
Vi racconto una delle più belle emozioni che io abbia mai provato, legata a un ricordo di tanti anni fa.
Ero un ragazzino di dodici o tredici anni e in una freddissima notte d’inverno, tutto chiuso nel mio giaccone pesante, sono uscito sul balcone con un binocolo in mano.
Complice un temporaneo blackout, che aveva spento per qualche minuto tutte le luci del paese, ho individuato il quadrato di Pegaso che si prolungava nella costellazione di Andromeda; e lì, tra le stelle, ho intravisto un debolissimo bagliore, come una stellina sfuocata, un minuscolo batuffolo vagamente allungato e appena percepibile.
Niente di spettacolare da vedere, ma sapendo cos’era, ho sentito il cuore battere più forte e il respiro farsi più corto: stavo osservando la galassia di Andromeda.
Tremava e palpitava, nel mio campo visivo, perché stringevo il binocolo senza appoggiarmi a nessun sostegno. Prima di correre in casa a condividere la mia scoperta e a gridare la mia euforia, sono rimasto lì fermo, incantato, battendo i denti per il freddo e cercando di godermi fino in fondo quella visione così tenue, così evanescente e delicata.
L’emozione che sentivo, lo sapevo anche allora, era l’estasi di un bambino davanti a qualcosa d’infinitamente grande. Osservando quella piccola luce tanto lontana, sapevo che si trattava di una colossale struttura di centinaia di miliardi di stelle, con un numero sconfinato di pianeti e quasi certamente… qualche forma di vita.
Una struttura così gigantesca, così sterminata, che per attraversarla tutta la luce impiegava più di centomila anni, pur viaggiando a una tale velocità da poter fare sette volte e mezzo il giro della Terra in un solo secondo. Eppure, quell’enorme spirale di stelle e di pianeti e di vita, mi appariva come un puntino, come una lucina sfuocata che vibrava e sembrava pulsare nel silenzio di quella notte.
Era bellissimo pensare che quella luce, proprio quella stessa luce che stavo osservando, stava entrando nei miei occhi dopo un viaggio di oltre due milioni di anni! Stavo osservando un’immagine partita quando non solo non esisteva ancora il mio occhio che ora l’assorbiva, ma quando ancora non esisteva nemmeno la civiltà umana, quando sulla Terra erano appena apparsi i primi ominidi!
“È incredibile”, dicevo sottovoce nell’aria gelida. Tutto questo tempo per divorare un baratro di spazio spaventoso, per arrivare fino a me e poi ancora più in là, per disperdersi chissà dove, in voragini scure che non oso quasi immaginare; e continua a farlo, emette di continuo altra luce, altre radiazioni che si disperdono nello spazio e nel tempo, che si mischiano a quelle di miliardi di altre galassie: guizzi di luce, fiochi bagliori ingoiati dal buio dell’universo.
Quella notte, sul balcone di casa mia, ho provato l’incanto più bello e più angosciante della mia piccola vita. Osservavo senza sbattere le palpebre, senza evitare di chiedermi se lassù, da qualche parte, c’era qualcuno o qualcosa che stava ricevendo, nella situazione opposta alla mia, la luce emessa dalla nostra galassia. Qualcuno, in quel momento, provava emozioni simili alle mie? Qualcuno si stava ponendo le mie stesse domande?
È difficile trasmettere ora quella sensazione, cercare di rievocarla con le parole. Ma è stato qualcosa di meraviglioso: stupore, angoscia, meraviglia, smarrimento, tutte queste sensazioni si aggrovigliavano e si mischiavano dentro di me regalandomi… non so, forse incanto, forse magia, forse qualcosa per cui non esiste una parola.
Avevo addosso quell’euforia che toglie il fiato, che fa venire le lacrime agli occhi. Provavo anche sgomento, nel penetrare con gli occhi e con la mente qualcosa di così… ignoto, sconfinato e misterioso.
Ma la stupenda vertigine che avvertivo, lo stupore che mi aveva preso, era più forte di tutto il resto. Guardando tanto lontano da me, mi sentivo spinto a guardare anche dentro di me. Che cos’ero io, in tutto questo? Mai come allora mi sono sentito piccolo. Eppure, mai come allora ho percepito la grandezza della mia mente, che sembrava avere la possibilità di sondarlo, di abbracciarlo, di cavalcarlo, quell’infinito!
Era qualcosa di davvero entusiasmante. Non sentivo più neanche il freddo. Soffiavo nuvole di vapore dalla bocca e vedevo, negli oculari del binocolo, quel remotissimo bagliore, quel lieve tremolio che proveniva da una profondità immensa, da un abisso incredibile dello spazio e del tempo.
È bello pensare che anche oggi, in una qualsiasi notte d’inverno, ma senza nuvole e lontano dalle luci della città, posso sempre alzare lo sguardo come allora, accostare l’occhio a una lente e tornare ancora lassù. A perdermi. A ritrovarmi.
Prima di mettere il punto a queste parole, chiudo ancora un attimo gli occhi e mi concentro. Respiro piano e la rivedo ancora qui, come se gli anni non fossero trascorsi, come se mi trovassi ancora su quel balcone della mia infanzia, chiuso in quel mio giaccone da bambino.
Occhi chiusi. Respiro profondo. Mente ben aperta. Eccola, l’ho ritrovata… È una visione incerta, sfumata, incantevole. È un brivido che rimane dentro. Nonostante il freddo di quella notte che ho tentato qui di rievocare e che mi arriva ancora a tratti da quel lontano ricordo, provo un piacevolissimo calore.
Vedo ancora una luce che palpita, che tremola, sperduta in una notte senza fine.