
Settant’anni fa, alle 10.09 del 26 luglio 1956, l’oceano Atlantico inghiottiva definitivamente l’Andrea Doria. Il grande transatlantico italiano si rovesciò sul lato di dritta e scomparve nelle acque al largo dell’isola di Nantucket, davanti alle coste del Massachusetts, undici ore dopo essere stato speronato dalla nave svedese Stockholm. Le immagini della nave inclinata e circondata dalle unità di soccorso fecero il giro del mondo, trasformando quel naufragio non soltanto in una tragedia del mare, ma anche nella fine di uno dei simboli più prestigiosi dell’Italia del dopoguerra. Costruita nei cantieri Ansaldo di Sestri Ponente, l’Andrea Doria era stata varata il 16 giugno 1951 ed era entrata in servizio il 14 gennaio 1953 sulla rotta tra Genova e New York. Lunga circa 214 metri e con una stazza superiore alle 29.000 tonnellate, rappresentava la volontà di un Paese uscito distrutto dalla guerra di tornare a mostrare al mondo le proprie capacità industriali, artistiche e progettuali.
I suoi saloni ospitavano dipinti, sculture, ceramiche e arazzi, mentre le tre piscine, i ristoranti, il cinema e gli ambienti panoramici ne facevano una delle navi più eleganti della sua epoca. Per i viaggiatori più facoltosi era un’esperienza esclusiva; per molti italiani diretti negli Stati Uniti costituiva invece il ponte verso una nuova vita. L’Andrea Doria lasciò Genova il 17 luglio 1956 e, dopo gli scali a Cannes, Napoli e Gibilterra, intraprese la sua centunesima traversata atlantica. A bordo si trovavano complessivamente 1.706 persone tra passeggeri ed equipaggio. La nave era comandata dal capitano Piero Calamai, ufficiale con quasi quarant’anni di esperienza.
La sera del 25 luglio mancavano poche ore all’arrivo a New York. Molti passeggeri avevano già preparato i bagagli o si erano ritirati nelle cabine, mentre nei saloni si trascorreva l’ultima serata tra musica e balli. Il transatlantico stava però navigando in un fitto banco di nebbia, lungo una delle rotte più trafficate dell’Atlantico. Dalla direzione opposta procedeva la Stockholm, partita da New York e diretta in Svezia. Le due navi si individuarono attraverso il radar, ma sui rispettivi ponti di comando la posizione e la rotta dell’altra unità furono interpretate in maniera differente. Sull’Andrea Doria si ritenne possibile un passaggio dritta contro dritta, mentre sulla Stockholm si preparò il normale passaggio sinistra contro sinistra. Le manovre finirono così per avvicinare le navi anziché separarle. Quando le rispettive luci apparvero attraverso la nebbia, lo spazio per evitare l’impatto era ormai insufficiente.
Alle 23.10 circa, la prua rinforzata della Stockholm penetrò nella fiancata destra dell’Andrea Doria, aprendo uno squarcio profondo e distruggendo diverse cabine. Cinque uomini dell’equipaggio svedese morirono nella zona prodiera della Stockholm, mentre sull’Andrea Doria le vittime furono 46. Tra le storie più incredibili di quella notte vi fu quella della quattordicenne Linda Morgan, proiettata fuori dalla propria cabina e ritrovata viva, con un braccio fratturato, tra le lamiere della nave svedese. L’acqua invase rapidamente i compartimenti dell’Andrea Doria, provocando un’inclinazione superiore ai venti gradi. La nave disponeva di scialuppe sufficienti per tutte le persone presenti, ma quelle collocate sul lato sinistro divennero inutilizzabili. Dal transatlantico partì quindi una richiesta urgente di aiuto. L’evacuazione si svolse su ponti ormai trasformati in superfici ripide e scivolose, mentre dai livelli inferiori i passeggeri cercavano di risalire attraverso corridoi invasi dall’acqua e dai detriti.
Il mercantile Cape Ann fu tra i primi a raggiungere la zona, seguito da alcune unità della Guardia Costiera e della Marina degli Stati Uniti. Anche la Stockholm, dopo avere verificato di poter restare a galla, partecipò ai soccorsi. L’intervento decisivo arrivò intorno alle due del mattino, quando il transatlantico francese Île de France invertì la rotta, si avvicinò all’Andrea Doria e accese tutte le proprie luci esterne, trasformandosi in un enorme faro nel cuore della nebbia. Le sue scialuppe portarono in salvo 753 persone. Complessivamente furono tratte in salvo tutte le persone sopravvissute all’impatto: 1.660 tra passeggeri ed equipaggio. Il comandante Piero Calamai abbandonò la nave soltanto alle prime luci del giorno, convinto dai propri ufficiali, che si erano rifiutati di lasciarlo solo a bordo. Alle 10.09 del 26 luglio l’Andrea Doria si inclinò definitivamente, si capovolse sul lato di dritta e scomparve sotto la superficie dell’Atlantico davanti agli obiettivi di fotografi e cineoperatori arrivati dalla costa. Gli scatti realizzati pochi minuti prima dell’affondamento dal fotografo Harry A. Trask gli valsero l’anno successivo il Premio Pulitzer.
Le successive udienze sulle cause del disastro furono interrotte da un accordo extragiudiziale tra le compagnie proprietarie e nessuna responsabilità venne mai accertata con una sentenza. Le ricostruzioni successive hanno tuttavia evidenziato una combinazione di fattori: la velocità mantenuta nella nebbia, l’eccessiva fiducia riposta nel radar, la mancata comunicazione tra i due ponti di comando e la diversa interpretazione delle rispettive rotte. Il relitto dell’Andrea Doria riposa ancora oggi a circa 75 metri di profondità ed è considerato uno dei siti d’immersione più affascinanti e pericolosi del mondo, tanto da essere soprannominato dagli appassionati “l’Everest dei relitti”.
A settant’anni da quella notte, l’Andrea Doria continua a rappresentare molto più di un naufragio. Rimane il simbolo di un’Italia che, uscita dalle macerie della guerra, aveva saputo tornare a progettare, costruire e stupire il mondo con il proprio ingegno. La sua storia conserva il ricordo delle 51 vittime, l’eroismo dei soccorritori, la professionalità degli equipaggi che salvarono 1.660 persone e il coraggio di uomini e donne che, nell’oscurità dell’Atlantico, riuscirono a trasformare una tragedia annunciata in uno dei più grandi salvataggi della storia della navigazione civile.
Ancora oggi il nome Andrea Doria continua a evocare insieme orgoglio, dolore e memoria, ricordandoci quanto sottile possa essere il confine tra il trionfo della tecnologia e la fragilità dell’uomo davanti al mare.