’Arthur C. Clarke Award, confermando una scrittura capace di interrogarsi sul rapporto fra essere umano, tecnologia e realtà artificiale molto prima che questi temi diventassero parte della discussione quotidiana.
Nel 2026 Pat Cadigan compie 73 anni, e rileggere oggi alcune delle sue intuizioni fa un certo effetto: identità digitali, confini sempre più incerti tra reale e virtuale, tecnologia come estensione della mente. Temi che sembravano futuristici e che oggi appaiono molto meno lontani.
Il 10 settembre 1958 nasce invece Chris Columbus. Il suo nome è legato soprattutto al grande cinema per famiglie, ma la sua carriera attraversa in pieno quell’immaginario fantastico che ha formato generazioni di spettatori.
Prima di diventare uno dei registi più popolari di Hollywood, Columbus firmò le sceneggiature di Gremlins, I Goonies e Piramide di paura. Tre titoli molto diversi tra loro, ma entrati stabilmente nella cultura pop degli anni Ottanta.
Anni dopo arrivò un’altra tappa fondamentale: la regia dei primi due film di Harry Potter, La pietra filosofale e La camera dei segreti. Due pellicole decisive nel trasformare Hogwarts, Diagon Alley e il mondo creato da J.K. Rowling in immagini destinate a diventare immediatamente riconoscibili in tutto il mondo.
Nel 2026 Columbus compie 68 anni, con una filmografia che continua a essere legata a quella particolare idea di cinema fantastico capace di mescolare avventura, meraviglia e racconto di formazione.
Il 10 settembre è una data importante anche per chi è cresciuto con una console tra le mani. Nel 1941 nasceva infatti Gunpei Yokoi, uno degli uomini più importanti nella storia di Nintendo.
Yokoi contribuì alla nascita dei Game & Watch e soprattutto del Game Boy, la console portatile che avrebbe cambiato per sempre il modo di giocare. Ma il suo nome è legato anche a produzioni come Metroid e Kid Icarus.
Proprio Metroid merita un posto particolare nella storia della fantascienza videoludica. Pianeti alieni, laboratori abbandonati, creature ostili e una protagonista come Samus Aran hanno costruito un universo capace di fondere fantascienza, esplorazione e atmosfere quasi horror.
Yokoi morì nel 1997, ma la sua influenza sul mondo dei videogiochi resta enorme. Molte delle idee che guidavano il suo lavoro, a partire dall’uso intelligente di tecnologie già esistenti per creare nuove forme di intrattenimento, continuano ancora oggi a essere associate alla filosofia Nintendo.
E per chiudere si torna ancora una volta a Star Trek. Il 10 settembre 1984 nasceva infatti Harry Treadaway, attore britannico che i fan della saga conoscono soprattutto per il ruolo del romulano Narek nella prima stagione di Star Trek: Picard.
Narek è uno dei personaggi coinvolti nella vicenda dei sintetici, dei Romulani e della misteriosa Zhat Vash che attraversa l’intera prima stagione della serie con Patrick Stewart. Un personaggio ambiguo, diviso tra missione, manipolazione e sentimenti, inserito in uno dei capitoli più discussi del ritorno televisivo di Jean-Luc Picard.
Nel 2026 Treadaway compie 42 anni.
Robert Wise, Pat Cadigan, Chris Columbus, Gunpei Yokoi e Harry Treadaway: cinque percorsi diversissimi, riuniti dallo stesso giorno e da un filo che attraversa cinema, letteratura, videogiochi e televisione.


Per il 10 settembre, insomma, gli appassionati del fantastico hanno più di un compleanno da ricordare.