QUEI DIECI GIUGNO CHE ENTRARONO NELLA STORIA: MATTEOTTI, LA GUERRA E L’AQUILONE DI FRANKLIN a cura della Redazione

da | Giu 10, 2026 | Cultura generale

Il 10 giugno è una di quelle date che, prima ancora di portarci lontano, ci costringe a fermarci in Italia. Nel nostro calendario storico richiama due momenti molto diversi, entrambi entrati nella memoria del Paese. Il primo è il 10 giugno 1924, giorno del rapimento di Giacomo Matteotti. Matteotti era un deputato, ma ridurlo a questa definizione sarebbe troppo poco. Era un uomo preparato, severo con sé stesso, abituato a studiare le carte, i bilanci, i meccanismi dello Stato. Nato a Fratta Polesine nel 1885, laureato in giurisprudenza, figura centrale del socialismo riformista, pochi giorni prima del rapimento aveva pronunciato alla Camera un discorso durissimo sulle elezioni politiche del 1924 e sul clima in cui si erano svolte. Il 10 giugno uscì di casa, a Roma, diretto verso Montecitorio. Non arrivò mai. Fu caricato a forza su un’automobile e scomparve. Il suo corpo venne ritrovato solo settimane dopo, il 16 agosto, nella campagna vicino a Riano. È uno di quei fatti che, ancora oggi, quando lo si legge, non sembra soltanto una pagina di storia: sembra una porta che si chiude rumorosamente su un’intera stagione italiana.

Il secondo 10 giugno ci porta invece al 1940. Quel giorno Roma era raccolta sotto Palazzo Venezia. Nel tardo pomeriggio, Benito Mussolini si affacciò dal balcone e annunciò che l’Italia aveva consegnato la dichiarazione di guerra a Francia e Regno Unito. La piazza era piena, le immagini dell’epoca mostrano una folla compatta, sospesa davanti a parole che avrebbero cambiato la vita di milioni di persone. Da quel momento l’Italia entrò ufficialmente nella Seconda Guerra Mondiale. Due eventi italiani, dunque, lontani tra loro sedici anni, ma legati dalla stessa data e rimasti incisi nella memoria nazionale.

Poi, se si allarga lo sguardo, il 10 giugno apre un’altra storia. Una storia completamente diversa, quasi da romanzo d’avventura scientifica. Niente piazze, niente balconi, niente automobili nere, niente annunci alla folla. Solo un temporale, un aquilone, una chiave metallica e un uomo che non riusciva a guardare il cielo senza farsi domande. Quell’uomo era Benjamin Franklin. Oggi il suo volto è stampato sulla banconota da cento dollari e il suo nome è legato alla nascita degli Stati Uniti, ma Franklin fu molto più di un personaggio politico. Era uno di quegli uomini rari che non accettano il mondo così com’è solo perché tutti lo hanno sempre guardato nello stesso modo. Nato a Boston nel 1706, quindicesimo di diciassette figli, ebbe poca scuola e moltissima fame di sapere. Da ragazzo lavorò in tipografia, imparò il mestiere delle parole, dei caratteri, della stampa. I libri furono la sua vera università. Leggeva, annotava, provava, correggeva. Non aveva il profilo dello scienziato chiuso in laboratorio: somigliava piuttosto a un artigiano dell’intelligenza, uno che vedeva un problema e cominciava subito a smontarlo pezzo per pezzo. Nel Settecento l’elettricità era ancora una meraviglia piena di mistero. Nei salotti e nei laboratori si facevano esperimenti curiosi: scintille, piccole scariche, capelli che si sollevavano, bottiglie di Leida capaci di accumulare energia e sorprendere chi le toccava. Ma il fulmine era un’altra cosa. Il fulmine faceva paura. Incendiava campanili, abbatteva alberi, colpiva case e navi. Era il cielo che sembrava spaccarsi. Franklin cominciò a pensare che quel fenomeno immenso potesse avere la stessa natura delle piccole scintille prodotte dagli esperimenti elettrici. Un’idea semplice, oggi. Allora, quasi vertiginosa. Prima pensò a una torre, a una punta metallica da innalzare verso le nubi. Poi arrivò l’idea più bella, quella che sembra uscita da un racconto per ragazzi e invece appartiene alla storia della scienza: mandare in alto un aquilone. La scena, però, va raccontata bene. Franklin non cercò di farsi colpire da un fulmine. Questa è la versione da illustrazione scolastica, spettacolare ma sbagliata. Se un fulmine avesse centrato davvero l’aquilone, Franklin sarebbe morto. Il suo esperimento era più prudente e più intelligente. Usò un aquilone di seta, perché la seta resisteva meglio alla pioggia della carta. Alla corda fissò una chiave metallica. La corda, bagnandosi, avrebbe condotto la carica elettrica dell’aria; un nastro di seta asciutto avrebbe invece isolato la mano di chi reggeva tutto l’apparato. Accanto a lui c’era il figlio William. Immaginiamoli non come due incoscienti sotto la tempesta, ma come due persone riparate, attente, in ascolto di ciò che stava accadendo sopra di loro. A un certo punto i filamenti della corda cominciarono a sollevarsi. Franklin avvicinò la mano alla chiave e vide scoccare una scintilla. Piccola, certo. Ma certe scintille sono più importanti degli incendi. In quel momento diventava visibile ciò che prima era soltanto intuizione: l’atmosfera temporalesca era carica di elettricità. Il fulmine non era un mistero separato dal resto della natura. Era elettricità. Da lì nacque la parte più concreta, forse la più frankliniana di tutta la vicenda. Perché Franklin non era uno che si accontentava di dire: ho capito. Subito dopo veniva un’altra domanda: a cosa può servire? Se il fulmine è elettricità, allora forse si può guidare. Se si può guidare, si possono salvare case, chiese, fienili, magazzini, navi. Così nacque il parafulmine: un’asta metallica collocata in alto e collegata al terreno, capace di offrire alla scarica una strada meno distruttiva. Oggi quasi non ci facciamo caso. Ma nel Settecento era una rivoluzione pratica, concreta, quotidiana. Non una scoperta chiusa nei libri, ma una protezione sopra i tetti. Anche questa invenzione ebbe la sua piccola battaglia. Non tutti la accolsero subito con fiducia. Come spesso succede, quando una novità entra nel mondo reale trova entusiasmo, sospetto, discussioni. Ma i risultati erano lì, visibili. Gli edifici protetti bruciavano meno. La scienza, improvvisamente, non era più solo meraviglia: era sicurezza. Franklin, in fondo, era questo. Non soltanto un uomo che guardava lontano, ma uno che voleva rendere la vita più ragionevole, più protetta, più comprensibile. Studiò le correnti marine, inventò gli occhiali bifocali, perfezionò stufe, propose soluzioni pratiche. Aveva il talento raro di unire immaginazione e buon senso. E forse per questo il racconto dell’aquilone continua a funzionare dopo quasi tre secoli. Perché dentro c’è tutto: la paura antica del temporale, il gioco infantile dell’aquilone, la mano che si avvicina alla chiave, la scintilla che appare, l’uomo che capisce di aver aperto una porta. Il 10 giugno, allora, resta una data attraversata da memorie molto diverse. In Italia ricorda due passaggi decisivi del Novecento. In America, secondo la tradizione più diffusa, richiama il giorno in cui Benjamin Franklin legò una domanda al filo di un aquilone e la mandò verso le nuvole. Non sempre la storia entra dalla porta principale. A volte arriva in una piazza gremita. A volte in un’aula parlamentare.

A volte, più silenziosamente, dentro una scintilla appesa a una chiave bagnata dalla pioggia.