
La prima cosa che si vede è un medico che dorme. Non un luminare impeccabile nel suo studio, non l’eroe sicuro di sé al quale la televisione aveva abituato il pubblico, ma un uomo esausto che cerca di recuperare qualche minuto di sonno durante il turno. Poi il pronto soccorso si mette in movimento e da quel momento quasi non si ferma più. Barelle che attraversano i corridoi, infermieri che chiamano esami, medici che parlano una lingua incomprensibile fatta di sigle e dosaggi, pazienti che arrivano mentre altri stanno morendo. Il 19 settembre 1994, quando NBC trasmise il film pilota di due ore di ER, intitolato 24 Hours, il medical drama televisivo cambiò improvvisamente velocità.
L’idea, in realtà, era vecchia di vent’anni. Michael Crichton, prima di diventare lo scrittore di Jurassic Park, si era laureato in medicina ad Harvard. Nel 1974 aveva scritto una sceneggiatura ispirata alle proprie esperienze ospedaliere: voleva raccontare ventiquattr’ore in un pronto soccorso quasi in forma documentaristica. Nessuno volle produrla. Era considerata troppo tecnica, troppo caotica, troppo veloce. Rimase in un cassetto per diciannove anni, finché Crichton e Steven Spielberg non recuperarono il progetto intuendo che ciò che non aveva funzionato come film poteva diventare televisione.
La cosa straordinaria è che proprio tutto ciò che per anni era sembrato sbagliato diventò la forza della serie. ER non rallentava per spiegare allo spettatore cosa stesse succedendo. I medici parlavano come medici, utilizzavano termini clinici senza tradurli continuamente in un linguaggio comprensibile e prendevano decisioni mentre camminavano, correvano, intubavano, suturavano. Lo spettatore non osservava più l’ospedale da una posizione privilegiata: veniva trascinato dentro il turno di lavoro. La sensazione di non riuscire a seguire tutto non era un difetto. Era esattamente ciò che si voleva ottenere.
Anche la macchina da presa si comportava diversamente. Il regista del pilot, Rod Holcomb, utilizzò massicciamente la Steadicam perché gli stretti corridoi del set non permettevano facilmente l’impiego delle attrezzature tradizionali. Quella necessità tecnica diventò linguaggio. La telecamera seguiva i personaggi attraverso stanze, porte e corridoi, talvolta per minuti senza stacchi, mentre diverse storie si incrociavano nello stesso movimento. Julianna Margulies avrebbe ricordato anni dopo di aver pensato che la Steadicam fosse quasi il “settimo personaggio” della serie. Quello stile sarebbe diventato familiare nella televisione successiva, ma nel 1994 aveva una forza quasi fisica.
Dentro quel caos apparivano Mark Greene, interpretato da Anthony Edwards, il pediatra Doug Ross di George Clooney, Peter Benton di Eriq La Salle, Susan Lewis di Sherry Stringfield, il giovane John Carter di Noah Wyle e Carol Hathaway di Julianna Margulies. Quest’ultima, nel progetto iniziale, non avrebbe dovuto nemmeno sopravvivere al primo episodio. Nessuno di loro veniva costruito come il medico infallibile della vecchia televisione. Erano bravi, spesso bravissimi, ma stanchi, competitivi, fragili, innamorati, arroganti, impauriti. Soprattutto potevano sbagliare. E i pazienti potevano morire.
Fu forse questa la rottura più profonda. Per decenni molta fiction ospedaliera aveva utilizzato la malattia come problema narrativo destinato a trovare una soluzione nel medico. ER spostò il punto di vista: il pronto soccorso diventava un luogo nel quale la medicina incontrava continuamente i propri limiti. Salvare qualcuno non era garantito dal fatto che fosse iniziato un episodio televisivo. Il corpo veniva mostrato nella sua vulnerabilità, talvolta con un realismo visivo allora insolito per la prima serata, e chi indossava il camice non possedeva sempre una risposta.
Ma il County General Hospital di Chicago diventò presto anche qualcosa di più di un ospedale. Dentro quelle porte entrava l’America degli anni Novanta: povertà, violenza urbana, discriminazioni, AIDS, dipendenze, differenze razziali, persone senza un’adeguata assistenza sanitaria. I problemi sociali non venivano necessariamente trasformati nel “tema della settimana”; spesso arrivavano su una barella insieme al paziente. Il Los Angeles Times, già negli anni della prima programmazione, sottolineava come la serie affrontasse sistematicamente questioni di classe, razza, disabilità e pregiudizio mostrando al tempo stesso i medici come esseri umani anziché figure quasi onnipotenti.
Il pubblico capì immediatamente che stava vedendo qualcosa di diverso. 23,8 milioni di spettatori seguirono il pilot la sera del 19 settembre. Tre giorni dopo ER occupò stabilmente il giovedì alle 22, all’interno della potentissima programmazione NBC del “Must See TV”, e da quella collocazione non si sarebbe più spostata durante le sue quindici stagioni. Nella terza stagione avrebbe superato i 30 milioni di spettatori medi negli Stati Uniti.
Da quella serie uscì anche una nuova generazione di star. George Clooney, allora ancora lontano dall’essere il divo cinematografico che conosciamo, trasformò Doug Ross nel ruolo che gli aprì definitivamente Hollywood. Ma il vero protagonista di ER rimase sempre il gruppo. Le storie potevano cominciare in una stanza, attraversarne altre tre, incrociarsi per pochi secondi e proseguire per settimane. Quella complessità narrativa contribuì ad abituare il pubblico a una televisione nella quale più trame potevano vivere contemporaneamente senza essere risolte alla fine di ogni puntata, anticipando una caratteristica fondamentale della serialità degli anni successivi.
ER sarebbe terminata il 2 aprile 2009 dopo 15 stagioni e avrebbe raccolto 124 candidature agli Emmy, vincendone 23. Nel frattempo erano arrivate moltissime altre serie ospedaliere, alcune destinate a durare persino più a lungo. Eppure quasi tutte avrebbero dovuto confrontarsi, in un modo o nell’altro, con ciò che era accaduto quella sera del 1994.
Perché ER non rese semplicemente più moderno il medical drama. Cambiò il modo di far percepire il tempo in televisione. Il pubblico non aspettava più che il medico spiegasse cosa stava succedendo: correva insieme a lui. Non guardava il pronto soccorso. Ci entrava.
E quel 19 settembre 1994, per la televisione, le porte dell’emergenza non si sarebbero più richiuse.