
Fino a qualche mese fa, per molti, Hormuz era soltanto un nome lontano: uno di quei punti sulla carta geografica che esistono, ma restano fuori dalle conversazioni di tutti i giorni. Poi è rimbalzato ovunque, trascinato dalla guerra tra Stati Uniti e Iran e soprattutto dal timore che Teheran possa minacciare o bloccare lo stretto, uno dei passaggi marittimi più delicati del pianeta, attraversato ogni giorno da petroliere e traffici energetici fondamentali per l’economia mondiale. Notiziari, giornali online, dichiarazioni dei governi e commenti degli analisti lo hanno riportato al centro della scena. Ogni giorno proclami, aperture, previsioni di una fine imminente delle ostilità; ogni giorno, puntualmente, la realtà sembra smentire quelle previsioni. Così lo Stretto di Hormuz, passaggio tra il Golfo Persico e il Golfo di Oman, è diventato uno dei luoghi più citati della politica internazionale. Per i lettori di Jules Verne, però, quel nome non arriva del tutto nuovo. O meglio: arriva con una grafia diversa.
Verne lo chiamava Ormuz e lo inserì in uno dei suoi romanzi meno conosciuti, Le mirabolanti avventure di Mastro Antifer, pubblicato nel 1894. La storia prende avvio da un tesoro nascosto da un ricco pascià egiziano e da alcuni documenti misteriosi che finiscono nelle mani di Pierre Antifer, burbero marinaio bretone di Saint-Malo. Da lì nasce una caccia fatta di coordinate, indizi, rotte da inseguire e luoghi lontani, dove la geografia non è un semplice sfondo ma il vero motore dell’avventura. Non serve raccontare di più, per non togliere al lettore il piacere della scoperta. Basta sapere che, tra quei nomi segnati sulle mappe e inseguiti dai protagonisti, compare anche il “détroit d’Ormuz”, lo Stretto di Ormuz. È un dettaglio piccolo, ma oggi suona diverso. Perché Hormuz, nelle cronache contemporanee, è diventato una parola carica di petrolio, diplomazia, minacce e tensioni militari. In Verne, invece, Ormuz conserva ancora il fascino di un passaggio marittimo da individuare, attraversare, immaginare. Non un titolo d’allarme, ma una coordinata d’avventura. E forse sta proprio qui il cortocircuito più interessante: lo stesso nome che oggi fa tremare i mercati e preoccupa le cancellerie, in un romanzo dell’Ottocento apparteneva ancora al linguaggio del viaggio.
Prima che la geopolitica lo trasformasse in una miccia, Ormuz era già una soglia: non verso la guerra, ma verso l’ignoto.