
Milano perde un altro pezzo della propria storia calcistica. Sandro Mazzola è morto nella notte del 19 settembre 2026 a 83 anni, poche settimane dopo la scomparsa di Franco Baresi, avvenuta il 31 luglio. Due uomini diversissimi, due maglie opposte, due epoche che in parte si sfiorano soltanto nella memoria, eppure lo stesso stadio, la stessa città, la stessa capacità di trasformarsi da campioni in simboli. Prima il numero 6 rossonero, adesso uno dei volti eterni dell’Inter. In meno di due mesi San Siro ha salutato due uomini che non hanno semplicemente giocato a Milano: hanno contribuito a darle un’identità calcistica conosciuta nel mondo. Sandro Mazzola portava addosso un cognome che, per chiunque altro, sarebbe stato quasi impossibile sostenere.
Era nato a Torino l’8 novembre 1942 ed era il figlio di Valentino Mazzola, capitano del Grande Torino scomparso nella tragedia di Superga il 4 maggio 1949. Sandro non aveva ancora sette anni. Crescere significò quindi convivere con un padre diventato mito prima ancora che il figlio potesse davvero conoscerlo da adulto. Il calcio poteva schiacciarlo sotto il peso di quel confronto; accadde l’opposto. Mazzola non tentò di diventare una copia di Valentino. Costruì un giocatore completamente suo, rapido, tecnico, intelligente, capace di segnare e di rifinire, di giocare vicino alla porta e più indietro, fino a diventare uno dei grandi interpreti del calcio italiano del Novecento.
L’Inter divenne la sua casa. Entrò nel settore giovanile nel 1957, esordì in prima squadra a 18 anni e vi rimase per tutta la carriera, dal 1960 al 1977. Diciassette stagioni, 565 presenze ufficiali e oltre 150 gol, con un palmarès che racconta da solo l’epoca della Grande Inter: quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali. Nel 1964, nella finale di Coppa dei Campioni contro il Real Madrid di Di Stéfano e Puskás, segnò due volte nel 3-1 che consegnò all’Inter la prima Coppa dei Campioni della sua storia. Un anno dopo fu capocannoniere della Serie A con 17 reti; nel 1971 arrivò secondo nel Pallone d’Oro dietro Johan Cruyff.
Ma raccontare Mazzola soltanto attraverso i trofei significherebbe perdere qualcosa. Nella Grande Inter di Helenio Herrera rappresentava una forma di calcio che univa disciplina tattica e libertà individuale. Sapeva accelerare improvvisamente, inserirsi, vedere la porta e leggere l’azione prima degli altri. Non aveva bisogno di costruire il personaggio fuori dal campo perché il personaggio esisteva già quando riceveva il pallone. Per i tifosi dell’Inter fu uno di quei calciatori nei quali una squadra finisce per riconoscersi: non soltanto per quanto vince, ma per come attraversa gli anni senza separare mai la propria storia personale da quella della maglia.
Anche la Nazionale occupò una parte enorme della sua carriera. Settanta presenze e 22 gol, il titolo europeo conquistato nel 1968 e la finale mondiale raggiunta in Messico nel 1970. Proprio quel Mondiale consegnò alla storia una delle discussioni calcistiche italiane più interminabili: la celebre “staffetta” con Gianni Rivera, con Mazzola schierato nel primo tempo e il fuoriclasse del Milan nella ripresa. Due giocatori straordinari, due modi differenti di interpretare il calcio e, inevitabilmente, ancora Milano divisa in due. Mazzola e Rivera finirono per rappresentare molto più di una scelta tattica: diventarono quasi due Italie calcistiche, discusse nei bar, sui giornali e nelle famiglie. Dopo il ritiro Mazzola non scomparve. Tornò all’Inter come dirigente, lavorò anche per Genoa e Torino e diventò per anni una voce familiare della televisione sportiva. Il tempo aveva trasformato l’antico campione in un testimone di un calcio molto diverso da quello contemporaneo, ma senza ridurlo a monumento. Parlava, ricordava, giudicava, spesso con quella franchezza che appartiene a chi non deve più dimostrare nulla. E soprattutto continuava a rappresentare un legame diretto con un’epoca nella quale le grandi squadre italiane costruivano identità capaci di durare per decenni.
La sua morte arriva in un momento particolarmente doloroso per Milano. Il 31 luglio era scomparso Franco Baresi, capitano e simbolo assoluto del Milan, a 66 anni. Ora se ne va Mazzola. Non furono rivali della stessa generazione e sarebbe artificioso costruire tra loro un confronto calcistico che la storia non ha mai realmente proposto. Il legame è un altro, più profondo: ciascuno incarnò per il proprio club qualcosa che supera i risultati. Baresi era diventato il Milan; Mazzola era stato uno dei volti attraverso i quali l’Inter aveva imparato a considerarsi grande anche fuori dall’Italia. In meno di due mesi Milano ha così salutato due uomini appartenuti ai colori opposti della città e, proprio per questo, alla stessa storia. Perché San Siro è sempre stato anche questo: una casa divisa in due che, davanti ai grandi campioni, finisce qualche volta per riconoscersi intera. Sandro Mazzola se ne va a 83 anni portando con sé la Grande Inter, Herrera, le notti europee, il numero 8, la Nazionale e quel cognome che aveva ricevuto come un’eredità enorme e che riuscì a rendere nuovamente suo.
Prima Baresi, ora Mazzola. Milano saluta due delle sue leggende, ma non perde ciò che hanno rappresentato. È proprio adesso che resta la cosa più importante: la memoria di ciò che sono stati, delle imprese che hanno compiuto e delle emozioni che hanno lasciato a generazioni di tifosi.