
Ci sono volti che appartengono a un’epoca e altri che sembrano sottrarsi al tempo, e quello di Grace Kelly è rimasto sospeso esattamente così: giovane, luminoso, elegantissimo, quasi impossibile da associare alla parola morte. Eppure il 14 settembre 1982, in un ospedale di Monaco, quella storia si interruppe a soli 52 anni, il giorno dopo un incidente automobilistico sulle strade che scendono dalle alture del Principato, trasformando in tragedia una vita che fino ad allora aveva avuto qualcosa di irripetibile: attrice celebrata da Hollywood, musa di Alfred Hitchcock, premio Oscar, poi principessa, moglie e madre, Grace Patricia Kelly era riuscita a vivere in poco più di mezzo secolo esistenze che sarebbero bastate a riempirne molte.
La mattina del 13 settembre era al volante della sua Rover, con accanto la figlia diciassettenne Stéphanie, quando lungo una strada di montagna perse il controllo dell’automobile, che uscì dalla carreggiata e precipitò per circa trentacinque metri lungo una scarpata; nelle prime ore si parlò di un problema ai freni, ma il medico Jean Duplay, che la visitò dopo l’incidente, spiegò successivamente che gli esami avevano evidenziato un’emorragia cerebrale precedente all’impatto, compatibile con un malore che l’avrebbe colpita mentre guidava. Stéphanie, rimasta ferita a una vertebra cervicale, sopravvisse e raccontò di avere tentato inutilmente di arrestare la vettura; Grace invece non si riprese, le lesioni cerebrali risultarono irreversibili e nel pomeriggio del 14 settembre cessò ogni attività cerebrale, fino alla decisione, presa dopo il confronto fra Ranieri e i figli Caroline e Albert, di interrompere il sostegno artificiale. Pochi minuti dopo le dieci di sera Grace di Monaco fu dichiarata morta.
Era una conclusione brutale per una donna che il mondo aveva imparato a immaginare come protagonista di una favola, ma proprio la favola rischia ancora oggi di nascondere la parte più interessante della sua storia, perché Grace Kelly non fu semplicemente una donna bellissima che Hollywood trasformò in diva e un principe in principessa: nata a Filadelfia il 12 novembre 1929, aveva scelto la recitazione e conquistato rapidamente teatro, televisione e cinema, passando da Mezzogiorno di fuoco a Mogambo e arrivando poi all’incontro decisivo con Alfred Hitchcock, che comprese come dietro quella bellezza apparentemente fredda e controllata esistesse una sensualità molto più complessa, fatta di ironia, desiderio e inquietudine. Con Il delitto perfetto, La finestra sul cortile e Caccia al ladro Grace diventò una delle figure femminili più riconoscibili del cinema degli anni Cinquanta, ma fu La ragazza di campagna, dove rinunciò deliberatamente al glamour, a dimostrare definitivamente quanto ci fosse di attrice dietro l’icona: il 30 marzo 1955, a venticinque anni, vinse l’Oscar come migliore attrice protagonista. Poche settimane più tardi, il 6 maggio, mentre si trovava sulla Costa Azzurra per il Festival di Cannes, accettò un incontro organizzato quasi all’ultimo momento con il principe Ranieri III di Monaco; il Palazzo Principesco conserva ancora le fotografie di quel pomeriggio diventato, col senno di poi, uno degli appuntamenti più celebri del Novecento mondano e meno di un anno dopo, il 18 e 19 aprile 1956, Grace e Ranieri si sposarono a Monaco.
Aveva ventisei anni e lasciava il cinema proprio mentre si trovava al vertice, scelta che contribuì enormemente alla costruzione del mito perché Grace Kelly non conobbe mai sullo schermo il declino, i ruoli sbagliati o il lento passaggio da protagonista a comprimaria: rimase per sempre quella donna che apre la porta dell’appartamento di James Stewart ne La finestra sul cortile, quella che attraversa la Riviera accanto a Cary Grant in Caccia al ladro, quella presenza di una bellezza talmente controllata da sembrare quasi irreale. Ma dopo Hollywood cominciò un’altra Grace, meno spettacolare e forse proprio per questo più difficile da raccontare: madre di Caroline, Albert e Stéphanie, principessa impegnata nella vita culturale e sociale di Monaco, promotrice delle arti e dell’infanzia, fondatrice nel 1963 di AMADE e nel 1964 della Fondation Princesse Grace, continuò per tutta la vita a coltivare il legame con il mondo artistico, sostenendo interpreti e creativi e dedicandosi anche alla poesia, ai fiori e alle arti visive. Il 18 settembre 1982 Monaco la accompagnò nella cattedrale dove ventisei anni prima era diventata principessa e davanti al feretro non c’era più la favola che aveva affascinato il mondo, ma una famiglia devastata: Ranieri, Caroline, Albert, mentre Stéphanie non poté partecipare perché ancora ricoverata per le conseguenze dell’incidente; fra le personalità presenti c’era anche Cary Grant, come se per un istante il cinema fosse tornato a cercare la sua Grace sulla stessa Riviera che quasi trent’anni prima li aveva resi immortali.
Il dolore di Ranieri, visibile davanti alle telecamere, demolì in poche immagini tutta la distanza del protocollo: non il principe di Monaco, ma un uomo rimasto improvvisamente senza la donna con cui aveva condiviso ventisei anni di vita. È forse questa la ragione per cui Grace Kelly continua ad affascinare molto più di tante altre stelle della sua generazione: non soltanto perché era bellissima, non soltanto perché Hitchcock seppe fotografarla come pochi altri volti della storia del cinema, non soltanto perché un Oscar certificò un talento che l’immagine rischiava di mettere in ombra, ma perché la sua vita sembra ancora oggi divisa in tre atti perfetti e inconciliabili, l’attrice che conquista Hollywood, la donna che sceglie di abbandonarla quando tutti avrebbero voluto trattenerla e la principessa che tenta di costruirsi un’esistenza oltre il mito. Poi, improvvisamente, quel 14 settembre. Nessun invecchiamento pubblico, nessun lento congedo, nessuna possibilità di vedere cosa sarebbe diventata Grace Kelly a sessanta, settanta o ottant’anni: soltanto quella bellezza fissata per sempre nelle immagini e una morte troppo precoce che rese definitivo ciò che il cinema aveva già cominciato a trasformare in leggenda.
Grace Kelly non ebbe il tempo di diventare anziana; il tempo, da allora, non è mai riuscito a far invecchiare il suo mito.