ZIGGY STARDUST, L’ALIENO CHE CAMBIÒ PER SEMPRE IL ROCK a cura di Kappa

da | Lug 29, 2026 | Musica

Quando The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars uscì, il 16 giugno 1972, David Bowie aveva venticinque anni, diversi album alle spalle e una fama ancora troppo piccola rispetto alle sue ambizioni. Era già stato l’astronauta perduto di Space Oddity, aveva attraversato il folk, il rock più duro e le raffinatezze di Hunky Dory, ma non aveva ancora trovato l’immagine capace di contenerlo. La soluzione fu crearne una che, invece di contenerlo, lo trasformasse: Ziggy Stardust, cantante androgino, creatura extraterrestre, profeta dell’apocalisse e rockstar destinata a essere distrutta dalla propria celebrità. Bowie non inventò soltanto un personaggio da portare sul palcoscenico: costruì un sistema completo fatto di musica, abiti, gesti, interviste, fotografie e provocazioni. Da quel momento un disco non avrebbe più dovuto limitarsi a essere ascoltato. Poteva diventare un mondo nel quale entrare. La storia raccontata dall’album è meno ordinata di quanto il titolo lasci immaginare.

La Terra ha ancora cinque anni di vita e, mentre l’umanità attende la fine, un messaggio proveniente dallo spazio annuncia l’arrivo di una possibile salvezza. Ziggy diventa il tramite tra gli uomini e le stelle, forma gli Spiders from Mars, conquista il pubblico e finisce per credere alla propria natura messianica. Il successo lo separa dalla band e dalla realtà, fino alla caduta. Ma Bowie non scrive un romanzo musicale e non si preoccupa di collegare ogni passaggio: offre scene, punti di vista, voci e impressioni. Ziggy viene osservato dalla folla, dai musicisti che lo accompagnano e forse da sé stesso. Più che un individuo, è l’immagine che gli altri costruiscono intorno a lui. In questa figura convivono le rockstar irregolari che Bowie aveva conosciuto o studiato, la teatralità di Marc Bolan, l’energia selvaggia di Iggy Pop, l’inquietudine di Lou Reed, il destino di musicisti realmente consumati dal proprio mito. Ziggy è un essere venuto dallo spazio, ma è soprattutto il ritratto anticipato della celebrità moderna: qualcuno che diventa così famoso da non riuscire più a distinguere la persona dall’immagine pubblica.

Musicalmente il disco dura meno di quaranta minuti e non ne spreca quasi nessuno. Bowie e il produttore Ken Scott realizzano un suono compatto, caldo, tutt’altro che fantascientifico nel senso convenzionale del termine. Non ci sono paesaggi elettronici o lunghe fughe cosmiche: il futuro viene costruito con il pianoforte, il sax, la chitarra acustica e soprattutto con l’elettrica di Mick Ronson. Insieme al basso di Trevor Bolder e alla batteria di Mick Woodmansey, Ronson dà agli Spiders from Mars un’identità potente e immediatamente riconoscibile. I suoi riff sono duri ma mai pesanti per semplice esibizione; i suoi assoli sanno essere melodici, teatrali e persino commoventi. Bowie mette insieme glam rock, hard rock, soul, ballata, cabaret e anticipazioni del punk, ma il passaggio da uno stile all’altro risulta naturale perché ogni brano sembra appartenere allo stesso spettacolo. Five Years apre il disco con una batteria ostinata, simile a una marcia verso la fine. La notizia dell’imminente distruzione della Terra non viene affidata a grandi immagini spettacolari, ma alle reazioni della gente comune: paura, incredulità, bisogno di toccarsi, guardarsi e ricordare. Bowie comincia quasi come un cronista e termina gridando, travolto dalle immagini che sta raccontando. È un’apocalisse vissuta per strada, non osservata dall’alto di un’astronave. Soul Love riprende quel battito e si interroga sull’amore, presentandolo come una forza necessaria ma cieca, capace di consolare e ingannare. Il sax di Bowie addolcisce la canzone senza cancellarne l’amarezza. Con Moonage Daydream avviene la vera apparizione di Ziggy: il personaggio si presenta attraverso un linguaggio sensuale, religioso e cosmico, mentre la chitarra di Ronson si solleva fino a occupare l’intero spazio sonoro.

È il momento in cui il cantante smette di essere un uomo che interpreta un alieno e comincia a sembrare davvero una creatura caduta sulla Terra. Starman è il centro luminoso dell’album. Il contatto con lo spazio passa attraverso una radio ascoltata di nascosto e il messaggio viene affidato ai ragazzi, gli unici ancora capaci di riceverlo. Non sono gli scienziati o i governi a comunicare con le stelle, ma una canzone pop. Il ritornello si apre verso l’alto con una semplicità quasi infantile e trasforma l’arrivo dell’alieno in una promessa di liberazione. It Ain’t Easy, unico brano non scritto da Bowie, rimane il punto meno necessario del disco: è un buon episodio blues e gospel, ma interrompe il racconto invece di approfondirlo. La sua presenza, tuttavia, riporta per un momento Ziggy sulla terra e ricorda che ogni ascesa comporta fatica e pericolo. La seconda facciata racconta la celebrità dall’interno. Lady Stardust osserva con tenerezza un artista bellissimo e indefinibile, ammirato proprio perché non rispetta i codici del maschile e del femminile. Bowie non trasforma la diversità in un problema da spiegare: la mette al centro del palcoscenico e lascia che sia il pubblico a innamorarsene. Star svela invece la fame di successo, il desiderio di diventare qualcuno per fuggire dalla mediocrità e avere finalmente il potere di essere ascoltati. Hang On to Yourself accelera bruscamente: è rock essenziale, nervoso, fisico, quasi punk prima che il punk possieda un nome. Nella title track, Ziggy Stardust, il mito viene raccontato come un ricordo già concluso. Il riff di Ronson accompagna la descrizione di un frontman magnetico, dotato e sempre più arrogante, che finisce per divorare il gruppo dal quale era nato. È la storia di Ziggy, ma anche una lucidissima analisi delle dinamiche di una band e del modo in cui il pubblico sceglie un idolo lasciando gli altri nell’ombra. Suffragette City è l’ultima corsa: chitarre, sax, desiderio e frenesia si stringono in poco più di tre minuti, prima che il sipario cominci a chiudersi. Rock ’n’ Roll Suicide parte invece come una canzone da cabaret europeo, quasi spoglia, e cresce fino a diventare un’invocazione collettiva.

Ziggy è ormai solo e consumato, ma nel momento della caduta si rivolge a chi si sente altrettanto perduto. Il personaggio che voleva salvare il mondo finisce per offrire una salvezza più piccola e autentica: far capire a una persona isolata che qualcuno la vede. La fantascienza dell’album si trova soprattutto qui, nella capacità di usare l’alieno come immagine di chi non riesce a riconoscersi nella normalità terrestre. Bowie comprende che il diverso, prima ancora di essere accettato, ha bisogno di potersi immaginare. Ziggy offrì quell’immagine a migliaia di giovani che non si riconoscevano nella società britannica dei primi anni Settanta, ancora rigida nei ruoli, nel linguaggio e nei modelli di comportamento. Quando Bowie cantò Starman a Top of the Pops, con i capelli color fuoco, gli abiti sgargianti e il braccio appoggiato con naturalezza sulle spalle di Mick Ronson, un semplice gesto televisivo diventò una frattura culturale. Quel personaggio sembrava arrivato davvero da un altro pianeta, ma parlava direttamente a chi, davanti al televisore, si era sempre sentito fuori posto. Bowie mostrava che perfino l’identità poteva essere un’opera d’arte, qualcosa da inventare invece che una condanna da subire. È questa la ragione per cui Ziggy Stardust supera i confini del glam rock e della storia della musica. Non è il disco tecnicamente più sperimentale di Bowie né quello della sua piena maturità, ma rimane il più decisivo, perché rese inseparabili musica e rappresentazione e trasformò la rockstar in un personaggio consapevole della propria artificialità. La trama presenta vuoti e It Ain’t Easy appare estranea al disegno complessivo, ma sono limiti che non ne riducono la grandezza. Ogni canzone vive autonomamente e, nello stesso tempo, contribuisce a un percorso che parte dalla fine del mondo e termina con un essere umano che chiede una mano.

Bowie avrebbe abbandonato Ziggy poco più di un anno dopo, comprendendo che la creatura stava cominciando a impossessarsi del suo creatore. Fu il gesto definitivo: inventare un idolo, portarlo al successo e poi eliminarlo prima che potesse diventare una prigione. The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars resta un capolavoro perché non si limita a raccontare la nascita e la morte di una rockstar.

Racconta il bisogno di diventare altro per riuscire finalmente a essere sé stessi. Ziggy annunciava che alla Terra rimanevano soltanto cinque anni; oltre mezzo secolo dopo, il suo messaggio continua ancora a viaggiare.