
A volte il calendario costruisce coincidenze che sembrano concepite da un romanziere. Il 24 agosto 2006 l’astronomia tolse a Plutone il titolo di nono pianeta del Sistema solare; esattamente dieci anni dopo, il 24 agosto 2016, annunciò la scoperta di Proxima b, un nuovo mondo in orbita attorno alla stella più vicina al Sole. Prima una sottrazione, poi una scoperta. Due decisioni separate da un decennio perfetto che nel 2026 tornano a incontrarsi, ricordandoci quanto rapidamente possa cambiare la geografia del cielo senza che nell’universo si sposti nulla. Plutone continuò infatti a percorrere la propria orbita come aveva sempre fatto, ma quel giorno del 2006, durante l’assemblea dell’Unione Astronomica Internazionale riunita a Praga, cessò ufficialmente di essere un pianeta.
Scoperto nel 1930 da Clyde Tombaugh, per settantasei anni era stato il punto conclusivo del Sistema solare conosciuto, l’ultimo nome imparato a scuola e la frontiera oltre la quale sembrava cominciare il grande buio. Il problema nacque quando gli astronomi individuarono nella fascia di Kuiper numerosi corpi con caratteristiche simili e soprattutto Eris, un oggetto tanto importante da mettere in crisi la vecchia classificazione. Se Plutone fosse rimasto un pianeta, perché negare lo stesso titolo agli altri mondi che affollavano quella regione? Occorreva scegliere se allargare continuamente la famiglia planetaria oppure stabilire regole più severe. Prevalse la seconda soluzione. Da quel momento, per essere definito pianeta, un corpo celeste avrebbe dovuto orbitare attorno al Sole, possedere una massa sufficiente ad assumere una forma quasi sferica e dominare la propria zona orbitale, liberandola dalla presenza di oggetti confrontabili. Plutone non soddisfaceva quest’ultima condizione e venne riclassificato come pianeta nano. La notizia uscì rapidamente dagli ambienti scientifici e diventò un caso popolare.
Milioni di persone reagirono come se a essere retrocesso fosse stato un vecchio amico, mentre libri, enciclopedie e modellini del Sistema solare diventavano improvvisamente superati. La decisione non diminuiva l’importanza di Plutone, ma colpiva un’immagine del cielo radicata da generazioni. La sua rivincita arrivò nove anni più tardi grazie a New Horizons, la sonda partita dalla Terra nel gennaio 2006 diretta verso quello che allora era ancora il nono pianeta e giunta a destinazione nel luglio 2015, quando il suo obiettivo era ormai diventato un pianeta nano. Le prime immagini ravvicinate mostrarono un mondo tutt’altro che insignificante: montagne di ghiaccio, vaste pianure di azoto congelato, una tenue atmosfera, cinque satelliti e una spettacolare regione chiara a forma di cuore. Plutone aveva perduto una qualifica, ma finalmente aveva conquistato un volto. Appena un anno dopo, ancora il 24 agosto, l’astronomia compì il movimento opposto e presentò al mondo un pianeta fino ad allora sconosciuto. Il suo nome era Proxima Centauri b, abbreviato in Proxima b. Proxima Centauri non è il pianeta, ma la piccola nana rossa attorno alla quale esso orbita: una stella distante poco più di quattro anni luce e, dopo il Sole, la più vicina alla Terra.
Nessun telescopio aveva fotografato direttamente Proxima b. A rivelarne l’esistenza era stata la minuscola oscillazione impressa dalla sua gravità alla stella, rilevata attraverso variazioni di velocità paragonabili al passo di una persona. Un movimento quasi impercettibile aveva tradito la presenza di un intero mondo. Proxima b possiede una massa confrontabile con quella terrestre e completa la propria orbita in appena 11,2 giorni. Si trova molto più vicino alla sua stella di quanto la Terra lo sia al Sole, ma Proxima Centauri è così piccola e fredda da collocare il pianeta nella cosiddetta zona abitabile, quella nella quale le temperature potrebbero permettere l’esistenza di acqua liquida. La notizia alimentò immediatamente il sogno di avere trovato una seconda Terra proprio dietro l’angolo cosmico, ma la realtà rimane molto più incerta. Proxima Centauri è una stella turbolenta, capace di produrre eruzioni e radiazioni violentissime che potrebbero avere compromesso l’atmosfera del pianeta. Proxima b, inoltre, potrebbe rivolgere sempre la stessa faccia alla propria stella, lasciando un emisfero immerso in una luce continua e l’altro in una notte perpetua. Non sappiamo se possieda aria, oceani o condizioni compatibili con la vita; sappiamo soltanto che è il pianeta extrasolare più vicino a noi e quindi uno dei più affascinanti obiettivi per le osservazioni future. Plutone e Proxima b finirono così per rappresentare due facce della stessa avventura scientifica. Il primo era conosciuto da tutti, ma dovette rinunciare al proprio posto tra i pianeti; il secondo era sempre esistito senza che nessuno ne conoscesse la presenza e in quel giorno conquistò un nome sulle mappe astronomiche. Uno appartiene al nostro Sistema solare ed è stato osservato da vicino, l’altro è il nostro vicino planetario oltre il Sole ma rimane irraggiungibile con le tecnologie attuali. Quel doppio 24 agosto non cancellò un mondo e non ne creò uno nuovo: cambiò soltanto, per due volte, la nostra idea dell’universo.
Ed è forse questa la lezione più autentica lasciata da Plutone e Proxima b: il cielo non deve adattarsi alle classificazioni degli uomini, mentre sono gli uomini a dover continuamente ridisegnare le proprie mappe per inseguire un cosmo che resta sempre più vasto delle loro certezze.