BUD SPENCER & TERENCE HILL (QUANDO IL CINEMA SAPEVA FAR RIDERE CON POCO) a cura di Kappa

da | Giu 8, 2026 | Cinema e Televisione, Cultura generale

Ci sono nomi che non appartengono più soltanto al cinema. Appartengono alle case, ai divani, alle domeniche pomeriggio, alle cucine con la televisione accesa, ai padri che ridevano prima ancora della battuta e ai figli che, magari senza capire tutto, capivano una cosa sola: con BUD SPENCER e TERENCE HILL si stava bene. Non era solo divertimento. Era una specie di tregua. Un’ora e mezza in cui il mondo smetteva di essere complicato, i prepotenti prendevano finalmente la lezione che meritavano, gli amici litigavano ma restavano amici, e la giustizia arrivava non con sermoni, ma con uno schiaffone sonoro, una faccia stupita, una porta sfondata e una risata liberatoria.

BUD SPENCER, che prima di diventare mito era CARLO PEDERSOLI, e TERENCE HILL, nato MARIO GIROTTI, hanno rappresentato molto più di una coppia comica di successo. Sono stati due figure popolari nel senso più bello della parola: non “popolari” perché facili, ma perché capaci di parlare a tutti. Al bambino, all’operaio, allo studente, al nonno, alla famiglia intera. Il loro cinema non chiedeva permesso, non faceva l’intellettuale, non pretendeva di spiegare il mondo. Lo prendeva di petto, lo spolverava, lo riempiva di botte finte e di fame vera, e alla fine lo rimetteva in piedi un po’ meglio di prima. Il segreto era lì: non c’era cattiveria. C’era il gusto antico della favola morale. I cattivi erano cattivi, i furbi erano furbi, i poveri avevano dignità, i potenti facevano spesso una figuraccia. E lo spettatore godeva, perché in quei film succedeva quello che nella vita vera accade troppo poco: chi alza la voce, chi imbroglia, chi sfrutta, chi comanda male, prima o poi viene ridimensionato. Non distrutto. Ridicolizzato. Ed è una differenza enorme. Bud e Terence non portavano vendetta, portavano equilibrio. Non erano eroi tragici, non erano giustizieri cupi, non erano uomini tormentati da oscuri fantasmi. Erano due corpi cinematografici perfetti: uno leggero come il vento, l’altro solido come una montagna. TERENCE HILL arrivava con quegli occhi azzurri impossibili, il sorriso da ragazzo che ne sa una più del diavolo, l’aria di chi potrebbe scappare in qualunque momento e invece resta lì, a provocare il destino. BUD SPENCER era l’opposto e il completamento: grande, grosso, apparentemente stanco, con quella pazienza da gigante buono che tutti sapevamo prima o poi sarebbe finita. Quando si alzava lui, il film cambiava passo. Non servivano spiegazioni. Bastava il movimento di una spalla, uno sguardo laterale, quella mano enorme che partiva quasi controvoglia, come se anche il pugno fosse una seccatura necessaria. Insieme erano una grammatica. Uno accendeva la miccia, l’altro faceva esplodere la stanza. Uno sorrideva, l’altro sbuffava. Uno correva, l’altro arrivava dopo, ma quando arrivava chiudeva la questione. Questa alchimia ha attraversato generazioni perché era semplice solo in apparenza. Dentro c’era un’Italia intera: quella dei cinema di provincia, delle televisioni generaliste, delle famiglie riunite, dei film visti e rivisti anche sapendo già ogni battuta. C’era l’Italia che aveva bisogno di ridere senza vergognarsi, di vedere il bene vincere senza retorica, di credere che l’amicizia potesse essere ruvida, silenziosa, persino piena di insulti, ma vera. I loro personaggi raramente si dichiaravano affetto. Non ce n’era bisogno. Si capiva da come si cercavano, da come si sopportavano, da come tornavano sempre uno accanto all’altro nel momento decisivo. Era un’amicizia da uomini di poche parole, una fratellanza impolverata, fatta di litigi, fame, strada e botte da oratorio cosmico. E forse proprio per questo commuoveva. Perché non era zuccherosa. Era credibile. Sociologicamente, BUD SPENCER e TERENCE HILL hanno fatto qualcosa di raro: hanno trasformato la violenza in gioco senza renderla crudele. Le loro risse erano balletti, non massacri. Sedie rotte, pugni esagerati, uomini che volavano nei saloon, cattivi storditi come pupazzi. Nessuno usciva davvero ferito, se non nell’orgoglio. E lo spettatore poteva ridere senza sentirsi sporco. Oggi, in un tempo spesso cinico, aggressivo, rumoroso, questa cosa pesa ancora di più. Il loro era un cinema fisico, ma innocente. Popolare, ma non volgare. Ripetitivo, sì, a volte persino prevedibile, ma come sono prevedibili le cose che amiamo: sappiamo già dove andranno, eppure ci torniamo perché ci fanno bene. Anche il cibo, nei loro film, era cultura. Quelle mangiate enormi, quei fagioli divorati con fame quasi epica, quelle tavolate improvvisate raccontavano un mondo concreto, terreno, lontano dagli eroi perfetti. Bud e Terence avevano fame, sete, sonno, polvere addosso. Non erano statue. Erano uomini. E questa umanità li ha resi eterni. Si poteva voler bene a loro perché sembravano vicini. Non irraggiungibili. Non divi chiusi in una teca. Erano due che avresti voluto incontrare in una trattoria, in una stazione, su una strada assolata. Due che magari ti avrebbero preso in giro, ma poi ti avrebbero difeso. Il loro cinema, nel profondo, parlava agli ultimi. Ai piccoli. A quelli che non hanno avvocati, conoscenze, potere, ma conservano una dignità testarda. Ecco perché faceva ridere così tanto: perché era una risata di riscatto. Quando il prepotente finiva gambe all’aria, non ridevamo solo della gag. Ridevamo perché per un attimo il mondo sembrava giusto. Per un attimo il bullo perdeva. Il ricco disonesto perdeva. Il capobanda perdeva. Il vigliacco perdeva. E chi non aveva niente, magari solo un cavallo, una barca scassata, un cappello sporco o un amico insopportabile, riusciva comunque a cavarsela. BUD SPENCER e TERENCE HILL non hanno mai avuto bisogno di sembrare profondi. Anzi, probabilmente avrebbero sorriso davanti a troppe analisi. Ma la cultura popolare è proprio questa: entra leggera e resta pesante nel cuore. Ti fa ridere da bambino e poi, da adulto, ti accorgi che ti ha lasciato qualcosa. Una certa idea di giustizia. Una certa nostalgia dell’amicizia. Una certa fiducia nel fatto che la bontà possa anche avere le mani grandi, e che la furbizia possa non essere per forza cattiva. Nel loro mondo si poteva essere forti senza essere feroci, scaltri senza essere meschini, liberi senza essere soli. Ed è una lezione molto più seria di quanto sembri. BUD SPENCER se n’è andato come se se ne fosse andato uno di casa. Non semplicemente un attore famoso, ma una presenza familiare, un gigante che pensavamo di trovare sempre lì, magari su qualche canale, a sistemare i mascalzoni con la solita aria stanca. TERENCE HILL ha continuato a portare addosso quella luce gentile, quel sorriso limpido attraversato dal tempo, diventando per molti il custode silenzioso di un’epoca irripetibile. Ma insieme, sullo schermo, non sono mai davvero invecchiati. Ogni volta che tornano, torna anche qualcosa di noi. Torna il bambino che rideva senza difese. Torna il padre che diceva “adesso guarda cosa succede”. Torna una televisione accesa in una stanza qualunque. Torna l’idea che il cinema potesse unire tutti senza dividere nessuno. Per questo BUD SPENCER e TERENCE HILL non sono soltanto nostalgia. Sono memoria collettiva. Sono educazione sentimentale mascherata da scazzottata. Sono il ricordo di un cinema che non aveva paura di essere semplice, perché sapeva che la semplicità, quando è sincera, può arrivare più lontano di qualunque discorso. Ci hanno fatto ridere, certo. Ma ci hanno anche insegnato, senza mai dirlo, che l’amicizia è una cosa concreta, che la forza deve proteggere e non umiliare, che i prepotenti vanno affrontati, che la vita è già abbastanza dura e ogni tanto merita di essere presa a sberle dalla parte giusta. E forse è per questo che continuiamo a guardarli. Non solo per ridere ancora, ma per ritrovare un posto dove il mondo, almeno per un film, torna semplice, caldo, rumoroso, umano.

Un posto dove due uomini diversissimi camminano fianco a fianco e ci ricordano che, finché resta un amico accanto e una risata in fondo alla gola, non tutto è perduto.