
La televisione non nacque con un applauso. Nacque con un’immagine incerta, tremolante, quasi fantasma. Un volto appena riconoscibile, fatto di luce, corrente, fili, dischi che giravano e ostinazione umana. Prima di diventare il centro del salotto, prima di entrare nelle cucine, nei bar, nelle case popolari e nei grandi palazzi, prima di raccontare guerre, festival, allunaggi, partite, sceneggiati e varietà, la televisione fu soprattutto questo: il sogno di vedere lontano.
“Televisione” significa proprio questo: visione a distanza. Sembra una parola semplice, ma all’inizio del Novecento aveva il sapore della fantascienza. Per secoli l’uomo aveva potuto mandare lontano la voce, poi la scrittura, poi il suono. Ma l’immagine viva, il movimento, il volto, l’espressione di una persona presente in un altro luogo, quello era un altro mondo. Era come dare occhi alla radio.
Il primo grande passo teorico porta il nome di PAUL GOTTLIEB NIPKOW, ingegnere tedesco. Nel 1884 concepisce il suo “Elektrisches Teleskop”, il telescopio elettrico, poi ricordato per il celebre disco di Nipkow: un disco forato, con i fori disposti a spirale, capace di scomporre un’immagine in una sequenza di punti e linee. È un’idea ancora primitiva, ma decisiva. Perché dentro quel disco c’è già il principio fondamentale della televisione: prendere un’immagine, dividerla, trasformarla in segnale, ricostruirla altrove.
La parola “televisione”, invece, entra nella storia nel 1900, a Parigi, durante il Congresso Internazionale di Elettricità legato all’Esposizione Universale. A usarla è CONSTANTIN PERSKYI, scienziato ed elettricista russo, in una comunicazione intitolata “Télévision au moyen de l’électricité”. La parola arriva prima dell’oggetto definitivo. Come spesso accade, il linguaggio vede il futuro prima della tecnica.
Ma la televisione non ha un unico padre. Sarebbe comodo dirlo, ma sarebbe falso. La televisione è un’invenzione composta, costruita da molti. Ci sono NIPKOW e il suo disco. C’è KARL FERDINAND BRAUN, che nel 1897 dà un contributo fondamentale con il tubo a raggi catodici. C’è BORIS ROSING, che nel 1907 sperimenta sistemi con ricevitore a tubo catodico. C’è ALAN ARCHIBALD CAMPBELL-SWINTON, che nel 1908 immagina una televisione completamente elettronica. C’è CHARLES FRANCIS JENKINS negli Stati Uniti, pioniere della televisione meccanica. Ci sono VLADIMIR ZWORYKIN e PHILO T. FARNSWORTH, fondamentali nel passaggio verso la televisione elettronica. La televisione non nasce da un lampo isolato, ma da una catena di mani, menti, errori e tentativi.
Eppure, quando si cerca un momento simbolico, una stanza precisa, una data da segnare, il nome che torna è JOHN LOGIE BAIRD.
Baird era scozzese, nato nel 1888 a Helensburgh. Non era il ritratto dell’inventore ricco e protetto dall’industria. Era un uomo tenace, fragile di salute, spesso costretto a lavorare con mezzi limitati. A Londra, in Frith Street, nel quartiere di Soho, mette insieme apparecchiature che oggi sembrerebbero uscite da un laboratorio improvvisato: lampade fortissime, dischi rotanti, cellule fotoelettriche, fili, meccanismi rumorosi. Ma in quella confusione di oggetti c’è una visione chiarissima.
Il 2 ottobre 1925 Baird riesce a trasmettere un’immagine con gradazioni di tono. Prima usa la testa di un pupazzo da ventriloquo, poi passa a un volto umano. Il soggetto è WILLIAM EDWARD TAYNTON, un giovane impiegato di vent’anni. Quel ragazzo entra nella storia quasi per caso: diventa uno dei primi volti umani a essere trasmesso da un sistema televisivo funzionante.
Poi arriva la data che cambia tutto: 26 gennaio 1926. Nel laboratorio di Baird al numero 22 di Frith Street, davanti a membri della Royal Institution e a un giornalista del Times, viene presentata una dimostrazione formale del “televisor”. Non è ancora la televisione come la immaginiamo noi. L’immagine è piccola, debole, sfocata. Ma si muove. E soprattutto dimostra una cosa che fino a poco prima sembrava impossibile: un volto può essere scomposto, trasmesso e ricomposto quasi in tempo reale.
La televisione, in quel momento, smette di essere soltanto una teoria.
La macchina di Baird è meccanica. Usa sistemi di scansione basati su dischi rotanti. È geniale, ma fragile. Ha limiti enormi: poche linee, scarsa definizione, necessità di luci fortissime, immagini piccole, stabilità difficile. Però apre la strada. Nel 1928 Baird trasmette immagini televisive attraverso l’Atlantico e dimostra anche la televisione a colori. Nel 1929 le sue immagini arrivano attraverso il trasmettitore della BBC. Nel 1932 la BBC adotta un servizio televisivo a 30 linee basato sul sistema meccanico di Baird. Ma la storia, intanto, sta già preparando il sorpasso.
Il futuro sarà elettronico.
Qui entrano in campo altri protagonisti. PHILO T. FARNSWORTH, negli Stati Uniti, lavora all’Image Dissector e nel 1927 riesce a trasmettere un’immagine con un sistema elettronico. VLADIMIR ZWORYKIN, russo naturalizzato americano, lavora per Westinghouse e poi per RCA, sviluppando ricerche che porteranno all’iconoscopio. L’elettronica permette ciò che la meccanica non può garantire davvero: immagini più stabili, più definite, più adatte a una diffusione di massa.
La televisione meccanica fu la scintilla. La televisione elettronica fu l’incendio.
Ma quando possiamo parlare di primo programma televisivo al mondo?
Qui bisogna essere precisi. La dimostrazione di Baird del 1926 è il primo grande evento pubblico della televisione funzionante. Però non è ancora un “programma” nel senso pieno del termine. È una dimostrazione tecnica. Se invece parliamo di un contenuto televisivo organizzato, con titolo, attori, una storia e una regia, il nome da ricordare è THE QUEEN’S MESSENGER.
THE QUEEN’S MESSENGER va in onda l’11 settembre 1928 a Schenectady, nello Stato di New York, attraverso una stazione sperimentale della GENERAL ELECTRIC collegata a WGY. Le fonti storiche indicano la sigla della stazione come W2XAD o W2XB, perché in quel periodo le denominazioni sperimentali non sono sempre riportate in modo uniforme. Il dato sostanziale, però, è chiaro: siamo nei laboratori televisivi della General Electric, con ERNST F. W. ALEXANDERSON come figura tecnica fondamentale.
Il testo è tratto da un atto unico di J. HARTLEY MANNERS. La regia è di MORTIMER STEWART. Gli interpreti principali sono IZETTA JEWEL e MAURICE RANDALL. La storia è un piccolo melodramma di spionaggio: un diplomatico britannico, una donna misteriosa, documenti riservati, tensione, inganno. Non è un capolavoro letterario, e non pretende di esserlo. È importante perché fa una cosa nuova: prova a trasformare la televisione in racconto.
Le condizioni tecniche sono quasi incredibili per noi. Gli schermi sono minuscoli. La qualità è limitata. Le immagini consentono spesso di mostrare solo un volto, una mano, un oggetto. Per rendere visibile l’azione vengono usate più telecamere rudimentali e trucchi scenici. A volte gli assistenti mostrano mani e oggetti davanti alla camera per suggerire ciò che la tecnica non riesce ancora a raccontare con naturalezza. Ci sono più problemi tecnici che spettacolo. Ma proprio lì sta il fascino: THE QUEEN’S MESSENGER è la televisione quando ancora non sa camminare, ma ha già deciso dove vuole andare.
Vuole diventare teatro. Vuole diventare cinema domestico. Vuole diventare racconto in diretta. Vuole portare dentro casa non solo immagini, ma storie.
Nel 1936 arriva un’altra data capitale: 2 novembre. Da ALEXANDRA PALACE, a Londra, la BBC avvia il primo servizio televisivo regolare ad alta definizione dell’epoca. Attenzione: “alta definizione” allora non significa certo quello che intendiamo oggi. Parliamo di standard tecnici lontanissimi dal nostro Full HD o 4K. Ma per gli anni Trenta è una rivoluzione. La BBC alterna inizialmente il sistema meccanico Baird e quello elettronico Marconi-EMI. Nel 1937 il sistema Baird viene abbandonato. L’elettronica vince. La televisione moderna trova la sua strada.
Poi la guerra spegne molte cose. Anche la televisione si ferma, almeno in parte. Ma il dopoguerra la riaccende con una forza nuova. Negli Stati Uniti diventa industria, pubblicità, intrattenimento di massa. In Gran Bretagna riprende il suo cammino. In Europa entra lentamente nelle case. E in Italia?
Anche in Italia la televisione non nasce dal nulla il 3 gennaio 1954. Ci sono sperimentazioni precedenti, già prima della guerra e poi nel secondo dopoguerra. Ma la data ufficiale, quella che segna l’ingresso della televisione nella vita nazionale, è domenica 3 gennaio 1954.
Quel giorno la RAI inizia il suo regolare servizio di trasmissioni televisive. Il primo volto simbolico è quello di FULVIA COLOMBO, annunciatrice milanese, che apre la programmazione ufficiale. La televisione italiana non entra con effetti speciali, ma con un annuncio semplice, quasi solenne: la RAI comincia il suo servizio regolare. Da quel momento il piccolo schermo non è più solo un esperimento per tecnici e curiosi. Diventa servizio pubblico, palinsesto, appuntamento.
Alle 11.00 c’è la cerimonia di inaugurazione. Ma il primo vero programma della televisione italiana regolare arriva alle 14.30: ARRIVI E PARTENZE.
Il titolo, riletto oggi, è perfetto. ARRIVI E PARTENZE. Come se la televisione italiana nascesse già in movimento, tra gente che viene e gente che va, tra stazioni, aeroporti, volti da fermare al volo. Il programma è una rubrica di brevi interviste a personaggi italiani e stranieri di passaggio. A condurlo ci sono ARMANDO PIZZO e un giovane MIKE BONGIORNO, alla sua prima grande esperienza televisiva italiana. La regia è di ANTONELLO FALQUI, destinato a diventare uno dei maestri del varietà e dello spettacolo televisivo.
Mike Bongiorno è l’uomo giusto nel momento giusto. Italoamericano, parla inglese, ha naturalezza, sembra meno ingessato di altri. Non ha ancora davanti il destino gigantesco di LASCIA O RADDOPPIA?, che dal 1955 lo trasformerà nel volto popolare per eccellenza della televisione italiana. Ma in ARRIVI E PARTENZE c’è già qualcosa di lui: la semplicità, il contatto diretto, la capacità di entrare nello schermo senza farlo sembrare un tempio inaccessibile.
Quel primo giorno televisivo italiano è ricchissimo. Dopo ARRIVI E PARTENZE arrivano cortometraggi, musica, sport, cultura, teatro, telegiornale, intrattenimento. Alle 20.45 va in onda il telegiornale. Più tardi arriva anche LA DOMENICA SPORTIVA, destinata a diventare una delle trasmissioni più longeve della storia italiana. Ma il battesimo vero, il primo passo del programma televisivo italiano, resta quello: ARRIVI E PARTENZE.
All’inizio gli apparecchi televisivi sono pochi e costosi. La televisione non è ancora un oggetto privato e silenzioso. È un rito collettivo. Si guarda nei bar, nei circoli, nelle case di chi può permettersi il televisore. I vicini si radunano. I bambini stanno zitti davanti a quella scatola luminosa. Gli adulti commentano, diffidano, si stupiscono. La televisione italiana nasce così: non come consumo individuale, ma come piazza domestica.
E questa è la sua potenza. La radio aveva dato una voce comune al Paese. Il cinema aveva dato sogni enormi su schermi enormi. La televisione fa una cosa diversa: porta il mondo nella stanza di tutti i giorni. Non chiede di uscire. Non chiede il biglietto. Non chiede di immaginare un volto dietro una voce. Lo mostra.
Da Baird a Fulvia Colombo, da William Taynton a Mike Bongiorno, da THE QUEEN’S MESSENGER ad ARRIVI E PARTENZE, la storia della televisione è la storia di un’immagine che cerca casa. Prima nasce in laboratorio, fragile e quasi miracolosa. Poi diventa programma, racconto, palinsesto. Poi diventa abitudine. E infine diventa memoria collettiva.
La televisione ha educato, distratto, unito, manipolato, commosso, banalizzato e illuminato. Ha fatto entrare la storia nelle case e le case nella storia. Ha creato miti popolari e ha consumato velocemente i suoi stessi miti. Ha dato voce a chi non l’aveva e, qualche volta, ha coperto con troppo rumore ciò che meritava silenzio.
Ma la sua nascita resta una delle grandi avventure dell’immaginazione tecnica umana.
Perché all’inizio non c’erano studi scintillanti, share, telecomandi, streaming, piattaforme, algoritmi. C’erano un disco che girava, una lampada troppo forte, un volto pallido, un’immagine che tremava e qualcuno che diceva: possiamo vedere da lontano.
La morale è tutta qui: le rivoluzioni non arrivano quasi mai perfette. Arrivano storte, deboli, piene di difetti. Ma se portano dentro un’idea potente, cambiano il mondo lo stesso.
La televisione nacque quando l’uomo capì che la distanza non era più un muro. Era solo uno spazio da attraversare con la luce.