
Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) nacque a Providence, nel Rhode Island, dove visse (a parte la parentesi newyorchese di due anni del suo matrimonio con Sonia Greene) sino alla morte, dovuta a tumore allo stomaco. Scrittore, saggista, revisore di testi altrui, ghost-writer per autori in erba o poco dotati, giornalista amatoriale, trovò uno stabile mercato per le sue opere nella rivista pulp Weird Tales, che gli assicurò un minimo di retribuzione e di cui divenne una delle firme più rilevanti e note.
Figura già leggendaria in vita tra i cultori del giornalismo e della scrittura dilettantesca fu solo dopo la sua scomparsa che l’importanza della sua opera (sia narrativa che saggistica, con un epistolario di più di centomila lettere, molte delle quali lunghissime) assunse respiro internazionale, facendolo assurgere alle vette di scrittore weird tra i più conclamati e vanamente imitati dalle generazioni successive.
Lo scrittore Fritz Leiber colse nel segno definendo Lovecraft un “Copernico letterario”, poichè la sua opera, in particolare quella parte di essa che raccoglie i racconti dei Miti di Cthulhu, di fatto, fu un colpo di spugna di portata definitiva per il genere horror-sovrannaturale comunemente accettato sino ai suoi tempi (il weird in cui Lovecraft stesso eccelleva), aprendo la via a tutta una nuova concezione di intendere il genere, in grado di ispirare profondamente nuove generazioni di scrittori. “Io sono uno che odia l’attuale, un nemico dello spazio e del tempo, della legge e della necessità. Bramo un mondo di misteri fastosi e giganteschi, di splendore e di terrore, in cui non regni alcuna limitazione, tranne quella dell’immaginazione più sfrenata”, scrisse Lovecraft nel 1923 e sulla falsariga delle tendenze già palesatesi in autori come William Hope Hogdson e Arthur Machen (che dettero nuova connotazione al genere, sviscerandolo dalle pastoie del gotico imperante e fondando il sentimento del terrore su altri contesti più universali), più che lo stesso Poe, cui troppo frettolosamente si tende ad avvicinare lo scrittore di Providence, il suo corpus di racconti costituisce un taglio netto con i miti dell’orrore ormai codificati dalla precedente narrativa, lasciandoseli alle spalle e bollandoli come “baracconeschi”.
Fantasmi, vampiri, demoni, licantropi, case infestate (da fenomeni comunemente accettati nel genere) sono virtualmente assenti dalla sua produzione, che apre invece straordinari e terrificanti scenari di portata cosmica, finendo necessariamente nello sconfinare con la più pura fantascienza (cosa che di per sé non dovrebbe nemmeno stupire, data la formazione squisitamente scientifica di Lovecraft, appassionato sin da giovanissimo di chimica e astronomia, di cui approfondiva i remi in riviste da lui stesso ciclostilate).
Lovecraft utilizzò solo per convenienza narrativa il bric-a-brac esoterico costituito da grimori magici, incantesimi et similia per spalancare le porte di un ignoto senza confini in cui la presenza umana non conta nulla, così come non conta nulla la presenza di quelle mostruose entità cosmiche, spesso solo alluse da Lovecraft e apparentemente votate alla distruzione dell’umanità, a loro volta soggette a un indifferentismo cosmico ulteriore che le destina allo stesso oblio mindless, cieco e incurante. E’ una posizione filosofica materialista-meccanicistica maturata con gli anni che fa da motore alla produzione narrativa lovecraftiana, raffigurante l‘uomo come pedina ininfluente su scala universale, in balìa di forze insensate e caotiche, che fanno capolino attraverso una pietosa interpretazione della realtà, troppo aliena e al di là degli umani concetti di bene e male da poter essere tollerata nella sua pienezza senza impazzire.
E Lovecraft, ponendosi volontariamente al di fuori e al di sopra della realtà (non “sfuggendole”, come molti critici hanno rimarcato in passato) tenta una dolorosa e partecipata descrizione dell’ignoto cosmico che ci circonda, conscio di non averne i mezzi per renderlo appieno ma raggiungendo comunque vertici espositivi difficilmente eguagliabili. Infranto per sempre il concetto di uomo al centro dell’universo e in grado di mantenerne un’effimera posizione grazie alla sua sapienza tecnologica, privato dell’ingenua credenza di un ente divino preposto a una giustizia cosmica finale, destinato invece a risultare schiantato da ciclopiche forze universali blinds and idiots (il tanto paventato dio Azathoth dei suoi racconti, al centro dell’Infinito) che già hanno annientato razze e civiltà incommensurabilmente più avanzate della nostra, a Lovecraft non resta che analizzare scientificamente l’emozione più forte del genere umano, la paura dell’ignoto, che forse è anche il metro di misura della sua (comunque vana) vitalità.
Pietosamente smascherati i demoni, i fantasmi e i mostri della passata produzione narrativa, vuoti spauracchi atti a raffigurare in modo superficiale forze inconoscibili e indifferenti alle sorti umane nascostamente all’opera nel tessuto del nostro stesso universo, in grado di filtrare anche attraverso il lato più oscuro della nostra mente e ibridando addirittura i nostri corpi, facile a essere posseduto da entità estranee che originano mutazioni genetiche e osceni connubi, Lovecraft manifesta tutto il suo razionale pessimismo cosmico, la futilità dell’esistenza di potenti razze antidiluviane, l’orrore della perdita dell’individualità, l’impotenza davanti a manifestazioni di realtà in cui “le cose non sono come qui da noi”, l’agghiacciante contemplazione di universi impazziti oltre il tempo e lo spazio in racconti di portata ormai squisitamente fantascientifica e di straordinaria potenza evocativa come Sogni nella casa stregata (1932), Il colore venuto dallo spazio (1927), Le montagne della follia (1931), Colui che sussurrava nelle tenebre (1930), L’ombra fuori dal tempo (1934), raramente ipotizzando un finale consolatorio, che prevede però sempre il sacrificio della componente umana, come nel caso di La maschera di Innsmouth (1931), sostenendo a più riprese che in questo ribollente universo a noi così estraneo e impenetrabile “la più grande gioia è data dall’ignoranza e la più grande sofferenza dalla consapevolezza”.