
Oggi, 11 giugno 2026, il calcio torna a fare ciò che gli riesce meglio: illudere il mondo di poter parlare una lingua sola. Cominciano i Mondiali, non in un solo Paese, ma in tre: Stati Uniti, Canada e Messico. È già questa la prima immagine forte del nostro tempo. Non più una nazione che apre le porte al pianeta, ma un continente intero che si trasforma in palcoscenico. Sedici città, quarantotto squadre, centoquattro partite, un mese abbondante di viaggi, inni, bandiere, televisioni accese, aeroporti pieni, alberghi occupati, sponsor ovunque e milioni di persone pronte a credere, ancora una volta, che novanta minuti possano cambiare il destino. La prima partita si gioca in Messico, nella capitale, dentro uno stadio che non è soltanto cemento e gradinate, ma memoria: l’Azteca, luogo sacro del calcio, tempio di Pelé, di Maradona, delle notti in cui il pallone sembrava più grande della vita. Eppure, per noi italiani, questo Mondiale comincia con una ferita. L’Italia non c’è.
Non è una pausa, non è un incidente isolato, non è più una disgrazia da raccontare con la solita frase “capita anche ai grandi”. È la terza assenza consecutiva. Dopo Russia 2018, dopo Qatar 2022, anche il 2026 ci vede fuori dalla porta. Una cosa che, fino a pochi anni fa, sarebbe sembrata quasi impossibile per una nazione quattro volte campione del mondo. E invece eccoci qui: spettatori di una festa che abbiamo contribuito a rendere leggendaria, ma alla quale oggi non siamo stati invitati dal campo.
Per capire quanto faccia male questa assenza bisogna ricordare che l’Italia non ha semplicemente partecipato alla storia dei Mondiali: l’ha scritta. Il 1934 e il 1938 furono gli anni delle prime due stelle, dentro un’epoca complessa, pesante, segnata anche dall’uso politico dello sport. Il 1982 fu il Mundial della resurrezione, della Spagna, di Paolo Rossi, di Bearzot, di un Paese che si riconobbe in una squadra partita tra i dubbi e arrivata nel mito. Il 2006 fu la notte di Berlino, il rigore di Grosso, Buffon, Cannavaro, Pirlo, Totti, Del Piero, Materazzi, una generazione intera che ancora oggi sa dove si trovava quando l’Italia alzò quella coppa. I Mondiali, per noi, non sono mai stati soltanto calcio. Sono stati famiglia, bar, piazze, bandiere ai balconi, clacson nella notte, padri e figli abbracciati senza vergogna. Per questo l’assenza pesa: perché non manca solo una squadra, manca un rito nazionale.
Ma sarebbe troppo comodo dare la colpa soltanto a un rigore sbagliato, a una partita storta, a un commissario tecnico, a una generazione poco brillante. Il problema è più profondo. L’Italia calcistica paga anni di ritardi, di compromessi, di poca visione. I giovani faticano a trovare spazio vero nelle prime squadre. La Serie A, pur restando un campionato importante, ha perso potere economico rispetto ad altri sistemi europei. Gli stadi sono spesso vecchi, le strutture giovanili non sempre adeguate, il rapporto tra scuola, sport e formazione resta fragile. Si parla tanto di talento, ma il talento non nasce per decreto: va cercato, protetto, allenato, fatto sbagliare, fatto crescere. In troppi casi, invece, il ragazzo italiano arriva al salto decisivo senza minuti, senza fiducia, senza continuità. Poi ci stupiamo se la Nazionale non trova più un’identità solida. Il calcio italiano ha ancora tecnica, storia, cultura tattica, passione. Ma vive spesso prigioniero del proprio passato. Guarda le vecchie coppe come reliquie e intanto il mondo corre.
E il mondo, infatti, è cambiato. I Mondiali del 1930 erano un’avventura quasi romantica. Tredici squadre, viaggi in nave, poche certezze, una coppa che sembrava più un sogno che un’industria. Oggi siamo davanti al Mondiale più grande di sempre. Quarantotto nazionali significano più inclusione, più continenti rappresentati, più Paesi che possono sognare. Ma significano anche più partite, più diritti televisivi, più biglietti, più sponsor, più consumo, più affari. Il Mondiale moderno non è soltanto una competizione sportiva: è una macchina economica gigantesca. Muove turismo, sicurezza, trasporti, edilizia, comunicazione, merchandising, piattaforme digitali. Le città ospitanti sperano in visibilità, incassi, reputazione internazionale. Gli sponsor comprano emozione e la trasformano in marchio. Le televisioni comprano tempo e lo trasformano in audience. I governi comprano immagine e la trasformano in potere.
Perché i Mondiali sono anche politica. Lo sono sempre stati. Lo erano nel 1934, quando il regime fascista capì benissimo il valore propagandistico del calcio. Lo erano nel 1978 in Argentina, con una coppa giocata mentre il Paese viveva gli anni bui della dittatura. Lo sono stati in Sudafrica nel 2010, quando il torneo rappresentò il tentativo di mostrare al mondo un continente non più raccontato solo attraverso povertà e ferite. Lo sono stati in Qatar nel 2022, tra lusso, polemiche, diritti umani, lavoratori migranti e diplomazia energetica. E lo sono oggi, in Nord America, dove Stati Uniti, Canada e Messico si presentano insieme come padroni di casa, ma dentro un quadro internazionale segnato da tensioni, frontiere, migrazioni, interessi economici e identità nazionali sempre più agitate.
Il calcio, da questo punto di vista, è uno specchio crudele. Dice al mondo quello che il mondo spesso non vuole ammettere. Ci parla di inclusione, ma vende biglietti sempre più costosi. Celebra il popolo, ma rischia di allontanare proprio il popolo dagli stadi. Parla di unità, ma vive dentro interessi geopolitici enormi. Promette progresso, ma lascia spesso dietro di sé domande difficili: chi guadagna davvero? Chi viene spostato? Chi resta fuori? Quali città migliorano davvero e quali si limitano a truccarsi per la festa? Un Mondiale può portare infrastrutture, turismo, lavoro temporaneo, visibilità internazionale. Ma può portare anche speculazione, costi pubblici, sicurezza militarizzata, quartieri trasformati in vetrine e cittadini ridotti a comparse.
Eppure, nonostante tutto questo, i Mondiali resistono. Resistono perché il calcio ha una forza che nessun comunicato ufficiale può inventare: entra nella vita delle persone. Un bambino in Ghana, un anziano in Argentina, una famiglia in Messico, un barista in Italia, un operaio in Corea, una ragazza in Canada possono guardare la stessa partita e provare, nello stesso istante, qualcosa di simile. Non uguale, ma simile. Questa è la magia. Non la purezza assoluta, perché il calcio puro forse non esiste più da decenni. Ma la capacità di creare un’emozione comune dentro un mondo frantumato.
Da Montevideo 1930 a Città del Messico 2026, i Mondiali sono passati dal viaggio in nave ai voli intercontinentali, dalla radio alla diretta globale, dal pallone pesante alla tecnologia sul fuorigioco, dal mito raccontato sui giornali alla clip che diventa virale in pochi secondi. Una volta si aspettavano le fotografie sui quotidiani. Oggi un gol viene visto, sezionato, discusso, insultato e celebrato in tempo reale da mezzo pianeta. È cambiato tutto. Ma non è cambiato il gesto originario: un uomo che corre, un altro che lo insegue, una palla che rotola, una folla che trattiene il fiato.
Forse il Mondiale è proprio questo: il teatro più popolare dell’umanità. Con i suoi eroi e i suoi mercanti, i suoi sogni e le sue contraddizioni, le sue bandiere e i suoi affari, le sue lacrime vere e le sue scenografie costruite. È una festa, ma anche un processo al nostro tempo. Ci mostra quanto siamo capaci di unirci e quanto siamo bravi a dividerci. Ci ricorda che lo sport può ancora essere bellezza, ma anche che la bellezza, quando diventa industria, va guardata con occhi svegli.
L’Italia guarderà da fuori. E forse questa è la lezione più dura. Non basta avere una storia gloriosa per restare nella storia. Bisogna meritarsela ogni volta. I Mondiali non aspettano nessuno. Passano, travolgono, incoronano, dimenticano. Oggi comincia un nuovo capitolo senza di noi, ma non senza memoria. Perché ogni Mondiale porta dentro tutti quelli che lo hanno preceduto: l’Uruguay del 1930, il Brasile di Pelé, l’Argentina di Maradona, l’Italia di Rossi e quella di Berlino, le notti magiche, le cadute, le resurrezioni.
E allora sì, oggi il mondo riparte da un pallone. Ma non è solo calcio. È economia, politica, società, identità, nostalgia, futuro. È il vecchio sogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande. Anche quando la propria Nazionale non c’è.
Anche quando resta soltanto il rumore lontano di una festa alla quale avremmo voluto partecipare.
DAI DAI!