LUCIANO DI SAMOSATA, IL SATIRICO CHE MANDÒ L’UOMO SULLA LUNA PRIMA DELLA FANTASCIENZA di Kappa

da | Mag 30, 2026 | Cultura generale, Fantascienza e Fantasy, Libri

Luciano di Samosata è uno di quegli autori che sembrano arrivare da un tempo remoto e, nello stesso istante, parlare con una voce sorprendentemente moderna. Visse nel II secolo dopo Cristo, dentro un Impero Romano ormai enorme, multiculturale, attraversato da lingue, popoli, culti, filosofie e ambizioni. Nacque a Samosata, città della Commagene, in un’area di confine tra mondo greco, romano e orientale. Non veniva dal cuore classico di Atene, non apparteneva per nascita ai grandi centri della tradizione ellenica. Eppure proprio da quella periferia seppe conquistare la lingua greca, dominarla, piegarla alla satira, all’ironia, al paradosso, fino a diventare una delle figure più brillanti del suo tempo.

Luciano fu un retore, uno scrittore, un polemista, un osservatore lucidissimo delle debolezze umane. Ma per capirlo davvero bisogna entrare nel clima culturale in cui visse: la cosiddetta Seconda Sofistica. Il nome può ingannare. Non si trattava semplicemente di una “seconda versione” dei sofisti dell’Atene classica, né di una scuola con un programma rigido e professori allineati. Era piuttosto un grande fenomeno culturale, letterario e sociale che attraversò l’Impero tra il I e il III secolo dopo Cristo. In un mondo politicamente dominato da Roma, molti intellettuali di lingua greca cercarono di riaffermare il prestigio della cultura ellenica attraverso la parola, l’oratoria, la memoria dei classici, l’eleganza dello stile e la capacità di incantare il pubblico.

Gli uomini della Seconda Sofistica erano spesso conferenzieri, oratori, maestri di eloquenza, personaggi pubblici capaci di spostarsi da una città all’altra e di richiamare folle come vere celebrità culturali. Salivano in scena con la parola. Improvvisavano discorsi, rievocavano il passato glorioso della Grecia, imitavano i grandi modelli antichi, costruivano identità, prestigio, carriera e potere attraverso il dominio del linguaggio. In un’epoca senza televisione, senza radio, senza cinema, l’oratore era spettacolo vivo. La sua voce era evento. La sua cultura era teatro.

Luciano appartiene a questo mondo, ma non ne è un semplice rappresentante devoto. Ne conosce le regole, ne usa gli strumenti, ne possiede la raffinatezza, ma al tempo stesso ne vede la vanità. Ed è qui che diventa speciale. Mentre molti celebrano l’arte della parola come monumento, Luciano la usa come lama. Prende di mira i filosofi impostori, i falsi sapienti, i predicatori pieni di sé, i religiosi furbi, gli storici bugiardi, gli uomini che si nascondono dietro grandi discorsi per mascherare piccole miserie. In lui la Seconda Sofistica non è solo splendore retorico: diventa anche il bersaglio di una critica feroce e intelligentissima.

Luciano non ha il tono del moralista cupo. Non predica dall’alto. Ride. Ma il suo riso è pericoloso. È il riso di chi ha capito che spesso la solennità è una maschera, che l’autorità può essere recitata, che l’erudizione può diventare vanità, che il racconto del meraviglioso può trasformarsi in truffa. La sua scrittura smonta ciò che appare troppo sicuro di sé. E lo fa con una modernità che colpisce ancora oggi, perché il suo bersaglio non è soltanto il mondo antico: è l’eterno bisogno umano di credere a chi parla bene, anche quando dice sciocchezze.

Dentro questa battaglia contro le bugie solenni nasce una delle opere più sorprendenti della letteratura antica: Storia vera. Il titolo, già da solo, è un colpo di genio. Luciano annuncia una “storia vera” sapendo benissimo che racconterà cose impossibili. Anzi, lo dichiara apertamente: sta per mentire. Ma proprio questa confessione rende il gioco più sottile. A differenza di tanti autori che fingevano di riportare viaggi, prodigi, popoli mostruosi e meraviglie mai viste come se fossero fatti reali, Luciano dice al lettore: io invento, ma almeno lo ammetto.

Da questo paradosso nasce un viaggio incredibile. I protagonisti partono per mare, secondo la grande tradizione dei racconti d’avventura, ma una tempesta li solleva oltre i confini del mondo conosciuto e li trascina verso il cielo. Non approdano su un’isola lontana, non scoprono semplicemente una terra misteriosa: arrivano sulla Luna. Qui incontrano popoli lunari, creature assurde, società fantastiche e finiscono coinvolti in una guerra cosmica tra gli abitanti della Luna e quelli del Sole. È un’immagine potentissima: uomini dell’antichità catapultati nello spazio, prima che l’umanità possieda telescopi moderni, razzi, mappe celesti, astronomia contemporanea o qualsiasi idea concreta di viaggio interplanetario.

Per questo Storia vera viene spesso indicata come una delle prime, se non la prima, opere della storia ad avere elementi riconoscibili come fantascientifici. Naturalmente non è fantascienza nel senso moderno. Luciano non ragiona da scienziato, non immagina motori, tecnologie, astronavi, calcoli orbitali o futuri possibili. Non sta facendo anticipazione scientifica. Sta facendo satira. Eppure i semi ci sono tutti: il viaggio nello spazio, la Luna abitata, l’incontro con esseri non terrestri, la guerra tra mondi, il rovesciamento del punto di vista umano. Prima ancora che la fantascienza diventi un genere, Luciano ne intuisce una delle funzioni fondamentali: portare l’uomo lontano dalla Terra per costringerlo a guardare meglio se stesso.

La Luna di Luciano non è soltanto un luogo fantastico. È uno specchio deformante. Lì tutto è esagerato, assurdo, comico, impossibile. Ma proprio attraverso l’impossibile l’autore parla del possibile, del reale, del quotidiano. La guerra tra Sole e Luna non è solo una bizzarria cosmica: è anche una parodia delle guerre umane, delle ambizioni politiche, delle narrazioni eroiche, dei racconti ufficiali che trasformano ogni conflitto in epopea. Luciano sposta l’azione nello spazio, ma il suo bersaglio resta la Terra.

Il viaggio poi continua tra balene gigantesche, isole meravigliose, personaggi leggendari, incontri impossibili, scenari che mescolano mito, avventura, comicità e invenzione sfrenata. È un’opera libera, irregolare, piena di energia. Non costruisce un universo ordinato come farebbe oggi una saga fantascientifica. Non vuole fondare un mondo coerente. Vuole demolire la pretesa di verità di certi racconti. Vuole mostrare che l’immaginazione può andare ovunque, ma anche che il lettore deve restare sveglio, non farsi incantare passivamente, non consegnare la propria intelligenza al primo narratore abile.

Ed è qui che Luciano diventa prezioso anche per chi ama la fantascienza contemporanea. Perché la fantascienza migliore non è mai stata soltanto razzi, pianeti, robot o alieni. È sempre stata anche un modo per mettere in discussione il presente. Ogni grande viaggio verso l’altrove contiene una domanda su di noi. Ogni civiltà aliena può rivelare un difetto umano. Ogni futuro possibile può smascherare una paura del presente. Luciano, con gli strumenti del suo tempo, fa già qualcosa di simile: usa il fantastico non per fuggire dalla realtà, ma per attaccarla da una posizione imprevista.

La sua appartenenza alla Seconda Sofistica rende tutto questo ancora più interessante. Quel movimento celebrava la potenza della parola, la bellezza dello stile, la capacità dell’oratore di dominare il pubblico. Luciano conosce quella potenza e la possiede. Ma invece di limitarsi a esibirla, la mette sotto processo. È come se dicesse: attenzione, la parola può illuminare, ma può anche ingannare. Può costruire cultura, ma anche impostura. Può elevare l’uomo, ma anche trasformarlo in un credulone elegante.

In questo senso Luciano è un autore profondamente moderno. Vive in un’epoca antica, ma sembra già conoscere il problema delle narrazioni manipolate, delle verità costruite, dei personaggi pubblici che recitano se stessi, della cultura usata come vetrina. Il suo mondo non aveva social network, talk show o comunicazione digitale, ma conosceva benissimo il potere della performance. E Luciano, più di altri, capì che dietro una grande performance può esserci grande intelligenza oppure grande vuoto.

Per questo la sua figura dovrebbe stare di diritto nella memoria degli appassionati di fantastico e fantascienza. Non solo come curiosità erudita, non solo come “quello che mandò gli uomini sulla Luna prima di tutti”, ma come antenato inquieto di un modo di raccontare. Luciano non scrive fantascienza moderna, ma apre una porta. Dimostra che l’altrove può diventare satira, che il cielo può essere usato per parlare della Terra, che l’assurdo può essere più onesto di certe cronache presuntuose.

In fondo, la grandezza di Storia vera sta proprio nel suo gioco dichiarato. Luciano mente, ma non tradisce il lettore. Inventa, ma non si spaccia per testimone. Esagera, ma per smascherare chi esagera fingendo serietà. E mentre costruisce la sua bugia più spettacolare, finisce per consegnarci una verità duratura: l’immaginazione è una forza immensa, ma va accompagnata dall’intelligenza critica.

Molti secoli dopo, la fantascienza avrebbe popolato lo spazio di astronavi, imperi galattici, intelligenze artificiali, mondi lontani, civiltà aliene e futuri inquietanti. Ma prima di tutto questo, in un’opera antica e beffarda, una nave veniva sollevata da una tempesta e portata fino alla Luna. Lassù, tra guerre celesti e popoli impossibili, non nasceva ancora la fantascienza come genere moderno. Nasceva però qualcosa di altrettanto importante: l’idea che per raccontare meglio l’uomo si potesse spostarlo fuori dal mondo.

E Luciano di Samosata, satirico, retore, figlio irregolare della Seconda Sofistica, aveva già capito che a volte il modo migliore per dire la verità è inventare l’impossibile.