
Il 19 agosto 1921, a El Paso, in Texas, nasceva Eugene Wesley Roddenberry, l’uomo che molti anni più tardi avrebbe dato un nome, un volto e soprattutto un ideale al futuro. Prima di diventare il creatore di Star Trek, però, Roddenberry visse una vita che sembrava già possedere il ritmo di un racconto d’avventura. Crebbe a Los Angeles, si interessò all’aeronautica, conseguì il brevetto di pilota e, dopo l’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, entrò nell’United States Army Air Corps. Pilotò bombardieri B-17 nel Pacifico meridionale, partecipò a missioni nell’area di Guadalcanal, Bougainville e Munda e venne decorato con la Distinguished Flying Cross e l’Air Medal. Fu proprio durante la guerra che cominciò a scrivere, trasformando in racconti e versi ciò che vedeva e viveva durante le missioni.
Terminato il conflitto, entrò nella Pan American World Airways, ma anche quella nuova fase della sua esistenza gli riservò un’esperienza drammatica. Nel 1947 l’aereo sul quale prestava servizio precipitò nel deserto siriano dopo aver perso due motori ed essersi incendiato in volo. Roddenberry sopravvisse e contribuì a mettere in salvo i passeggeri e a organizzare i soccorsi. Quando, anni dopo, avrebbe raccontato capitani chiamati a prendere decisioni impossibili e ufficiali responsabili della vita di un intero equipaggio, non avrebbe dovuto affidarsi soltanto alla fantasia: conosceva personalmente il volo, il pericolo e il peso del comando. Intuendo le enormi possibilità della televisione, abbandonò l’aviazione commerciale e tentò di entrare nel mondo dello spettacolo. Non riuscendo ancora a mantenersi con la scrittura, nel 1949 entrò nel Los Angeles Police Department, seguendo in parte le orme del padre. Continuò però a scrivere sceneggiature, talvolta firmandosi Robert Wesley, e lavorò a produzioni come Highway Patrol, The West Point Story e Have Gun – Will Travel. Nel 1963 creò The Lieutenant, serie ambientata nel Corpo dei Marines che durò una sola stagione, ma gli permise di dimostrare di saper usare la televisione popolare per affrontare questioni morali e sociali. L’idea destinata a cambiare per sempre la sua vita cominciò a prendere forma l’anno successivo. Roddenberry immaginò una serie ambientata nel XXIII secolo, a bordo di una grande astronave impegnata nell’esplorazione della galassia.
Per renderla immediatamente comprensibile ai dirigenti televisivi la presentò anche come una sorta di “Wagon Train verso le stelle”, richiamando una popolare serie western, ma dietro quella definizione commerciale si nascondeva un progetto molto più ambizioso. Ogni nuovo pianeta avrebbe consentito di raccontare una civiltà diversa e ogni incontro con una specie aliena sarebbe diventato un modo per parlare dell’umanità contemporanea. Il razzismo, la Guerra fredda, il fanatismo, l’autoritarismo, il rapporto con la scienza e la paura del diverso potevano essere portati sullo schermo senza rinunciare all’avventura, osservandoli attraverso la distanza apparentemente rassicurante della fantascienza. Il progetto venne sviluppato dalla Desilu Productions e proposto alla NBC. Il primo episodio pilota, The Cage, fu girato alla fine del 1964: al comando della USS Enterprise c’era il capitano Christopher Pike interpretato da Jeffrey Hunter, Majel Barrett era Numero Uno e Leonard Nimoy vestiva già i panni di Spock. La NBC non approvò il pilota, ritenuto troppo cerebrale e lontano dal tipo di avventura che la rete desiderava, ma invece di chiudere definitivamente il progetto prese una decisione molto rara e ordinò un secondo tentativo. Nacque così Where No Man Has Gone Before, scritto da Samuel A. Peeples. Jeffrey Hunter non tornò e il comando dell’Enterprise passò a James T. Kirk, interpretato da William Shatner, mentre Spock rimase a bordo e cominciò ad assumere i tratti che lo avrebbero reso uno dei personaggi più riconoscibili della storia della televisione. Questa volta la NBC diede il via libera alla serie.
Anche qui, però, è necessaria una precisazione che gli appassionati conoscono bene: quando Star Trek debuttò negli Stati Uniti l’8 settembre 1966, il primo episodio trasmesso non fu il secondo pilota, ma The Man Trap; Where No Man Has Gone Before venne programmato come terzo episodio della stagione. La vera rivoluzione di Star Trek non consisteva soltanto nei viaggi interstellari, nei phaser o nel teletrasporto. Sul ponte dell’Enterprise lavoravano insieme uomini e donne che la televisione americana degli anni Sessanta mostrava raramente fianco a fianco con la stessa dignità: la tenente Uhura, donna nera e ufficiale delle comunicazioni; Hikaru Sulu, ufficiale di origine asiatica; il russo Pavel Chekov, arrivato nella seconda stagione mentre la Guerra fredda divideva ancora il mondo; e naturalmente Spock, figlio di un vulcaniano e di un’umana, costantemente sospeso tra logica ed emozione. La Federazione dei Pianeti Uniti rappresentava la possibilità che l’umanità potesse sopravvivere alle proprie contraddizioni, superare guerre, discriminazioni e fame e utilizzare la conoscenza non per dominare, ma per crescere. L’Enterprise non attraversava lo spazio per conquistare territori: viaggiava per esplorare, conoscere e stabilire un contatto con ciò che era sconosciuto. Era questa la scommessa più audace di Roddenberry. In un periodo nel quale molta fantascienza immaginava invasioni, catastrofi nucleari e mondi distrutti, lui scelse di mostrare un futuro nel quale l’uomo non solo era ancora vivo, ma era riuscito a diventare migliore. Roddenberry fu l’ideatore e il creatore di Star Trek, ma non costruì da solo tutto ciò che oggi associamo a quell’universo.
Autori e produttori come Gene L. Coon, D.C. Fontana e Robert H. Justman, insieme a sceneggiatori, registi, interpreti, tecnici e artisti come Matt Jefferies e Alexander Courage, contribuirono in modo decisivo a definire personaggi, civiltà, regole, immagini e suoni della serie. Riconoscere questa dimensione collettiva non riduce la grandezza di Roddenberry, ma permette di comprendere perché Star Trek sia riuscito a diventare qualcosa di più vasto del progetto iniziale di un solo uomo. La Serie Classica durò tre stagioni e venne cancellata nel 1969, ma quella che sembrava la fine si trasformò lentamente in una rinascita. Le repliche conquistarono nuovi spettatori, nacquero le prime convention e il seguito degli appassionati divenne impossibile da ignorare. Nel 1973 arrivò Star Trek: The Animated Series, con le voci di gran parte del cast originale; nel 1979 il franchise raggiunse il cinema con Star Trek: The Motion Picture, diretto da Robert Wise; infine, nel 1987, Roddenberry tornò alla televisione con Star Trek: The Next Generation. La nuova serie non si limitava a sostituire Kirk e il suo equipaggio con personaggi più giovani. L’Enterprise-D di Jean-Luc Picard apparteneva a un’epoca differente, ancora più vicina all’ideale utopico del suo creatore, e dimostrò che quell’universo poteva continuare a esistere senza dipendere unicamente dai protagonisti originali. Roddenberry morì il 24 ottobre 1991, a settant’anni, mentre The Next Generation era nel pieno del successo. Non vide la nascita di Deep Space Nine, Voyager, Enterprise e delle successive produzioni, ma ogni nuova interpretazione del futuro di Star Trek, anche quando si è allontanata dalle sue regole o ha messo in discussione il suo ottimismo, ha dovuto confrontarsi con la visione che lui aveva posto all’origine di tutto. La sua influenza, del resto, aveva già oltrepassato da tempo i confini della televisione.
Nel 1976 la NASA prevedeva inizialmente di chiamare Constitution il primo orbiter del programma Space Shuttle destinato ai test atmosferici. Una campagna di lettere promossa dagli appassionati contribuì a convincere le autorità a scegliere il nome Enterprise. Il 17 settembre dello stesso anno, durante la presentazione pubblica del veicolo a Palmdale, in California, Roddenberry era presente insieme a Leonard Nimoy, DeForest Kelley, Nichelle Nichols, James Doohan, George Takei e Walter Koenig. Quando lo shuttle uscì dall’hangar, la banda dell’Aeronautica militare suonò il tema di Star Trek composto da Alexander Courage. Per un momento l’Enterprise della fantasia e quella dell’esplorazione spaziale reale si trovarono una davanti all’altra, unite dal nome di una nave che per milioni di persone era già diventata il simbolo di un futuro possibile. Il 19 agosto custodisce inoltre alcune coincidenze che sembrano scritte appositamente per gli appassionati. Il 19 agosto 1938 nacque Diana Muldaur, interprete nella Serie Classica di due personaggi differenti, la dottoressa Ann Mulhall in Return to Tomorrow e la dottoressa Miranda Jones in Is There in Truth No Beauty?, prima di tornare quasi vent’anni più tardi nei panni della dottoressa Katherine Pulaski durante la seconda stagione di The Next Generation. Il 19 agosto 1952 nacque invece Jonathan Frakes, destinato a diventare il comandante William T. Riker e poi uno dei registi più importanti e longevi dell’intero franchise. Dopo essere passato dietro la macchina da presa già durante The Next Generation, Frakes diresse numerosi episodi delle serie successive e due lungometraggi, Star Trek: First Contact e Star Trek: Insurrection. Roddenberry, Muldaur e Frakes condividono quindi lo stesso compleanno, una coincidenza che la stessa Diana Muldaur, intervistata anni fa dal sito ufficiale di Star Trek, definì straordinaria, scherzando sul fatto che forse qualcuno ne avrebbe compreso il significato soltanto in futuro.
Ma ce n’è un’altra ancora più suggestiva: Orville Wright nacque il 19 agosto 1871, esattamente cinquant’anni prima di Gene Roddenberry. Il pioniere che contribuì a insegnare all’uomo come volare e l’uomo che avrebbe immaginato l’umanità in viaggio tra le stelle vennero dunque al mondo nello stesso giorno, a mezzo secolo di distanza. Roddenberry sarebbe diventato a sua volta pilota prima di affidare a un’astronave il sogno di spingersi là dove nessuno era mai giunto prima. Il 19 agosto 1921 non nacque soltanto il creatore di una serie televisiva, ma l’uomo che trasformò il futuro in una destinazione verso la quale valesse la pena dirigersi. La tecnologia immaginata da Star Trek ha certamente affascinato intere generazioni, ma il messaggio più importante di Roddenberry non riguardava il motore a curvatura, il teletrasporto o la possibilità di raggiungere mondi lontani. Riguardava noi e la possibilità di non rimanere per sempre prigionieri dei nostri errori.
Le stelle, nella sua visione, non erano una fuga dalla Terra, ma la meta di un’umanità finalmente capace di meritare il viaggio.