
Quel 21 agosto 1939, a Santa Croce sull’Arno, nasceva Aldo Caponi. Il nome Don Backy sarebbe arrivato molti anni dopo, insieme alla stagione irripetibile nella quale la musica italiana cominciò a liberarsi dalle sue vecchie convenzioni, il rock and roll entrò prepotentemente nella vita dei ragazzi e attorno ad Adriano Celentano prese forma una delle avventure più singolari della nostra discografia: il Clan. Don Backy ne sarebbe diventato uno degli alfieri, certamente uno dei talenti più riconoscibili, ma anche l’uomo destinato a consumare con Celentano una delle rotture più clamorose della storia della canzone italiana. Fermarsi però alla celebre querelle significherebbe fargli un torto. Perché Don Backy è stato soprattutto un autore di razza, un interprete personale, un uomo capace di scrivere melodie e parole entrate nella memoria collettiva e, cosa ancora più rara, un artista curioso abbastanza da non accontentarsi mai di essere soltanto un cantante.
Tutto nasce dalla folgorazione per il rock and roll. Nella provincia toscana degli anni Cinquanta, il giovane Caponi ascolta quella musica proveniente dall’America come la promessa di un mondo nuovo. Bill Haley, Elvis Presley, Little Richard, gli Everly Brothers: dischi che per la generazione cresciuta nell’Italia del dopoguerra non rappresentano soltanto un nuovo suono, ma una diversa maniera di stare al mondo. Comincia a cantare, prende la chitarra, si esibisce con piccoli complessi, usa inizialmente nomi d’arte come Agaton e scrive La storia di Frankie Ballan, ballata ispirata a una vicenda reale. È proprio quel brano ad aprirgli la porta del neonato Clan Celentano. Nel 1962 diventa Don Backy e partecipa alla prima edizione del Cantagiro: il nome nuovo comincia a circolare e con esso emerge una qualità destinata a distinguerlo da molti altri interpreti della generazione beat. Don Backy non vuole soltanto cantare le canzoni degli altri: vuole raccontare storie.
Nel Clan trova inizialmente il luogo ideale. Sono gli anni di Ricky Gianco, I Ribelli, Gino Santercole, Milena Cantù, Detto Mariano e di un Celentano che sta costruendo attorno a sé non semplicemente una casa discografica, ma una comunità artistica alternativa ai meccanismi tradizionali dell’industria musicale. Don Backy vi entra da protagonista. È lui a scrivere il testo italiano di Stand by Me di Ben E. King: diventa Pregherò, incisa da Celentano e trasformata in uno dei grandi successi di quella stagione. Scrive ancora per il repertorio del Clan e contemporaneamente costruisce il proprio, passando da Amico a Ho rimasto, da Io che giro il mondo a L’amore, fino a maturare una cifra sempre più personale. È proprio qui che si comprende la sua importanza: Don Backy appartiene alla generazione che fece da ponte tra il cantante tradizionale e il moderno autore-interprete. Nelle sue canzoni la melodia italiana resta centrale, ma dentro quella melodia cominciano a entrare inquietudine, solitudine, immagini, sentimenti raccontati con una lingua più immediata e personale. Il 1967 è l’anno della consacrazione. A Sanremo porta, insieme a Johnny Dorelli, L’immensità, firmata da Don Backy, Detto Mariano e Mogol. Arriva soltanto nona, ma la classifica del Festival si rivelerà quasi irrilevante: il disco diventa uno dei grandi successi dell’anno e la canzone comincia una vita che non si è ancora conclusa. Mina la incide, altri interpreti la faranno propria, attraverserà generazioni e arrangiamenti diversi. È una di quelle composizioni che hanno superato il proprio tempo e per le quali non serve più ricordare l’anno di pubblicazione. Bastano le prime battute. In L’immensità c’è una delle caratteristiche migliori della scrittura legata a Don Backy: riuscire a utilizzare parole semplici per affacciarsi su sentimenti enormi, raccontare la solitudine senza retorica e trasformare una confessione individuale in qualcosa nel quale migliaia di persone possono riconoscersi.
Nello stesso 1967 arriva Poesia, altro titolo destinato a diventare parte essenziale del suo repertorio. Ma mentre la musica gli consegna il successo, Don Backy dimostra già di stare stretto nella definizione di cantante. Pubblica con Feltrinelli il romanzo Io che miro il tondo, esperienza allora tutt’altro che abituale per un protagonista della musica leggera, e lavora nel cinema con registi importanti, da Carlo Lizzani a Gianni Puccini. La sua presenza in Banditi a Milano e I sette fratelli Cervi racconta bene una personalità che considera le diverse arti non territori separati, ma modi differenti di esprimere lo stesso bisogno creativo. Poi arriva il 1968 e il racconto diventa inevitabilmente più tormentato. Don Backy avrebbe dovuto partecipare al Festival di Sanremo interpretando Canzone. Non fu dunque, come a volte viene raccontato sbrigativamente, un pezzo che egli “affidò” a Celentano. Al contrario: dopo l’esplosione del conflitto con il Clan fu proprio Celentano a sostituirlo nell’esecuzione sanremese, in coppia con Milva. Dietro quella rottura c’erano questioni amministrative, contrattuali e di diritti che covavano da tempo e alle quali si intrecciò il complicatissimo caso di Casa bianca, il brano scelto da Ornella Vanoni per quello stesso Festival. Poiché il regolamento dell’epoca poneva limiti alla presenza dello stesso compositore con più canzoni, la questione delle firme diventò esplosiva. Don Backy sostenne sempre una propria ricostruzione dei fatti e della paternità musicale del brano; la controversia avrebbe avuto una lunghissima prosecuzione giudiziaria e le attribuzioni ufficiali di Casa bianca indicano Eligio La Valle e Detto Mariano per la musica e Don Backy per il testo. È importante ricordarlo perché la vicenda è stata spesso trasformata in leggenda, mentre la realtà fu assai più complessa. Ciò che rimane indiscutibile è il paradosso straordinario del Festival del 1968: Don Backy non sale sul palco come concorrente, ma due canzoni alle quali il suo nome è legato arrivano immediatamente dietro la vincitrice Canzone per te di Sergio Endrigo e Roberto Carlos. Casa bianca, cantata da Marisa Sannia e Ornella Vanoni, è seconda; Canzone, interpretata da Milva e da Celentano al posto di Don Backy, è terza. Il quotidiano La Notte sintetizza la situazione con una frase destinata a rimanere: Don Backy aveva vinto il Festival senza cantare. E il pubblico aggiunge un altro capitolo alla storia. Uscito dal Clan, Don Backy fonda l’etichetta Amico e pubblica la propria incisione di Canzone. In quelle settimane sul mercato convivono diverse versioni dello stesso brano, ma quella dell’autore ottiene risultati superiori a quella di Celentano: nelle classifiche storiche del 1968 la versione di Don Backy raggiunge il numero 2, mentre quella di Celentano si ferma al numero 6. Un dettaglio che vale più di tante ricostruzioni polemiche: nel momento della rottura più dura, il pubblico continuava a riconoscere Don Backy come protagonista.
L’anno seguente torna finalmente a Sanremo da interprete con Milva e Un sorriso, arrivando ancora una volta terzo. La sua storia, tuttavia, non finisce affatto con gli anni Sessanta. Continua a incidere, recita in numerosi film, compone colonne sonore, scrive romanzi, disegna fumetti, dipinge, fonda nuove etichette. E soprattutto continua a scrivere canzoni capaci di sorprendere. Una di queste è Sognando, concepita nei primi anni Settanta e portata nel 1976 da Mina dentro l’album Singolare: il racconto in prima persona di una donna rinchiusa in un istituto psichiatrico, una materia durissima affrontata quando il disagio mentale era ancora quasi assente dalla canzone popolare italiana. È un brano che da solo basterebbe a smentire l’idea di Don Backy come semplice autore melodico legato agli anni del Clan. Dietro le grandi aperture orchestrali e il gusto per la melodia c’è sempre stato un autore interessato alle fragilità umane e disposto a cercare argomenti meno rassicuranti. A ottantasette anni, Don Backy appartiene ormai alla storia della nostra musica, ma continua ostinatamente a considerare la creatività qualcosa di presente: ancora negli ultimi anni ha lavorato tra musica, disegno e narrativa, fedele a quella insofferenza per le etichette che lo accompagna dagli esordi. E forse proprio il tempo consente oggi di guardare con maggiore equilibrio alla sua vicenda. La rottura con Celentano fu enorme, dolorosa e irreversibile per decenni, tanto da rischiare di oscurare tutto il resto; nel 2026 Don Backy ha persino rivolto pubblicamente all’antico compagno di strada un invito a chiudere finalmente quella storia.
Ma il valore di Don Backy non dipende da una riconciliazione e neppure dal giudizio che si voglia dare su una lite di quasi sessant’anni fa. Sta nelle canzoni. Sta in Pregherò, L’immensità, Poesia, Canzone, Un sorriso, Sognando. Sta nella capacità di essere stato dentro uno dei laboratori più importanti della musica italiana senza rimanerne prigioniero, di aver conosciuto il successo enorme e l’isolamento, le classifiche e le battaglie, continuando comunque a scrivere, cantare, recitare e disegnare. Il Clan Celentano gli diede il palcoscenico dal quale partire; Don Backy contribuì, con il proprio talento, a rendere grande quella stagione. Poi scelse — o fu costretto — a camminare da solo. Forse è proprio per questo che la definizione di “alfiere ribelle” gli somiglia così tanto. Perché Don Backy è stato uomo del Clan fino in fondo, ma non abbastanza da rinunciare alla propria identità.
E quel ragazzo nato in Toscana il 21 agosto 1939 ha lasciato alla musica italiana qualcosa che nessuna querelle può cancellare: canzoni che, dopo quasi sessant’anni, non hanno ancora smesso di appartenerci.
Auguri Don e continua farci sognare!