QUEL 6 AGOSTO 1945: HIROSHIMA, L’ORA ZERO a cura di Gabrio Poggi

da | Ago 6, 2026 | Cultura generale

Alle 8:15 Hiroshima aveva già archiviato l’allarme aereo del primo mattino. Il ricognitore americano avvistato nel cielo si era allontanato e da quarantaquattro minuti era stato dato il cessato allarme. Le fabbriche avevano riaperto, i militari svolgevano gli esercizi quotidiani e migliaia di studenti lavoravano alla demolizione di alcuni edifici per creare fasce tagliafuoco. La radio locale stava per segnalare l’arrivo di tre nuovi aerei quando un lampo bianco interruppe la trasmissione. Il bombardiere statunitense B-29 Enola Gay aveva sganciato Little Boy, una bomba all’uranio mai sperimentata prima nella sua configurazione completa. L’ordigno impiegò 43 secondi a cadere ed esplose a circa 600 metri di altezza, sopra la zona dell’ospedale Shima, sviluppando una potenza equivalente a 15.000 tonnellate di tritolo.

Il punto di mira era il ponte Aioi, facilmente riconoscibile dall’alto per la sua forma a T. Hiroshima non era stata scelta casualmente. Era sede del comando della Seconda Armata generale, ospitava depositi, industrie e circa 43.000 militari, ma soprattutto era rimasta quasi intatta durante i bombardamenti convenzionali. I pianificatori americani cercavano una città sulla quale gli effetti della nuova arma risultassero chiaramente misurabili e non potessero essere confusi con devastazioni precedenti. Nel centro urbano si trovavano circa 350.000 persone: abitanti, soldati, studenti mobilitati, lavoratori provenienti dalle campagne, coreani e taiwanesi sottoposti al dominio coloniale giapponese, lavoratori cinesi e alcuni prigionieri di guerra americani. La sfera di fuoco raggiunse al centro una temperatura superiore al milione di gradi; al suolo, vicino all’ipocentro, si toccarono tra i 3.000 e i 4.000 gradi. L’impulso termico provocò ustioni anche a tre chilometri e mezzo di distanza, mentre l’onda d’urto e gli incendi distrussero quasi tutto entro un raggio di due chilometri.

Dei 76.327 edifici presenti in città, il 91,9 per cento riportò danni catastrofici e tredici chilometri quadrati furono divorati dalle fiamme. Il numero esatto delle vittime non è mai stato determinato, perché intere famiglie scomparvero e gran parte dei registri venne bruciata. La stima ufficiale della città di Hiroshima indica circa 140.000 morti, con un margine di 10.000, entro la fine del 1945. Molti non morirono durante l’esplosione. Circa venti minuti dopo cominciò a cadere la “pioggia nera”, un impasto di acqua, fuliggine e materiale radioattivo. Nei giorni successivi persone apparentemente prive di ferite manifestarono febbre, emorragie, perdita dei capelli e cedimento degli organi. Anche il sistema sanitario era stato annientato. Nelle scuole rimaste in piedi vennero allestiti posti di soccorso; sui muri della scuola elementare di Fukuromachi, a 460 metri dall’ipocentro, i sopravvissuti scrissero nomi e messaggi nel tentativo di ritrovare i propri familiari. Per il Giappone Hiroshima non significò soltanto la perdita di una città. Rappresentò il crollo del mondo costruito intorno all’imperatore, alla disciplina militare e alla convinzione che il sacrificio dell’intera popolazione potesse impedire la sconfitta. Il Paese che aveva occupato e devastato vaste regioni dell’Asia diventava, nello stesso momento, la prima vittima della guerra nucleare.

Questa doppia identità — nazione aggressore e popolo colpito dall’atomica — avrebbe attraversato tutta la memoria giapponese del dopoguerra, alimentando un confronto mai completamente risolto tra responsabilità storica e condizione di vittima. I sopravvissuti furono chiamati hibakusha, “persone colpite dall’esplosione”, ma per anni non vennero trattati come testimoni da ascoltare. Molti incontrarono ostacoli nel lavoro e nel matrimonio: si temeva, senza alcuna base scientifica, che le conseguenze delle radiazioni fossero contagiose o inevitabilmente ereditarie. Proprio le loro voci finirono però per modificare profondamente la cultura nazionale. La cosiddetta letteratura della bomba atomica, il romanzo La pioggia nera di Masuji Ibuse e il manga autobiografico Gen di Hiroshima di Keiji Nakazawa portarono nella vita quotidiana ciò che le cifre non riuscivano a raccontare. Anche il Godzilla cinematografico del 1954 trasformò la paura delle radiazioni e degli esperimenti nucleari in un mostro nato dalla tecnologia dell’uomo. Il ricordo di Hiroshima si saldò così al pacifismo della Costituzione del 1947 e diventò uno degli elementi più riconoscibili dell’identità giapponese contemporanea. La rinascita, tuttavia, non cominciò con i monumenti, ma quando la città era ancora coperta di cadaveri e macerie. La linea ferroviaria Sanyo fu parzialmente riaperta l’8 agosto, i tram tornarono a circolare il giorno successivo e il 10 agosto ripresero a funzionare le pompe dell’acquedotto. Nel 1949 il Parlamento approvò all’unanimità la Legge per la costruzione di Hiroshima città memoriale della pace.

La norma, confermata da un referendum locale con il 90 per cento dei voti favorevoli, entrò in vigore simbolicamente il 6 agosto e permise di trasferire alla città terreni statali e ottenere i finanziamenti indispensabili per strade, ponti, abitazioni, parchi e strutture culturali. Hiroshima, che prima della guerra era stata un importante centro militare, decise di ricostruire la propria identità intorno alla pace. Nel 1955 aprirono il Parco e il Museo memoriale; nel 1957 la popolazione raggiunse nuovamente i 400.000 abitanti e nel 1958 sia il numero dei residenti sia la produzione industriale superarono i livelli precedenti alla guerra. La bomba non generò il miracolo economico giapponese, ma la ricostruzione di Hiroshima ne divenne una delle rappresentazioni più impressionanti: una città data per perduta tornò in poco più di un decennio a produrre, studiare, costruire e accogliere nuovi abitanti. La rinascita urbanistica fu accompagnata da una scelta decisiva: non eliminare ogni traccia della distruzione. Il Genbaku Dome venne conservato nelle condizioni lasciate dall’esplosione e nel 1996 fu riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio mondiale. Ancora oggi, ogni 6 agosto, alle 8:15, Hiroshima si ferma e nuovi nomi vengono inseriti nel registro delle vittime custodito nel cenotafio. Nel 2024 il Premio Nobel per la Pace assegnato a Nihon Hidankyo, l’organizzazione degli hibakusha, ha riconosciuto il valore mondiale di quelle testimonianze. A più di ottant’anni dall’esplosione, il ricordo di Hiroshima non appartiene soltanto al Giappone e non rappresenta più unicamente il lutto per ciò che venne distrutto.

È la prova di quanto lontano possa arrivare la capacità umana di annientare, ma anche di come una comunità possa ricostruirsi senza nascondere le proprie ferite. Hiroshima non è rinata dimenticando quel 6 agosto.

È rinata decidendo che nessuno avrebbe più potuto ignorarlo.