Se esiste un personaggio capace di rappresentare la grandezza e insieme la fragilità dell’uomo, quel personaggio è Achille. Il più forte guerriero della mitologia greca non fu soltanto una macchina da guerra, ma un giovane consapevole di avere davanti a sé due destini: vivere a lungo nell’ombra oppure morire prematuramente conquistando una gloria destinata a durare nei secoli. Scelse la gloria, pur conoscendone il prezzo. Achille nacque dall’unione fra Peleo, re dei Mirmidoni, e Teti, una divinità marina. Già il matrimonio dei suoi genitori portava con sé il seme della guerra di Troia: proprio durante quelle nozze, secondo il mito, la dea Eris lanciò il pomo d’oro che avrebbe provocato il giudizio di Paride, il rapimento di Elena e il conflitto fra Greci e Troiani.
Achille sembrava quindi destinato a Troia ancora prima di nascere. La madre, sapendo che il figlio sarebbe morto giovane, tentò disperatamente di sottrarlo alla sorte. La tradizione più famosa racconta che lo immerse nelle acque dello Stige per renderlo invulnerabile, trattenendolo per un tallone, rimasto così l’unico punto debole del suo corpo. Omero, tuttavia, non riferisce questo episodio: il celebre tallone d’Achille appartiene a versioni successive della leggenda. Da ragazzo Achille venne affidato al centauro Chirone, che gli insegnò l’uso delle armi, la medicina, la musica e la disciplina necessaria a governare una forza fuori dal comune. Quando i Greci prepararono la spedizione contro Troia, Teti cercò ancora una volta di salvarlo nascondendolo alla corte del re Licomede, travestito fra le sue figlie.
Ulisse riuscì però a scoprirlo collocando alcune armi accanto a oggetti preziosi: mentre le ragazze si avvicinarono ai gioielli, Achille afferrò istintivamente la spada. Il guerriero aveva rivelato se stesso e non avrebbe più potuto sottrarsi al proprio destino. Partì alla testa dei Mirmidoni e durante i dieci anni di guerra divenne l’uomo più temuto dai Troiani. Era giovane, velocissimo, feroce nel combattimento e pressoché imbattibile. Eppure l’Iliade non racconta la sua intera vita e neppure la conquista di Troia: racconta soprattutto la sua ira. Quando Agamennone gli sottrasse Briseide, la donna assegnatagli come bottino, Achille considerò quel gesto una pubblica umiliazione. Si ritirò dalla battaglia e, senza di lui, l’esercito greco cominciò a cedere. Il suo orgoglio ebbe conseguenze devastanti, perché Patroclo, il compagno al quale era legato più profondamente, indossò la sua armatura per spaventare i Troiani e venne ucciso da Ettore. La morte di Patroclo spezzò Achille. Il guerriero tornò sul campo non per difendere i Greci, ma per vendicare la persona che amava di più. Affrontò Ettore davanti alle mura di Troia, lo uccise e, ancora accecato dal dolore, ne legò il corpo al carro trascinandolo nella polvere. Fu la sua vittoria più celebre e nello stesso tempo il punto più oscuro della sua esistenza: Achille aveva sconfitto il nemico, ma aveva perduto ogni misura umana.
A restituirgliela fu Priamo, l’anziano padre di Ettore, che entrò di notte nell’accampamento greco, si inginocchiò davanti all’assassino del figlio e gli baciò le mani. Non gli parlò come un re, ma come un padre, chiedendogli di pensare a Peleo, ormai vecchio e destinato a non vedere mai più il proprio figlio. Achille cedette. Pianse Patroclo, pianse il padre lontano e forse pianse anche se stesso, perché sapeva che la sua fine era vicina. Restituì il corpo di Ettore e concesse ai Troiani il tempo necessario per celebrarne i funerali. È questo, più ancora delle imprese militari, il momento che rende Achille un personaggio immortale: davanti al dolore di Priamo riconobbe nel nemico un essere umano simile a lui. L’Iliade si conclude prima della sua morte, che viene raccontata da tradizioni successive. Dopo avere affrontato altri formidabili avversari, tra cui la regina delle Amazzoni Pentesilea e il principe etiope Memnone, Achille cadde colpito da una freccia scagliata da Paride e guidata, secondo il mito, dal dio Apollo. La leggenda stabilì in seguito che la freccia avesse raggiunto proprio il tallone. Achille morì prima della caduta di Troia e non assistette alla vittoria per la quale aveva sacrificato la vita. Ottenne però ciò che aveva scelto: il suo nome attraversò i millenni. La sua grandezza non risiede nell’invulnerabilità, che forse non possedette mai, ma nella contraddizione profondamente umana fra coraggio e paura, orgoglio e tenerezza, brutalità e compassione.
Achille continua a parlarci perché dimostra che anche l’uomo più forte può essere sconfitto dal dolore e che la conquista più difficile non consiste nell’abbattere un avversario, ma nel riconoscere, dietro il volto del nemico, la nostra stessa fragilità.
Il 4 agosto 1972 una delle più violente tempeste solari mai osservate raggiunse la Terra dopo avere percorso quasi 150 milioni di chilometri in appena 14,6 ore, un primato che non è stato ancora superato. L’eruzione ebbe origine dalla regione McMath 11976, un’area di macchie solari molto instabile che alle 06:30 del tempo universale produsse un brillamento di potenza successivamente stimata intorno alla classe X20, seguito da una gigantesca espulsione di plasma e campi magnetici diretta verso il nostro pianeta. Gli strumenti dell’epoca non riuscirono a misurarne completamente l’intensità perché il sensore a raggi X del satellite Solrad 9 raggiunse il proprio limite, ma registrarono la straordinaria velocità del fronte d’urto, vicino ai 2.900 chilometri al secondo.
A favorirne la corsa furono probabilmente le eruzioni dei giorni precedenti, che avevano già modificato l’ambiente interplanetario creando un corridoio nel quale la nuova nube solare poté avanzare senza subire il normale rallentamento. Quando la tempesta investì il campo magnetico terrestre, in Nord America si verificarono disturbi alle comunicazioni radio, interruzioni telefoniche e anomalie nelle reti elettriche, mentre le aurore furono osservate a latitudini molto più basse del consueto. La conseguenza più sorprendente si manifestò però lungo le coste del Vietnam del Nord, dove gli Stati Uniti avevano collocato migliaia di mine navali per bloccare gli accessi al porto di Hải Phòng. Gli aerei della Task Force 77 segnalarono circa ventiquattro esplosioni avvenute in appena trenta secondi nel campo minato di Hon La, benché nella zona non fosse transitata alcuna nave; altre detonazioni furono individuate durante le ricognizioni successive. Gli ordigni erano dotati di sensori capaci di riconoscere le alterazioni magnetiche prodotte dallo scafo metallico di un’imbarcazione, ma l’improvvisa perturbazione causata dalla tempesta solare modificò il campo terrestre con tale rapidità da ingannarli e attivarli.
La Marina statunitense collegò l’accaduto all’eccezionale attività del Sole, ma la documentazione rimase a lungo negli archivi militari e la vicenda venne ricostruita completamente soltanto nel 2018, quando una ricerca pubblicata sulla rivista scientifica Space Weather confermò la compatibilità fra le variazioni geomagnetiche e l’esplosione delle mine. Il fenomeno si verificò inoltre durante il fortunato intervallo fra le ultime due missioni lunari del programma Apollo: l’Apollo 16 era rientrato il 27 aprile, mentre l’Apollo 17 sarebbe partito il 7 dicembre. Se l’eruzione fosse avvenuta mentre un equipaggio si trovava in viaggio verso la Luna o sulla sua superficie, gli astronauti, privi della protezione assicurata dalla magnetosfera terrestre, avrebbero potuto ricevere una dose di radiazioni estremamente grave e potenzialmente letale. Nonostante la velocità record, la tempesta non produsse conseguenze globali paragonabili a quelle dell’Evento di Carrington del 1859, perché il campo magnetico trasportato dalla nube solare era orientato in modo da limitare il trasferimento di energia alla magnetosfera.
Uno studio pubblicato nel 2024 sul Journal of Geophysical Research ha concluso che, con un orientamento differente, l’impatto avrebbe potuto uguagliare o persino superare quello del più celebre fenomeno ottocentesco. Il 4 agosto 1972 rimane quindi una data fondamentale nella storia della meteorologia spaziale, perché dimostrò quanto l’attività del Sole potesse interferire con le infrastrutture, le operazioni militari e la sicurezza degli uomini impegnati oltre l’atmosfera. Oggi una tempesta della stessa portata colpirebbe una società molto più vulnerabile, dipendente dai satelliti, dalla navigazione digitale, dalle telecomunicazioni e dalle reti elettriche interconnesse: per questo quel lontano evento non appartiene soltanto alla storia dell’astronomia, ma continua a rappresentare uno degli avvertimenti più concreti sulla fragilità tecnologica del nostro mondo.
All’alba del 3 agosto 1492, dal porto andaluso di Palos de la Frontera salparono tre navi dirette verso un mare del quale nessuno conosceva ancora la reale estensione. Erano la Niña, la Pinta e la Santa María, guidate da Cristoforo Colombo, navigatore genovese convinto di poter raggiungere l’Asia procedendo verso occidente. Agli occhi di chi le osservava dalla riva potevano sembrare soltanto tre imbarcazioni cariche di uomini, provviste e speranze; in realtà stavano aprendo una rotta destinata a cambiare per sempre la geografia, l’economia e la storia dell’umanità. La data è riportata nel resoconto del primo viaggio giunto fino a noi attraverso la trascrizione di Bartolomé de Las Casas.
Era un venerdì e la piccola flotta lasciò Palos nelle prime ore del mattino, superando intorno alle otto la barra di Saltés, all’uscita dell’estuario, per dirigersi verso le Canarie. A bordo si trovavano circa novanta uomini, molti dei quali provenienti da Palos e dalle località vicine. Fondamentale fu il contributo dei fratelli Martín Alonso e Vicente Yáñez Pinzón, comandanti della Pinta e della Niña: marinai esperti e conosciuti nella zona, riuscirono a procurare uomini, competenze e quella fiducia che al progetto di Colombo ancora mancava. La tradizione continua a parlare delle “tre caravelle”, ma si tratta di una definizione imprecisa. La Niña e la Pinta erano effettivamente caravelle, leggere e maneggevoli, mentre la Santa María era una nao, più grande, lenta e capace di trasportare maggiori quantità di viveri e materiali. Anche i nomi nascondono qualche curiosità: la Niña si chiamava in realtà Santa Clara e il soprannome derivava probabilmente dalla famiglia Niño, proprietaria dell’imbarcazione; della Pinta, invece, non conosciamo con certezza il nome ufficiale. Nessuna delle tre possedeva le dimensioni imponenti che le raffigurazioni successive ci hanno abituato a immaginare. Erano navi relativamente piccole, affidate alla resistenza del legno, all’abilità dei marinai e a strumenti di navigazione ancora rudimentali.
Il viaggio incontrò quasi subito le prime difficoltà. Il timone della Pinta subì un’avaria e la spedizione fu costretta a fermarsi alle Canarie per le riparazioni. Soltanto il 6 settembre le navi lasciarono definitivamente l’arcipelago e si inoltrarono nell’Atlantico. Colombo era convinto che il tratto di oceano da percorrere fosse molto più breve di quanto fosse in realtà: riteneva di poter raggiungere Cipango, l’attuale Giappone, e successivamente il Catai, la Cina descritta nei racconti dei viaggiatori medievali. Se lungo quella rotta non si fossero trovate terre sconosciute agli europei, le provviste imbarcate difficilmente sarebbero bastate per arrivare in Asia. Con il trascorrere delle settimane crebbero la stanchezza e la paura di non riuscire più a tornare indietro. Persino la bussola sembrò comportarsi in modo anomalo, mostrando una variazione rispetto alla Stella Polare che allarmò alcuni membri dell’equipaggio. Colombo cercò di rassicurarli, continuando a registrare distanze, venti e segnali che potessero indicare la vicinanza della terra. La risposta arrivò nella notte tra l’11 e il 12 ottobre, quando Rodrigo de Triana, di vedetta sulla Pinta, avvistò una striscia scura all’orizzonte. Era un’isola delle Bahamas chiamata Guanahaní dai suoi abitanti. Colombo la ribattezzò San Salvador, convinto di avere raggiunto una regione periferica dell’Asia.
Quello sbarco non rappresentò la scoperta di un continente vuoto. Le Americhe erano abitate da millenni e ospitavano popolazioni, città e civiltà complesse; inoltre, navigatori norreni avevano già raggiunto le coste settentrionali del continente diversi secoli prima. La vera portata storica del viaggio iniziato il 3 agosto consiste nell’avere stabilito un collegamento permanente tra le due sponde dell’Atlantico. Da quel momento uomini, merci, animali, piante, idee e malattie cominciarono a circolare tra continenti che fino ad allora avevano seguito percorsi separati. Le conseguenze furono immense e spesso drammatiche. L’espansione europea generò nuovi imperi, spostò progressivamente il centro dei commerci dal Mediterraneo all’Atlantico e diede origine a un sistema economico sempre più mondiale. Nello stesso tempo aprì la strada alla conquista coloniale, alla tratta degli schiavi e alla distruzione di intere comunità indigene, colpite dalla violenza, dallo sfruttamento e da epidemie contro le quali non possedevano difese immunitarie. Anche Colombo non comprese mai pienamente la natura geografica delle terre raggiunte e continuò a interpretarle come parte del mondo asiatico che aveva cercato.
La Santa María non avrebbe mai completato il viaggio di ritorno: si incagliò davanti alle coste di Hispaniola nella notte di Natale e il suo legname venne utilizzato per costruire un piccolo insediamento. La Niña e la Pinta riuscirono invece a rientrare in Europa, portando con sé la notizia di terre che avrebbero acceso ambizioni, rivalità e desideri di conquista. Quel venerdì d’agosto, mentre le tre navi si allontanavano da Palos, nessuno poteva ancora conoscere la portata di ciò che stava cominciando. Alle loro spalle rimaneva il mondo conosciuto; davanti si apriva un oceano attraversato soltanto dall’incertezza. Da quella rotta sarebbero nati incontri e tragedie, ricchezze e distruzioni, nuovi popoli e nuovi imperi. Il 3 agosto 1492 l’Atlantico smise di essere il confine estremo delle carte e divenne la strada sulla quale avrebbe viaggiato il futuro.
Il mondo non era diventato più grande: improvvisamente, e per sempre, era diventato uno solo.
Nel cuore di Josefov, lo storico quartiere ebraico di Praga, la Sinagoga Vecchia-Nuova non è l’edificio che attira immediatamente lo sguardo. Circondata da costruzioni più grandi ed eleganti, si presenta con mura spesse, finestre strette e un alto tetto scuro che conserva l’aspetto severo dell’architettura medievale. Dietro quella facciata poco appariscente si trova però uno dei luoghi più importanti dell’ebraismo europeo: costruita nell’ultimo terzo del XIII secolo, probabilmente negli anni Settanta, è la più antica sinagoga d’Europa ancora in attività e da oltre settecento anni rappresenta il principale luogo di culto della comunità ebraica praghese. Le celebrazioni religiose si interruppero soltanto durante l’occupazione nazista, tra il 1942 e il 1945, per poi riprendere al termine della guerra.
A realizzarla furono maestranze provenienti dal cantiere reale, impegnate anche nella costruzione del vicino convento di Sant’Agnese. In origine venne chiamata Sinagoga Nuova, o Grande, per distinguerla da un precedente edificio di culto poi scomparso; soltanto verso la fine del Cinquecento, quando a Praga sorsero altre sinagoghe, assunse il nome con il quale è conosciuta ancora oggi. Anche in questo caso, però, la tradizione ha aggiunto la propria versione alla storia: il termine tedesco Altneuschul ricorderebbe infatti l’espressione ebraica al tenai, “a condizione che”. Secondo la leggenda, alcune pietre dell’antico Tempio di Gerusalemme sarebbero state trasportate a Praga dagli angeli, con la condizione che un giorno venissero restituite per la costruzione del nuovo Tempio.
L’interno ha conservato l’impronta gotica originaria, con due grandi pilastri centrali che sostengono le volte a costoloni e dividono l’ambiente in due navate. Al centro si trova la bimah, dalla quale viene letta la Torah, circondata da un’antica grata in ferro e sovrastata dallo storico stendardo della comunità ebraica di Praga. La Sinagoga Vecchia-Nuova non è però soltanto un monumento da visitare: ancora oggi ospita preghiere e cerimonie religiose, mantenendo una continuità che ha attraversato incendi, persecuzioni e profonde trasformazioni urbanistiche. Alla fine dell’Ottocento gran parte dell’antico ghetto venne demolita per lasciare spazio agli ampi viali e agli edifici eleganti dell’attuale Josefov, ma la sinagoga rimase al proprio posto, quasi isolata rispetto alla città che nel frattempo le cresceva intorno.
È nella sua soffitta che la storia incontra la più celebre leggenda di Praga. Qui sarebbero stati nascosti i resti del Golem, la creatura d’argilla che il rabbino Judah Loew ben Bezalel, conosciuto come il Maharal, avrebbe portato in vita nel XVI secolo per proteggere la comunità ebraica dalle persecuzioni. Dotato di una forza eccezionale, ma incapace di parlare e di pensare autonomamente, il Golem finì per diventare incontrollabile e il rabbino fu costretto a disattivarlo, riportandolo alla materia dalla quale era stato creato. Il corpo sarebbe stato quindi trasferito nel sottotetto della sinagoga, il cui accesso venne proibito. Nessuna prova ha mai confermato il racconto, ma ancora oggi, osservando l’edificio da Pařížská Street, si può distinguere molto in alto una piccola porta che conduce alla soffitta, raggiungibile soltanto attraverso alcuni appoggi metallici fissati alla parete.
Forse il fascino della Sinagoga Vecchia-Nuova nasce proprio da questa convivenza tra realtà e leggenda. Da una parte c’è un edificio che ha accompagnato per secoli la vita religiosa e civile degli ebrei di Praga; dall’altra c’è il mistero di una creatura nata per difendere un popolo e poi consegnata per sempre al silenzio. Nel breve video allegato all’articolo è possibile osservare l’esterno della sinagoga, il suo profilo medievale e quel tetto sotto il quale, secondo la tradizione, il Golem riposerebbe ancora.
GUARDA IL VIDEO: LA SINAGOGA VECCHIA-NUOVA DI PRAGA E IL MISTERO DEL GOLEM
La parola “robot” è ormai parte della vita quotidiana. La usiamo per indicare macchine industriali, automi, assistenti artificiali e creature della fantascienza, ma la sua storia cominciò più di un secolo fa in un’opera teatrale. A introdurla nel linguaggio universale fu Karel Čapek, scrittore, drammaturgo e giornalista ceco che seppe riconoscere con straordinario anticipo le inquietudini di un mondo dominato dalla produzione, dalla tecnologia e dalla progressiva perdita di responsabilità dell’uomo. Nato il 9 gennaio 1890 a Malé Svatoňovice, nella Boemia allora appartenente all’Impero austro-ungarico, Čapek studiò filosofia, estetica e storia dell’arte, conseguendo il dottorato all’Università Carolina di Praga. Fu romanziere, autore teatrale, saggista, traduttore, fotografo e, dal 1921 fino alla morte, giornalista del quotidiano Lidové noviny. Attraverso articoli, racconti, romanzi e opere teatrali partecipò intensamente alla vita culturale e politica della Cecoslovacchia, diventando una delle voci più autorevoli dell’Europa tra le due guerre. La sua scrittura riusciva a essere accessibile senza rinunciare alla profondità, capace di partire da un’invenzione fantastica per interrogare il presente e mettere il lettore davanti alle proprie responsabilità.
Il suo nome entrò nella storia nel 1920 con R.U.R. – I robot universali di Rossum. Čapek cercava una parola per definire gli esseri artificiali creati per lavorare al posto degli uomini. Fu il fratello Josef, pittore e scrittore, a suggerirgli il termine “robot”, derivato dal ceco robota, parola legata al lavoro obbligatorio, alla fatica e alla servitù. Karel lo inserì nel dramma, gli diede forza narrativa e lo rese celebre in tutto il mondo. Per questo l’origine del vocabolo appartiene a entrambi: Josef ebbe l’intuizione linguistica, Karel trasformò quella parola in uno dei concetti fondamentali dell’immaginario moderno. I robot di R.U.R. non erano macchine metalliche simili a quelle che il cinema e la televisione avrebbero successivamente reso popolari. Erano esseri artificiali dall’aspetto umano, prodotti in serie e privati di emozioni affinché potessero lavorare senza stancarsi, soffrire o ribellarsi. La loro rivolta non rappresentava soltanto un’efficace invenzione fantascientifica. Čapek metteva in discussione una società disposta a trasformare l’uomo in uno strumento e a considerare il progresso tecnico più importante della dignità, della libertà e della coscienza. Aveva intuito che il vero pericolo non sarebbe arrivato necessariamente dalle macchine, ma dall’uso che gli esseri umani avrebbero scelto di farne. Ridurre Čapek all’autore che portò la parola “robot” nel vocabolario mondiale sarebbe tuttavia ingiusto. In Krakatit immaginò un esplosivo dalla potenza incontrollabile; ne La fabbrica dell’Assoluto descrisse un’invenzione capace di sconvolgere la società; nella Guerra delle salamandre raccontò un’umanità che sfrutta una specie intelligente fino a preparare la propria catastrofe. Nella pièce L’affare Makropulos affrontò invece il desiderio dell’immortalità e il prezzo di una vita privata del proprio limite naturale. Opere nelle quali la fantascienza, l’allegoria e la satira diventano strumenti di osservazione politica e morale. Dietro le invenzioni impossibili e gli scenari apocalittici, Čapek parlava sempre dell’uomo, della sua avidità, del fanatismo e della tentazione di affidare la propria responsabilità a una macchina, a un sistema o a un’autorità.
La sua influenza attraversò rapidamente i confini della letteratura e arrivò anche nell’universo di Star Trek. In Requiem per Matusalemme, episodio della terza stagione della serie classica trasmesso nel 1969, Kirk, Spock e McCoy incontrano Flint, un uomo che nasconde un’esistenza millenaria, e la giovane Rayna Kapec, interpretata da Louise Sorel. Rayna appare come una donna colta, sensibile e affascinante, ma si scopre essere l’ultima di una serie di androidi costruiti da Flint affinché diventasse la sua compagna. Il nome del personaggio non fu scelto casualmente. Secondo la Star Trek Encyclopedia, Rayna Kapec venne chiamata così proprio in omaggio a Karel Čapek: “Kapec” è infatti un anagramma del cognome dello scrittore, ottenuto riordinandone le lettere. Il riferimento è particolarmente significativo perché Rayna non è un semplice automa al servizio del proprio creatore. L’incontro con Kirk fa emergere in lei emozioni, desideri e capacità di scelta, riportando al centro la stessa domanda che attraversava l’opera di Čapek: che cosa distingue davvero un essere umano da una creatura artificiale? Non il corpo, non l’origine e forse neppure l’intelligenza, ma la possibilità di provare sentimenti, scegliere liberamente e diventare responsabili della propria esistenza. Il legame tra Rayna Kapec e Karel Čapek è stato approfondito anche nell’episodio #76 dei “TREK FILES”, dedicato proprio a REQUIEM PER MATUSALEMME. Nel programma del canale YouTube IL MONDO DELLA FANTASCIENZA, Gabriella Cordone Lisiero, Marcello Rossi e Kappa analizzano l’episodio, i suoi riferimenti culturali e il significato del personaggio di Rayna, soffermandosi anche sull’omaggio allo scrittore che aveva introdotto nel mondo la parola “robot”. Un collegamento tutt’altro che marginale: attraverso quel nome, Star Trek riconosceva apertamente il proprio debito verso uno dei padri della fantascienza moderna.
Convinto democratico e amico del presidente Tomáš Garrigue Masaryk, Čapek si oppose apertamente al fascismo, al nazismo e a ogni forma di totalitarismo. Negli ultimi anni della sua vita divenne uno dei principali bersagli della propaganda nazionalista. Morì di polmonite a Praga il 25 dicembre 1938, a soli quarantotto anni, poche settimane dopo la Conferenza di Monaco e pochi mesi prima dell’occupazione tedesca della Cecoslovacchia. La morte gli evitò di assistere direttamente alla tragedia che aveva temuto e denunciato, mentre suo fratello Josef sarebbe stato arrestato dai nazisti e sarebbe morto nel campo di concentramento di Bergen-Belsen. Karel Čapek riposa nel celebre cimitero monumentale di Vyšehrad, a Praga, considerato il pantheon della cultura nazionale ceca e luogo di sepoltura di alcuni dei più importanti artisti, musicisti e scrittori del Paese. È lì che si conclude la storia dell’uomo che seppe guardare oltre il proprio tempo, ma non quella delle sue idee. La parola che contribuì a creare gli è sopravvissuta ed è diventata il simbolo di una rivoluzione tecnologica che aveva previsto quando ancora non esistevano computer, automi industriali o intelligenze artificiali.
Ogni volta che diciamo “robot”, continuiamo dunque a pronunciare una parola nata dall’immaginazione e dall’inquietudine di Karel Čapek.
GUARDA I DUEVIDEO CORRELATI
TREK FILES #76 – REQUIEM PER MATUSALEMME Gabriella Cordone Lisiero, Marcello Rossi e Kappa analizzano l’episodio della serie classica e il legame tra Rayna Kapec e Karel Čapek.
KAREL ČAPEK: LA TOMBA NEL CIMITERO DI VYŠEHRAD A PRAGA Uno short realizzato nel luogo in cui riposa lo scrittore che diede al mondo la parola “robot”.
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