
Il 17 settembre 1966 la televisione della Germania Ovest mandò in onda qualcosa che fino a quel momento non aveva mai osato realizzare: una grande serie di fantascienza ambientata nello spazio. Si intitolava Raumpatrouille – Die phantastischen Abenteuer des Raumschiffes Orion, da noi diventata Le avventure dell’astronave Orion, e quella sera il pubblico tedesco vide per la prima volta il comandante Cliff Allister McLane portare la sua nave verso le profondità del cosmo. La data è impressionante. Soltanto nove giorni prima, l’8 settembre, negli Stati Uniti aveva debuttato Star Trek. Il giorno successivo era arrivato The Time Tunnel. Ora, il 17 settembre, partiva anche l’Orion. Nel giro di appena dieci giorni, quasi senza che una produzione potesse sapere davvero cosa stesse facendo l’altra, tre serie destinate a diventare simboli della fantascienza televisiva avevano aperto contemporaneamente tre porte sull’impossibile.
Definire però l’Orion una sorta di Star Trek tedesco sarebbe riduttivo e storicamente sbagliato. La serie era già stata progettata e realizzata quando l’Enterprise di Gene Roddenberry comparve sugli schermi americani: le scenografie erano state preparate alla Bavaria già nel 1965. Era dunque una creazione autonoma, nata dall’immaginario europeo degli anni Sessanta e capace di costruire un futuro sorprendentemente personale. Siamo intorno all’anno 3000. Gli Stati nazionali non esistono più, l’umanità vive anche in città sommerse e possiede una flotta spaziale incaricata di difendere la Terra e le sue colonie. Tra i suoi ufficiali c’è Cliff Allister McLane, interpretato da Dietmar Schönherr: comandante brillante, coraggioso, insofferente alle regole e talmente incline all’insubordinazione da essere trasferito per punizione al servizio di pattugliamento. A controllarlo viene assegnata l’inflessibile ufficiale della sicurezza Tamara Jagellovsk, interpretata da Eva Pflug. La loro contrapposizione diventa uno dei motori della serie proprio mentre compare una minaccia sconosciuta: i misteriosi Frogs, esseri extraterrestri decisi a colpire l’umanità.
Ma la vera meraviglia era l’Orion stessa. Nel 1966 portare sul piccolo schermo un incrociatore spaziale, battaglie cosmiche, basi extraterrestri e città sottomarine significava affrontare problemi tecnici enormi. La produzione rispose con una fantasia quasi sfacciata. Nella plancia di comando vennero trasformati in apparecchiature futuristiche oggetti assolutamente terrestri: ferri da stiro, temperamatite, soffioni per doccia, bicchieri di plastica e componenti di uso quotidiano. Inseriti nelle scenografie progettate sotto la responsabilità di Rolf Zehetbauer, illuminati e fotografati in un rigoroso bianco e nero, diventavano però credibili strumenti di una tecnologia del futuro. È uno dei grandi paradossi dell’Orion: oggi possiamo riconoscere alcuni di quegli oggetti e sorridere, ma l’insieme continua ad avere un’identità visiva fortissima, molto più originale di tante scenografie costose costruite decenni dopo.
Anche il mondo raccontato dalla serie possedeva qualcosa di particolare. Non era l’universo ottimista e multicolore dell’Enterprise, ma un futuro più severo, militarizzato, burocratico, attraversato continuamente dal conflitto tra disciplina e iniziativa individuale. McLane salva la situazione proprio perché tende a fare ciò che ritiene necessario invece di ciò che gli viene ordinato. Accanto all’avventura c’erano ironia, schermaglie tra uomini e donne, autorità spesso paralizzate dalle proprie procedure e perfino momenti di vita mondana nello Starlight Casino, locale sottomarino nel quale si ballava il celebre futuristico Galyxo. Era una fantascienza che immaginava il terzo millennio portandosi inevitabilmente dietro l’eleganza, le tensioni e perfino il gusto musicale dell’Europa degli anni Sessanta.
E proprio la musica contribuì enormemente alla sua personalità. Peter Thomas costruì per l’Orion una colonna sonora fatta di jazz, elettronica, fiati e ritmi quasi da nightclub spaziale, lontanissima dalla solennità orchestrale normalmente associata ai viaggi cosmici. Bastano poche battute del tema principale per riconoscere immediatamente quell’universo. Immagini, suoni e scenografie finirono così per creare qualcosa che non assomigliava davvero a nessun’altra serie dell’epoca.
L’esperimento durò incredibilmente poco. Furono prodotti soltanto sette episodi di circa un’ora, trasmessi dalla ARD ogni due settimane dal 17 settembre al 10 dicembre 1966. Eppure il successo fu enorme: secondo Bavaria Film, gli ascolti arrivarono fino al 56 per cento, facendo della serie un autentico fenomeno televisivo. La sua brevità non ne cancellò il ricordo; al contrario, contribuì probabilmente a trasformarla in un oggetto di culto, continuamente riproposto dalla televisione tedesca e capace di generare romanzi, pubblicazioni e, molti anni dopo, persino una versione cinematografica ricavata dal materiale originale.
In Italia il rapporto con l’Orion fu più complicato. I sette episodi vennero doppiati e trasmessi integralmente dalla Televisione della Svizzera Italiana nel 1972, mentre la Rai nel 1974 ne propose soltanto quattro, all’interno della TV dei ragazzi, con il titolo Le avventure dell’astronave Orion. Una programmazione parziale che non aiutò il pubblico italiano a comprendere pienamente l’universo della serie, ma fu comunque sufficiente perché quelle immagini rimanessero nella memoria di molti spettatori.
Sette episodi. Nient’altro. Eppure sono bastati.
Perché quel 17 settembre 1966 non partì soltanto un’astronave immaginaria. Per la prima volta la televisione tedesca dimostrò di poter costruire un futuro intero, mandare uomini tra le stelle e competere con l’immaginario fantascientifico che stava esplodendo dall’altra parte dell’Atlantico. Nel giro di nove giorni erano comparsi Star Trek, The Time Tunnel e l’Orion: tre serie diversissime, nate indipendentemente e quasi contemporaneamente, come se nel settembre del 1966 la televisione avesse improvvisamente deciso che la Terra non bastava più.
E mentre l’Enterprise cominciava il suo viaggio di cinque anni e Tony e Doug precipitavano attraverso il tempo, dall’Europa un’altra voce annunciava che ciò che allora sembrava ancora una favola avrebbe potuto un giorno diventare realtà.
Poi l’Orion accese i motori.