
Il 24 settembre 1959, al Teatro dell’Arte di Milano, andò in scena per la prima volta quello che avrebbe dovuto essere poco più di un festival di canzoni per bambini. Si chiamava Zecchino d’Oro, lo aveva ideato Cino Tortorella e nessuno poteva immaginare che quella trasmissione sarebbe sopravvissuta alla televisione in bianco e nero, al boom economico, alla nascita delle reti private, al telecomando, alla televisione commerciale e infine all’era digitale. Sessantasette anni dopo, quelle canzoni continuano a essere cantate da bambini che spesso hanno genitori e nonni cresciuti con le stesse melodie. Pochissimi programmi italiani possono dire di avere attraversato così tante generazioni senza perdere la propria identità.
L’idea iniziale era semplice e, per l’epoca, quasi rivoluzionaria: costruire una sorta di Sanremo nel quale i protagonisti fossero i bambini. Tortorella era già popolare grazie al personaggio di Mago Zurlì e fu chiamato dagli organizzatori del Salone del Bambino di Milano per ideare uno spettacolo che la televisione avrebbe ripreso durante la manifestazione. Ma quel primo Zecchino aveva ancora molto della fiaba: l’intera gara era inserita in una cornice ispirata a Pinocchio, con il Gatto, la Volpe e l’albero degli zecchini, dal quale derivò anche il nome della manifestazione. Alla fine del terzo pomeriggio vinse Giusi Guercilena con Quartetto, mentre da quella prima edizione sarebbe uscita anche Lettera a Pinocchio, destinata a diventare celebre l’anno successivo nella voce di Johnny Dorelli. Era televisione per bambini, certo, ma già con l’intuizione fondamentale che avrebbe distinto il programma per decenni: i piccoli interpreti non dovevano imitare gli adulti. Dovevano restare bambini.
La svolta arrivò nel 1961, quando lo Zecchino d’Oro si trasferì all’Antoniano di Bologna. Lì trovò qualcosa di più importante di una nuova sede: trovò la propria casa. Entrò nella storia del programma Mariele Ventre, giovane musicista diplomata in pianoforte al Conservatorio di Milano, alla quale venne affidata la preparazione dei piccoli interpreti. Due anni dopo, nel 1963, nacque il Piccolo Coro dell’Antoniano, formato inizialmente da appena otto bambini. Da quel momento lo Zecchino smise progressivamente di essere soltanto una gara televisiva e diventò un metodo, quasi un piccolo modello pedagogico: imparare a cantare insieme significava ascoltare l’altro, rispettare tempi e regole, accettare che la voce individuale avesse valore soprattutto dentro un gruppo. Mariele Ventre ne sarebbe rimasta il volto discreto e autorevole fino alla sua morte nel 1995, trasformando il coro in una delle istituzioni musicali infantili più riconoscibili d’Italia.
È probabilmente questo il segreto della longevità dello Zecchino d’Oro. La televisione italiana ha cambiato pelle molte volte, spesso inseguendo velocità, competizione e spettacolarizzazione, mentre quel palco ha continuato a proporre un’idea quasi ostinatamente diversa: bambini che cantano canzoni scritte per loro, senza essere trasformati in piccoli professionisti dello spettacolo. Il concorso, col passare degli anni, è diventato persino secondario rispetto alle canzoni. Quarantaquattro gatti, Volevo un gatto nero, Il valzer del moscerino, Il coccodrillo come fa?, Popoff, Il pulcino ballerino sono sopravvissute alle classifiche, alle mode e perfino ai programmi che le avevano lanciate. Sono entrate nel linguaggio familiare, nelle scuole, nelle feste, diventando una specie di repertorio popolare dell’infanzia italiana. Nel 1968, tra le piccole interpreti, comparve anche una bambina di Bologna di nome Cristina D’Avena, che cantò Il valzer del moscerino: un dettaglio che oggi sembra quasi una premonizione della storia televisiva che sarebbe venuta dopo.
Ma ridurre lo Zecchino alla nostalgia sarebbe un errore. Nel tempo molte canzoni hanno cominciato a parlare, con il linguaggio dell’infanzia, di ambiente, differenze, solidarietà, famiglia, scuola e convivenza. L’Antoniano ha progressivamente legato la manifestazione anche alle proprie attività sociali e umanitarie, mentre il Piccolo Coro è diventato una scuola musicale e di crescita, oltre che un simbolo televisivo. È cambiato il modo di produrre il programma, sono cambiati conduttori, scenografie e pubblico, ma è rimasta sorprendentemente stabile l’idea originaria che un bambino non debba essere interessante perché assomiglia a un adulto. Può esserlo semplicemente perché racconta il mondo con le parole e la fantasia della propria età.
Guardato dalla distanza, quel 24 settembre 1959 racconta anche un’Italia molto diversa dalla nostra. La televisione aveva appena cinque anni, esisteva un solo canale nazionale e il Paese stava entrando nel pieno del boom economico. In quello stesso 1959 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvava la Dichiarazione dei diritti del fanciullo: una coincidenza che la storia ufficiale dello Zecchino ricorda perché, pur senza un legame diretto, sembra quasi indicare il clima di un’epoca nella quale l’infanzia cominciava lentamente a essere considerata non più soltanto una fase da superare, ma un mondo con linguaggi, esigenze e diritti propri.
Lo Zecchino d’Oro è sopravvissuto perché non ha mai avuto davvero bisogno di inseguire il proprio tempo. Mentre intorno cambiava tutto, ha continuato a mettere un microfono davanti a un bambino e a chiedergli di cantare. Sembra pochissimo, soprattutto nella televisione contemporanea. E invece proprio quella semplicità ha costruito qualcosa che nessun indice d’ascolto può misurare completamente: una memoria condivisa capace di passare da una generazione alla successiva.
Quel 24 settembre 1959 nacque un programma televisivo.
Con gli anni sarebbe diventato molto di più: una parte dell’infanzia degli italiani.