
Alle 15.30 del 16 agosto 1977, al Baptist Memorial Hospital di Memphis, i medici dichiararono morto Elvis Presley. Aveva quarantadue anni e quella stessa sera avrebbe dovuto partire per Portland, nel Maine, dove il giorno successivo sarebbe cominciata una nuova tournée. In poche ore la notizia attraversò il mondo. Il presidente Jimmy Carter disse che l’America aveva perduto una parte di sé: Elvis, fondendo il country bianco con il rhythm and blues nero, aveva cambiato per sempre il volto della cultura popolare. Non era morto soltanto un cantante. Era scomparso il ragazzo povero di Tupelo che aveva dato un corpo, uno sguardo e una forza scandalosa al rock and roll, trasformando una musica nata prima di lui nelle chiese, nei campi e nei quartieri afroamericani del Sud in un linguaggio universale.
Elvis non inventò da solo il rock, ma lo portò dentro le case, nelle televisioni e nell’immaginario di una generazione. Fu ribelle, soldato, divo di Hollywood, interprete gospel, protagonista del grande ritorno televisivo del 1968 e infine sovrano di Las Vegas, chiuso nelle sue tute bianche come in un’armatura. Nel 1977, però, dietro quell’immagine sopravviveva un uomo profondamente malato. Elvis soffriva di ipertensione, glaucoma, danni epatici, disturbi intestinali e insonnia; aveva un cuore fortemente ingrossato e assumeva abitualmente oppiacei, sedativi, tranquillanti e altri medicinali prescritti. Appariva gonfio, affaticato e sempre più isolato dentro Graceland, circondato da persone che difficilmente riuscivano a opporsi alle sue richieste. La sera del 15 agosto era uscito per una visita dentistica; durante la notte aveva giocato a racquetball e si era fermato al pianoforte, poi si era ritirato nella camera al piano superiore. Nel primo pomeriggio Ginger Alden, la giovane compagna che dormiva con lui, lo trovò riverso sul pavimento del bagno, privo di sensi. Joe Esposito e gli altri collaboratori della casa tentarono di soccorrerlo. I paramedici non rilevarono segni vitali e anche i tentativi di rianimazione compiuti in ospedale fallirono.
È da quel momento che nasce l’equivoco sul quale sarebbe stata costruita una delle più longeve leggende del Novecento. La morte di Elvis presenta infatti un’autentica zona d’ombra, ma riguarda ciò che lo uccise, non il fatto che sia morto. Mentre l’autopsia era ancora in corso e prima che fossero disponibili gli esami tossicologici, il medico legale Jerry Francisco parlò di aritmia cardiaca e assicurò pubblicamente che i farmaci non avevano svolto alcun ruolo. Il certificato di morte indicò successivamente una malattia cardiovascolare ipertensiva associata ad aterosclerosi coronarica. Gli esami mostrarono però nel corpo una combinazione di oppiacei, sedativi e tranquillanti. Nessuna singola sostanza risultava necessariamente mortale se considerata da sola, ma l’interazione di più medicinali poteva deprimere il sistema nervoso centrale e provocare un’aritmia fatale. Elvis soffriva inoltre di una grave stitichezza cronica, aggravata dall’uso di oppiacei, e lo sforzo compiuto in bagno potrebbe avere innescato il collasso di un cuore già compromesso. Negli anni successivi i patologi si divisero: alcuni indicarono nella politerapia farmacologica il fattore decisivo, mentre la revisione disposta nel 1994 confermò la compatibilità con un violento attacco cardiaco. La conclusione più seria è che Elvis morì per un arresto cardiocircolatorio in un organismo devastato dalle malattie e indebolito da anni di abuso di medicinali.
Ci fu probabilmente il tentativo di attenuare pubblicamente il ruolo dei farmaci e di proteggere la reputazione del cantante e dei medici che glieli prescrivevano. Quel silenzio alimentò il sospetto, ma non dimostra affatto che Elvis fosse sopravvissuto. La teoria della falsa morte cominciò a prendere forma negli anni successivi. Uno degli indizi più citati riguarda il secondo nome: sul certificato di nascita compare “Aron”, mentre sulla lapide di Graceland è inciso “Aaron”. Secondo i sostenitori del complotto, Vernon Presley non avrebbe permesso che il vero nome del figlio fosse scritto sopra una tomba vuota. In realtà Elvis utilizzò entrambe le grafie e firmò personalmente “Aaron” anche su documenti ufficiali, compreso l’atto di divorzio. Fu suo padre a scegliere quella forma per la sepoltura: non era un messaggio cifrato. Un’altra storia racconta che il 17 agosto un uomo identico a Elvis si sarebbe presentato all’aeroporto di Memphis con il nome di Jon Burrows, pseudonimo realmente usato dal cantante, acquistando un biglietto per Buenos Aires. Non esistono il biglietto, un registro d’imbarco o un testimone identificabile; soprattutto, nel 1977 da Memphis non partivano voli internazionali per l’Argentina. Si disse poi che nella bara fosse stato sistemato un manichino di cera, perché il volto appariva troppo giovane e levigato nella fotografia scattata clandestinamente e pubblicata dal National Enquirer. Il presunto peso eccezionale del feretro venne attribuito alla presenza di ghiaccio e ventilatori necessari per impedire alla figura di sciogliersi. Anche questa ricostruzione è priva di riscontri: quello fotografato aveva l’aspetto normale di un corpo imbalsamato e sottoposto a un accurato intervento cosmetico.
Il cadavere era stato visto da Ginger Alden, dai collaboratori di Graceland, dai paramedici, dal personale del pronto soccorso, dai medici dell’autopsia, dagli addetti dell’impresa funebre, dai familiari, dagli amici e da migliaia di persone durante l’esposizione della bara aperta. Per sostituirlo sarebbe stata necessaria la complicità di decine di professionisti, molti estranei alla famiglia, senza che in quasi mezzo secolo uno solo di loro producesse una prova verificabile. Neppure la famosa polizza dei Lloyd’s di Londra, che gli eredi non avrebbero riscosso per non commettere una frode assicurativa, sostiene la teoria: quella specifica polizza, secondo le verifiche disponibili, non fu mai stipulata. Più suggestiva è la storia di Elvis agente segreto, costretto a scomparire dopo avere infiltrato un’organizzazione criminale chiamata “The Fraternity”. Nel dicembre 1970 Presley aveva realmente incontrato Richard Nixon alla Casa Bianca e aveva ottenuto un distintivo del Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs. I documenti dell’incontro mostrano però che Elvis, appassionato collezionista di distintivi, aveva chiesto di diventare un improbabile “agente federale con ampi poteri” e aveva ricevuto soltanto una credenziale onorifica, priva di funzioni operative. È vera anche l’esistenza dell’operazione Fountain Pen, ma l’inchiesta riguardava una frode commessa ai danni di Vernon Presley nella gestione degli aerei di famiglia. A testimoniare davanti al grand jury fu Vernon, non Elvis, e le incriminazioni arrivarono nell’ottobre 1977, due mesi dopo la morte. Nei fascicoli resi pubblici dal FBI non esiste alcun documento che attesti un’attività sotto copertura o l’ingresso del cantante nel programma di protezione testimoni. La leggenda divenne un affare alla fine degli anni Ottanta.
Gail Brewer-Giorgio pubblicò Is Elvis Alive?, accompagnandolo con una registrazione attribuita al Re ma realizzata dall’imitatore David Darlock; intanto Jimmy Ellis si esibiva mascherato con il nome di Orion e con una voce sorprendentemente simile a quella di Presley. Nel 1987 una donna sostenne di avere visto Elvis in un Burger King di Kalamazoo e la notizia, perfetta per televisioni e giornali scandalistici, inaugurò la stagione degli avvistamenti. Da allora Elvis sarebbe apparso in aeroporti, supermercati, distributori, fotografie sfocate, nella piscina di Graceland e persino tra le comparse di Mamma, ho perso l’aereo. Nessuno di questi episodi ha mai prodotto un’immagine inequivocabile, un’impronta, un riscontro genetico o un documento autentico. Anche il presunto segreto cinquantennale sull’autopsia è stato deformato: nel 2027 diventerà accessibile il certificato di morte perché la legge del Tennessee trasferisce agli archivi pubblici i registri dopo cinquant’anni, mentre l’autopsia, autorizzata privatamente dalla famiglia, non ha una data automatica di pubblicazione. Non rimane dunque alcun dubbio ragionevole. Si può discutere se a fermare il cuore di Elvis siano stati soprattutto la malattia cardiovascolare, l’interazione dei farmaci o lo sforzo fisico provocato dalla grave stitichezza; non si può sostenere seriamente che l’uomo trasportato al Baptist Memorial Hospital non fosse Elvis Presley o che sia uscito vivo da Graceland. Se fosse ancora in vita, nel 2026 avrebbe novantuno anni e avrebbe attraversato quasi mezzo secolo senza lasciare una sola traccia fisica, finanziaria o documentale. Elvis morì davvero il 16 agosto 1977. A sopravvivere fu la sua immagine: Graceland ha accolto oltre venti milioni di visitatori, gli imitatori hanno moltiplicato il suo volto in ogni angolo del mondo e ogni agosto migliaia di persone percorrono in silenzio il viale della casa con una candela accesa.
Il Re non ingannò il mondo fingendo di morire; fu il mondo, incapace di accettarne la morte, a inventargli una vita eterna.