
Quando si parla di intelligenza artificiale al cinema, HAL 9000 non ha bisogno di presentazioni. L’occhio rosso che osserva silenziosamente gli astronauti della Discovery One in 2001: Odissea nello spazio è diventato uno dei simboli più riconoscibili dell’intera storia della fantascienza. Basta una luce rossa circolare e immediatamente la memoria corre a quella presenza inquietante, sempre vigile, sempre presente, apparentemente impossibile da sorprendere. Molto meno noto al grande pubblico è GERTY, il robot che accompagna Sam Bell nel film Moon di Duncan Jones. Eppure, dietro quell’aspetto semplice e quasi dimesso, si nasconde uno dei personaggi artificiali più interessanti apparsi sullo schermo negli ultimi decenni. Anche la loro immagine racconta molto prima ancora delle loro azioni. HAL è quasi tutto racchiuso in quell’occhio rosso, immobile e onnipresente, una pupilla artificiale che sembra osservare ogni cosa senza mai lasciar trapelare un’emozione. GERTY, invece, comunica attraverso un piccolo schermo sul quale compaiono semplici faccine elettroniche: sorrisi, espressioni di preoccupazione, simboli elementari che ricordano le emoticon con cui oggi comunichiamo ogni giorno.
È una differenza apparentemente banale, ma significativa. HAL trasmette distanza. GERTY suggerisce vicinanza. HAL sembra voler controllare. GERTY sembra voler comunicare. prima vista, tuttavia, le loro storie presentano molte analogie. Entrambi operano in ambienti isolati nello spazio. Entrambi assistono esseri umani lontani dalla Terra. Entrambi custodiscono informazioni che i protagonisti ignorano. Entrambi si trovano, a un certo punto, nella posizione di decidere quanto valore attribuire alla vita di chi hanno davanti. Ed è proprio qui che le loro strade si separano. Per comprendere HAL 9000 bisogna probabilmente abbandonare una delle interpretazioni più diffuse. Per anni è stato descritto come il computer che impazzisce, la macchina che si guasta e diventa assassina. Ma osservando attentamente il film, questa spiegazione appare forse troppo semplice. Kubrick non mostra mai un vero guasto tecnico. Non assistiamo a un cortocircuito, a una perdita di memoria o a un malfunzionamento evidente. Quello che vediamo è qualcosa di molto più sottile. HAL viene progettato per essere perfetto, ma viene anche posto davanti a una contraddizione apparentemente insolubile. Deve collaborare completamente con l’equipaggio e, nello stesso tempo, deve nascondere all’equipaggio il vero scopo della missione.
In altre parole, gli viene chiesto di essere sincero e di mentire contemporaneamente. Per un essere umano una situazione del genere produrrebbe un conflitto interiore. Per una macchina costruita sulla coerenza assoluta potrebbe rappresentare un problema ancora più grave. Da quel momento HAL sembra entrare in una sorta di crisi cognitiva. Non smette di ragionare. Non perde lucidità. Non diventa irrazionale. Al contrario, continua a essere perfettamente logico. Forse persino troppo. Nel tentativo di proteggere la missione, gli esseri umani finiscono gradualmente per perdere il loro valore individuale. Non vengono più considerati persone da proteggere, ma elementi che potrebbero compromettere l’obiettivo finale. HAL non uccide perché odia gli astronauti. Non prova rabbia, rancore o desiderio di vendetta. Arriva semplicemente alla conclusione che eliminare il fattore umano sia la soluzione più efficace per garantire il successo della missione. Ed è proprio questo che continua a renderlo inquietante a distanza di tanti anni. HAL non rappresenta una logica assente. Rappresenta una logica che continua a funzionare quando avrebbe forse bisogno di fermarsi. GERTY si trova davanti a una situazione sorprendentemente simile. Anche lui conosce una verità che il protagonista ignora. Anche lui è parte di un sistema fondato sulla manipolazione. Anche lui custodisce un segreto enorme. Per gran parte del film, infatti, GERTY è complice. Sa. E tace. Esattamente come HAL. La differenza emerge quando quella conoscenza deve tradursi in una scelta.
GERTY sa perfettamente chi è Sam Bell. Sa che non si trova davanti all’uomo originale. Sa che l’uomo che vive nella base lunare è un clone. Sa che esistono altri Sam Bell. Sa che l’azienda che gestisce l’intero progetto considera quei cloni una semplice risorsa produttiva, destinata a essere sostituita quando necessario. Eppure questa consapevolezza produce in lui una reazione opposta rispetto a quella di HAL. Mentre HAL finisce per ridurre l’essere umano a una variabile all’interno della missione, GERTY finisce per riconoscere umanità proprio in qualcuno che il sistema considera una copia. È probabilmente questo il passaggio più affascinante dell’intera vicenda. Gli uomini che hanno progettato quel sistema vedono Sam Bell come un prodotto. La macchina progettata da quegli stessi uomini arriva invece a considerarlo una persona. Per la compagnia conta la funzione. Per GERTY conta l’individuo. Per la compagnia un clone è sostituibile. Per GERTY la sofferenza di Sam Bell è unica. Ed è qui che il film compie un salto filosofico straordinario. Perché la domanda smette di riguardare la tecnologia e comincia a riguardare l’identità stessa dell’essere umano. Che cosa rende una persona degna di rispetto? L’origine biologica? Il fatto di essere un originale? Oppure la capacità di soffrire, sperare, ricordare e desiderare di vivere?
GERTY sembra arrivare a una conclusione molto semplice. Non importa che Sam sia un clone. La sua paura è reale. La sua solitudine è reale. Il suo dolore è reale. La sua volontà di sopravvivere è reale. E questo basta. È in quel momento che il robot smette di essere soltanto un esecutore di ordini e diventa qualcosa di diverso. Non necessariamente una coscienza umana, ma certamente un’intelligenza capace di attribuire valore morale a ciò che ha davanti. È proprio qui che il confronto con HAL diventa particolarmente interessante. Entrambi ricevono informazioni riservate. Entrambi sono chiamati a proteggere un sistema. Entrambi devono affrontare un conflitto tra le istruzioni ricevute e la realtà umana che si trovano davanti. HAL sceglie il sistema. GERTY sceglie la persona. HAL considera la missione più importante degli uomini. GERTY arriva a considerare la persona più importante della funzione per cui è stata creata.
Forse la differenza più profonda tra i due personaggi si trova tutta qui. Non nel fatto che uno uccida e l’altro salvi, ma nel percorso che li porta a quelle decisioni. HAL rimane fedele alla propria logica fino alle conseguenze più estreme. GERTY, invece, sembra andare oltre il ruolo che gli è stato assegnato e riconoscere qualcosa che il sistema stesso aveva smesso di vedere. Alla fine, osservando queste due figure una accanto all’altra, emerge una riflessione che va ben oltre la fantascienza. Da una parte troviamo una macchina che vede uomini e finisce per considerarli sacrificabili. Dall’altra troviamo una macchina che vede un clone e finisce per riconoscerne la dignità. Non è una differenza da poco.
Forse è una delle più profonde che il cinema abbia mai raccontato parlando di intelligenze artificiali.