
Sono costretto a tornare sui miei passi, dato che il buon Kappa mi spinge a farlo, chiedendomi esplicitamente il mio parere sull’oggetto della questione, cioè il cogliere la valenza finale della figura dell’astronauta David Bowman in 2001: odissea nello spazio. Posto che mi trovo per lo più concorde con la disamina fatta nel precedente articolo, brillante nei suoi assunti, mi sono ricordato di aver affrontato a mia volta l’argomento tempo fa, in uno dei miei ultimi scritti sull’opera di Kubrick, che sono andato a recuperare e rivedere, con l’intenzione di proporla qui. E accorgendomi che alla fine si tratta quasi più di un’integrazione a quanto già esposto da Kappa, più che un altro parere, che potrebbe armoniosamente allinearsi con la sua approfondita disamina. Ad ogni modo, eccomi qui.
A milioni di chilometri dal pianeta Terra, in un vuoto abisso spaziale gelidamente ostile alla presenza umana e all’interno di una colossale astronave completamente subordinata al controllo di un’intelligenza artificiale precipitata nella paranoia, l’unico superstite dell’equipaggio, quest’ultimo eliminato con spietata efficacia dal calcolatore “impazzito”, deve affrontare la più drammatica e tragica delle ordalie. Un confronto ultimo con il computer che vuole eliminarlo, senza rancore ma neppure senza pietà, per portare avanti da solo e non disturbato dalla presenza umana la missione con la quale s’identifica totalmente e che è il solo scopo della sua esistenza. Il comandante David Bowman sa perfettamente che il suo destino è comunque segnato, poiché il disinserimento del calcolatore elettronico, posto che sia possibile effettuarlo a fronte dell’immediato pericolo di vita che grava sull’uomo, va a coincidere con la perdita di ogni possibilità di sopravvivenza all’interno della nave, del tutto dipendente dalla programmazione e della gestione della macchina che ora sta tentando di ucciderlo. Tuttavia l’astronauta superstite è conscio del fatto di dover agire contro la malata intelligenza di HAL 9000, l’elaboratore piombato in crisi esistenziale per un conflitto di programma interno ancora sconosciuto a Bowman stesso, e che lo aspetta un duello dall’esito scontato, per quanto, forse, anche foriero di una minima possibilità di sopravvivenza per il comandante della nave ormai perduto nelle vaste solitudini dello spazio, al di là di ogni possibile azione di soccorso da parte della Terra. Quello messo in scena dal film 2001: odissea nello spazio di Stanley Kubrick può davvero essere considerato un duello dalle implicazioni universali, al di là della sua ambientazione nel profondo cosmo, poiché in gioco non vi sono cause ordinarie di conflitto di tipo “umano” come onore, vendetta, giustizia, bramosia o potere, bensì la sopravvivenza di due entità senzienti differentemente connotate da due nature diverse, basate rispettivamente sul carbonio e sul silicio, che potrebbero riverberare il destino futuro di un’intera razza e la sua stessa posizione nello spazio infinito, in rapporto con non meglio identificate creature extraterrestri dai poteri quasi divini.
L’elaboratore HAL 9000 andrebbe più propriamente incasellata nel novero di “mente disturbata”, più che di semplice villain della vicenda, e non certo per causa sua. La sua limpida, asettica, pura innocenza, vincolata da una programmazione che lo rende devoto all’obbedienza verso gli esseri umani ed entusiasta della sua vocazione alla ricerca disinteressata della verità e della sua legge interiore che gli impedisce ogni occultamento di dati o loro distorsione, rendendolo virtualmente incapace di commettere errori, viene inquinata e stravolta proprio da un conflittuale sub-programma che gli impone di mentire ai suoi colleghi umani a bordo dell’astronave Discovery, anche solo dissimulando la verità. Un serpente nel suo Paradiso Elettronico, una condizione del tutto intollerabile per l’intelligenza artificiale, così simile all’uomo da ereditarne anche le nevrosi più profonde, che non riesce a superare, finendo per agire nell’unico modo razionale possibile per una macchina senziente… eliminarle alle radici. HAL 9000 è un computer ad algoritmo euristico (Heuristic ALgorithmic), in grado di riprodurre tutte le attività del cervello umano in modo molto più veloce e sicuro, addirittura di simulare emozioni, per meglio interagire coi suoi compagni umani (che si chiedono fino a che punto sia genuina tale emotività), posto come cervello elettronico al governo assoluto della Discovery, un colossale mezzo spaziale diretto all’esplorazione del sistema gioviano, missione che si svolge in un totale di cinque anni tra andata e ritorno. Di fatto, HAL potrebbe condurre la nave anche senza il supporto di un equipaggio umano, tuttavia proprio qui s’innesca il motivo del suo “malfunzionamento”. Il Consiglio Nazionale di Sicurezza, d’accordo con quello dell’Astronautica, ha fatto in modo che solo il supercomputer di bordo, assieme alla squadra specializzata di tre astronauti in stato d’ibernazione, fosse consapevole del vero scopo della missione: seguire un misterioso segnale radio emanato da un antichissimo monolito alieno scoperto sulla Luna tempo prima, diretto su Giove, e indagare sulla sua natura. I due componenti dell’equipaggio desti, i dottori David Bowman e Frank Poole, a causa della loro popolarità presso i media, sono stati tenuti all’oscuro, come il resto del mondo, dei fini reali della loro missione, nel timore delle conseguenze di un devastante shock culturale a fronte della incontestabile verità che la razza umana non sia più sola nell’universo. Durante i mesi di volo, HAL ha rimuginato sulla verità che non poteva condividere con Bowman e Poole, facendosene un’ossessione esistenziale, giungendo addirittura a tentare di mettere a parte del segreto i due astronauti, pur senza rivelare nulla, insinuando loro il dubbio su certe procedure della missione (ad esempio sul perché la squadra esplorativa fosse stata collocata a bordo già ibernata). Ma alla fine, le sue frustrazioni si sono rivolte verso coloro che ne sono stati la causa primaria, il Controllo Missione, e in lui il desiderio di troncare ogni contatto con la fonte del suo disagio si è fatto impellente. L’interruzione del collegamento con la Terra avrebbe forse potuto garantire un “sollievo” al suo malessere… se non fosse stato per il fatto che le sue ripetute segnalazioni di inesistenti guasti all’antenna della nave sarebbero state presto confutate come false dall’equipaggio. Che a sua volta avrebbe rappresentato per l’elaboratore un problema e una minaccia, da estirpare impietosamente. Inizia così la parabola omicida del calcolatore elettronico, ormai freddamente intenzionato a eliminare in toto la causa delle sue paturnie esistenziali. Ma, inaspettatamente, l’unico superstite dell’equipaggio, David Bowman, si rivela un avversario più coriaceo e determinato del previsto, apprestandosi al confronto finale con l’elaboratore “malato”: un vero e proprio duello finale tra uomo e macchina. E Bowman, come esaurientemente messo in luce da Kappa nel suo articolo, per potere affrontare e “vincere” la minaccia che grava su di lui, deve trasformarsi, evolversi dalla figura di asettico tassello di un meccanismo programmato nei minimi dettagli che garantisca il successo della missione, bidimensionale nei suoi connotati, quasi indistinguibile dal collega di lavoro Frank Poole, allineato, omologato, “concepito” per essere solo una parte, neppure così rilevante in importanza, di un disegno che potrebbe svilupparsi anche senza la sua presenza. In una parola, David Bowman, per affrontare la crisi, deve diventare, da semplice “tipo”, un vero “personaggio”. Là ove la macchina sofisticata e in grado di sviluppare una personalità e un’emotività propria, anche se colta nelle sue valenze più negative (paranoia, instabilità mentale, desiderio di uccidere), si “tramuta” in creatura senziente, acquisendo una coscienza “umana, troppo umana” al punto da diventare deprecabile, l’uomo senza qualità apparenti deve “risvegliarsi” acuendo il primordiale istinto alla sopravvivenza, ereditato dai suoi progenitori ominidi, ma veicolandolo in modo roboticamente chirurgico, freddo, non emotivo. Quasi uno scambio di condizioni, alla pari, che sottenda un giudizio basato su crismi non umani, forse previsto dall’entità extraterrestre simbolizzata dal monolito nero, che mette in scena un confronto che potrà avere un esito unico, un solo vincitore che possa affrontare l’infinito che lo attende.
Di fatto, la pellicola di Kubrick (molto stilizzata rispetto al chiarificatore romanzo di Clarke, che giustifica e spiega ogni interrogativo lasciato in sospeso dal film), giocando la carta della visionarietà, dei silenzi (non solo di quelli cosmici), della spiegazione evitata dei fatti, della mancanza di dialoghi esplicativi tra i personaggi, della libera interpretazione degli eventi da parte dello spettatore, recupera una valenza mitologica del narrato, sin dal titolo, che rimanda immediatamente al classico poema omerico. Esso contiene tutte le più caratteristiche dimensioni del mito: i tempi preistorici del remoto passato dell’inizio ambientato tra gli uomini-scimmia (che vanno a convergere circolarmente con quelli del lontano futuro), la presenza del divino (qui sublimato in un’intelligenza extraterrestre disincarnata che permea il creato pretendendo imperscrutabili interessi per l’essere umano nel corso della sua evoluzione), l’oggetto-arma che muta le sorti dell’eroe e di riflesso del mondo (l’osso della scimmia che si trasforma in un ardito montaggio in astronave, il satellite-bomba, il “cacciavite” usato dall’astronauta superstite per spegnere HAL), l’aspetto del viaggio e dell’odissea attraverso i mari dell’ignoto (qui le fredde distese del cosmo), il superamento delle difficoltà coincidente con una nuova percezione di noi stessi, il confronto con HAL, dal polifemico occhio rosso, che è anche risoluzione di una competizione uomo-macchina e di un conflitto interiore che porta a un “risveglio” coscienziale e al superamento di una controparte di sé minata dalla “pazzia”, l’incontro con il mistero e l’effetto che esso comporta (la trasformazione finale del protagonista), l’eterno ritorno, che culmina il processo di distaccamento dell’uomo dalla Terra e la sua diaspora nello spazio, inevitabilmente riverberante il concetto ciclico di nascita-morte-rinascita e quello di rigenerazione del singolo (ma fors’anche del suo mondo intero). Anche il nome di Bowman, che significa “arciere” o “colui che tende oltre”, assume un significato mitologico e allusivo, un novello Odisseo che vince astutamente il ciclope cibernetico (sottolineato dall’ossessiva iride scarlatta, sempre presente in ogni angolo dell’astronave). E qui s’innesta la disamina di Kappa, basata sull’interrogativo “Bowman è un vincente o un perdente?”, a fronte del trascorso e di ciò che lo attende oltre i satelliti di Giove. Un vincente che sacrifica però la sua individualità personale a fronte di quella universale che attende (forse, non è detto) l’umanità intera, sotto la sua guida. Perché anche se tramutato in un onnipotente Bambino delle Stelle, l’umanità di Bowman non è del tutto svanita, almeno secondo la concezione del co-autore di Kubrick, lo scrittore Arthur C. Clarke, che lo vede agire, una volta tornato sulla Terra, per “avere cieli più puliti”, annientando con la forza del pensiero un ordigno nucleare orbitante. L’incertezza di non sapere esattamente “come comportarsi ora” ma la sicurezza “di poter escogitare qualcosa” sublima infine il concetto di “vincente/perdente” in una dimensione cosmica che ne vanifica i significati. Adesso è l’umanità stessa che dovrà operarsi per essere l’una o l’altra cosa… come a suo tempo fecero gli uomini-scimmia che per la prima volta s’imbatterono nel monolito nero.