QUEL 28 GIUGNO: IL GIORNO IN CUI COMINCIÒ IL VERO VIAGGIO a cura di Kappa

da | Giu 28, 2026 | Libri

«Ma la domenica, 28 giugno, il terzultimo giorno del mese, col cambiamento di luna si mutò pure il tempo. Il sole versò a fiotti i suoi raggi nel cratere. Ogni montagnola, ogni masso, ogni pietra, ogni rilievo ebbero la loro parte di effluvio luminoso e allungarono istantaneamente la loro ombra sul suolo. Fra tutte, quella dello Scartaris si disegnò come una freccia aguzza e prese insensibilmente a girare con l’astro radioso. Lo zio girava con lei. A mezzogiorno, quando era più breve, venne a lambire dolcemente l’orlo della bocca centrale. — È là! — esclamò il professore. — È là! Al centro della Terra! — aggiunse in danese. Io guardavo Hans. — Forüt! — disse tranquillamente la guida. — Avanti, — rispose mio zio. Era l’una e tredici minuti del pomeriggio.»

Così si conclude il capitolo XVI di Viaggio al centro della Terra, il romanzo che JULES VERNE pubblicò nel 1864 e che ancora oggi resta uno dei grandi monumenti della letteratura d’avventura. Il 28 giugno, dentro quelle pagine, non è una semplice data: è lo spartiacque del racconto, il momento in cui la preparazione finisce e l’ignoto diventa cammino. Per sedici capitoli Verne ha costruito l’attesa attraverso il manoscritto di Arne Saknussemm, l’ostinazione del professor Lidenbrock, i dubbi di Axel, la presenza silenziosa di Hans, il viaggio verso l’Islanda e l’ascesa allo Sneffels. Tutto conduce a quell’istante: il sole illumina il cratere, l’ombra dello Scartaris si muove come una freccia naturale e indica la bocca centrale. Non servono effetti clamorosi. Basta una luce, una roccia, un’ombra, e il romanzo cambia respiro. Subito dopo, infatti, il capitolo XVII si apre con una frase secca e definitiva: «Cominciava il vero viaggio». È lì che Verne ci dice che partire non basta; il viaggio vero comincia solo quando si attraversa una soglia e non si può più restare uguali a prima.

Per capire la forza di quel 28 giugno bisogna tornare al mondo in cui Verne scriveva. Siamo nell’Ottocento, il secolo delle esplorazioni, delle scoperte scientifiche, delle ferrovie, delle navi, delle mappe che si allargano e di un’umanità che guarda al futuro con fiducia. Verne è figlio di quel tempo, ma non è un freddo cantore del progresso: nei suoi romanzi la scienza diventa meraviglia, il calcolo diventa poesia, l’avventura diventa una forma di elevazione umana. Il professor Lidenbrock non scende verso il centro della Terra per ricchezza o conquista: scende perché vuole sapere. In lui c’è l’uomo idealizzato da Verne, l’uomo che studia, rischia, sbaglia, insiste, sogna e continua a credere che il mondo abbia ancora segreti da rivelare. È l’avventuriero romantico dell’Ottocento, non cinico, non rassegnato, non chiuso nel già noto: un uomo positivo, animato da fiducia, curiosità e coraggio. Per questo Viaggio al centro della Terra non è soltanto un romanzo fantastico. È una dichiarazione d’amore verso l’intelligenza umana quando non rinuncia all’immaginazione. Il centro della Terra è una meta impossibile, certo, ma proprio per questo funziona come simbolo: rappresenta tutte le soglie che l’uomo prova a superare, tutte le domande che non vuole lasciare senza risposta, tutti i confini che la paura vorrebbe rendere invalicabili. L’ombra dello Scartaris non è magia: è osservazione, astronomia, pazienza, studio. Ma quando indica la strada diventa qualcosa di più grande, quasi un segno poetico. È il punto in cui la ragione incontra il mistero e decide di non fuggire. Quel semplice «Avanti» pronunciato davanti al cratere contiene tutta la filosofia verniana: fiducia nel sapere, desiderio di scoperta, coraggio dell’ignoto, speranza nel futuro.

Ecco perché il 28 giugno merita di essere ricordato. Non solo come una data interna al romanzo, ma come il giorno simbolico in cui l’uomo smette di guardare l’abisso da lontano e sceglie di entrarci. Alle 13:13 del pomeriggio, sotto il sole dell’Islanda, il mondo della superficie resta alle spalle. La teoria diventa esperienza, il sogno diventa passo, la paura diventa movimento.

E da quel momento, davvero, comincia il vero viaggio.