QUEL 18 AGOSTO 1868: IL GIORNO IN CUI L’UOMO SCOPRÌ L’ELIO GUARDANDO IL SOLE cura di Luca de Grandis

QUEL 18 AGOSTO 1868: IL GIORNO IN CUI L’UOMO SCOPRÌ L’ELIO GUARDANDO IL SOLE cura di Luca de Grandis

A rendere possibile la scoperta era una tecnica relativamente nuova: la spettroscopia. Facendo attraversare la luce da un prisma, gli scienziati potevano scomporla nei suoi colori e individuare al suo interno particolari righe luminose o scure. Ogni elemento chimico produceva una combinazione caratteristica, una sorta di impronta digitale. Grazie ai lavori di Gustav Kirchhoff e Robert Bunsen era diventato possibile riconoscere la composizione di una sostanza semplicemente studiandone la luce. Per l’astronomia si trattava di una rivoluzione. Per secoli gli uomini avevano potuto osservare le stelle, determinarne la posizione e studiarne il movimento, ma non avevano avuto alcun mezzo per conoscere direttamente la loro composizione. La spettroscopia permetteva improvvisamente di rispondere a una domanda che fino ad allora sembrava destinata a rimanere filosofica: di che cosa sono fatte le stelle?

Quasi contemporaneamente, in Inghilterra, l’astronomo Joseph Norman Lockyer stava lavorando allo stesso problema. Il 20 ottobre dello stesso anno osservò indipendentemente quella misteriosa linea gialla e arrivò a una conclusione ancora più audace: poteva appartenere a un elemento chimico che sulla Terra non era ancora stato identificato. Per quella sostanza venne scelto il nome helium, dal greco Helios, il Sole. L’idea appariva quasi paradossale. La chimica dell’Ottocento era abituata a scoprire nuovi elementi analizzando minerali, metalli e sostanze presenti sulla Terra. Questa volta accadeva il contrario: la prova dell’esistenza di un elemento arrivava dalla luce di una stella, mentre nessun laboratorio terrestre era ancora riuscito a isolarlo. Per anni l’elio rimase quindi una specie di elemento fantasma. Gli astronomi ne vedevano la firma nello spettro solare, ma i chimici non riuscivano a trovarlo sul nostro pianeta. Alcuni studiosi ipotizzarono persino che quella linea potesse essere prodotta da un elemento già conosciuto sottoposto alle condizioni estreme del Sole. Un indizio importante arrivò dall’Italia. Nel 1882 il fisico Luigi Palmieri, studiando i gas prodotti dal Vesuvio, osservò una linea spettrale compatibile con quella attribuita all’elio. La dimostrazione definitiva arrivò però soltanto nel 1895, ventisette anni dopo l’eclissi di Janssen. Il chimico scozzese William Ramsay, lavorando sul minerale cleveite, riuscì a liberare un gas che presentava precisamente la stessa firma spettroscopica osservata nel Sole. Poco dopo altri scienziati confermarono il risultato. L’elemento scoperto prima nello spazio era finalmente stato riconosciuto anche sulla Terra.

La storia diventa ancora più sorprendente se si considera ciò che oggi sappiamo dell’elio. È il secondo elemento più abbondante dell’universo dopo l’idrogeno ed è uno dei principali prodotti delle reazioni nucleari che alimentano le stelle. Nel cuore del Sole, nuclei di idrogeno si fondono continuamente formando elio e liberando l’enorme quantità di energia che raggiunge anche il nostro pianeta sotto forma di luce e calore. Sulla Terra, invece, l’elio è relativamente raro. È estremamente leggero e, una volta raggiunta l’atmosfera superiore, può disperdersi progressivamente nello spazio. Una parte di quello utilizzato dall’uomo deriva dal decadimento radioattivo naturale di elementi presenti nelle rocce e rimane intrappolata per milioni di anni in alcuni giacimenti sotterranei di gas naturale. Oggi associamo spesso l’elio ai palloncini che salgono verso il cielo, ma quella è probabilmente la sua applicazione meno importante. Grazie al suo punto di ebollizione eccezionalmente basso, l’elio liquido permette di raggiungere temperature vicinissime allo zero assoluto ed è indispensabile per raffreddare magneti superconduttori e apparecchiature scientifiche.

Viene impiegato nelle macchine per la risonanza magnetica, nei grandi acceleratori di particelle, nella ricerca scientifica, nell’industria dei semiconduttori, nella produzione di fibre ottiche, nei sistemi di rilevazione delle perdite e in numerose applicazioni aerospaziali. Senza elio, una parte importante della medicina diagnostica e della ricerca tecnologica contemporanea sarebbe molto più difficile da realizzare. Ma il significato storico di quel 18 agosto 1868 va oltre l’elemento scoperto. Quella linea gialla dimostrava che la luce proveniente da un oggetto irraggiungibile poteva raccontarne la composizione chimica. Era possibile studiare materialmente le stelle senza raccoglierne un frammento, conoscere ciò che esisteva nello spazio senza raggiungerlo fisicamente. Da quella intuizione nacque una delle basi dell’astrofisica moderna. Oggi utilizziamo lo stesso principio per determinare la composizione delle stelle, analizzare atmosfere di pianeti lontani, studiare galassie poste a miliardi di anni luce e cercare molecole nei mondi che orbitano intorno ad altre stelle. Tutto cominciò con una sottile linea gialla osservata durante un’eclissi. Janssen vide qualcosa che non apparteneva agli elementi allora conosciuti. Lockyer comprese che poteva trattarsi di una sostanza nuova. Ramsay, quasi trent’anni dopo, riuscì finalmente a trovarla sulla Terra.

Il 18 agosto 1868 rimane così una delle date più affascinanti nella storia della scienza: il giorno in cui l’uomo riuscì a scoprire qualcosa nel Sole prima ancora di sapere con certezza che esistesse sul proprio pianeta.

17 AGOSTO 1908: CON FANTASMAGORIE NASCE IL CARTONE ANIMATO cura di Kappa (Memorie dall’Astronave dei Ricordi)

17 AGOSTO 1908: CON FANTASMAGORIE NASCE IL CARTONE ANIMATO cura di Kappa (Memorie dall’Astronave dei Ricordi)

Meno di due minuti, circa 700 disegni e un personaggio fatto di poche linee bianche. Il 17 agosto 1908, al Théâtre du Gymnase di Parigi, veniva presentato al pubblico Fantasmagorie, il cortometraggio di Émile Cohl entrato nella storia come il primo cartone animato realizzato interamente con disegni fotografati fotogramma dopo fotogramma. Émile Cohl, nome d’arte di Émile Courtet, aveva 51 anni e proveniva dal mondo della caricatura e dell’illustrazione. Lavorava per la Gaumont quando cominciò a sperimentare con la ripresa a passo uno, utilizzando la macchina da presa per dare movimento ai disegni.

Per realizzare Fantasmagorie, Cohl disegnò ogni immagine a mano e la fotografò due volte. Le figure erano tracciate con inchiostro nero su fogli bianchi, ma la stampa in negativo della pellicola ribaltò i colori. Nacque così l’effetto visivo che ancora oggi caratterizza il film: personaggi bianchi in movimento su uno sfondo nero, come disegni di gesso sopra una lavagna. Il cortometraggio non segue una vera trama. Si apre con la mano dell’autore che disegna il protagonista, un piccolo fantoccio, e da quel momento tutto cambia forma senza sosta. Una bottiglia diventa un fiore, un elefante si trasforma in una casa, corpi e oggetti si allungano, scompaiono e ricompaiono. In una delle scene più note, una spettatrice con un enorme cappello piumato impedisce a chi le sta dietro di vedere lo spettacolo.

Più che raccontare una storia, Cohl mette in scena le possibilità dell’animazione. Nel suo mondo non esistono peso, proporzioni o continuità: ogni figura può trasformarsi immediatamente in qualcos’altro. Il film dimostrava che il disegno poteva diventare un protagonista e che l’animazione poteva avere un linguaggio diverso da quello del cinema dal vero. Il primato di Fantasmagorie deve comunque essere precisato. Prima del 1908 erano già esistiti spettacoli di immagini animate. Émile Reynaud aveva presentato le sue pantomime luminose nel 1892 e l’americano James Stuart Blackton aveva realizzato nel 1906 Humorous Phases of Funny Faces, utilizzando disegni, riprese dal vivo e animazione a passo uno. Il film di Cohl viene considerato il primo esempio compiuto di animazione tradizionale perché costruito attraverso una successione continua di disegni creati appositamente per essere proiettati.

Il successo spinse Cohl a proseguire su quella strada. Negli anni successivi sperimentò con sagome ritagliate, pupazzi, fiammiferi e oggetti comuni, anticipando molte delle tecniche sulle quali sarebbe cresciuto il cinema d’animazione. Altri autori avrebbero poi reso i personaggi più complessi, introdotto il colore e trasformato il settore in una grande industria, ma il principio fondamentale era già presente in quei pochi metri di pellicola. A più di un secolo dalla prima proiezione, Fantasmagorie resta un documento fondamentale delle origini del cinema. Il 17 agosto 1908, davanti al pubblico di un teatro parigino, una linea tracciata su un foglio cominciò a muoversi.

La storia del cartone animato era iniziata.

QUEL 16 AGOSTO 1977: ELVIS MORÌ DAVVERO? a cura della Redazione

QUEL 16 AGOSTO 1977: ELVIS MORÌ DAVVERO? a cura della Redazione

Alle 15.30 del 16 agosto 1977, al Baptist Memorial Hospital di Memphis, i medici dichiararono morto Elvis Presley. Aveva quarantadue anni e quella stessa sera avrebbe dovuto partire per Portland, nel Maine, dove il giorno successivo sarebbe cominciata una nuova tournée. In poche ore la notizia attraversò il mondo. Il presidente Jimmy Carter disse che l’America aveva perduto una parte di sé: Elvis, fondendo il country bianco con il rhythm and blues nero, aveva cambiato per sempre il volto della cultura popolare. Non era morto soltanto un cantante. Era scomparso il ragazzo povero di Tupelo che aveva dato un corpo, uno sguardo e una forza scandalosa al rock and roll, trasformando una musica nata prima di lui nelle chiese, nei campi e nei quartieri afroamericani del Sud in un linguaggio universale.

Elvis non inventò da solo il rock, ma lo portò dentro le case, nelle televisioni e nell’immaginario di una generazione. Fu ribelle, soldato, divo di Hollywood, interprete gospel, protagonista del grande ritorno televisivo del 1968 e infine sovrano di Las Vegas, chiuso nelle sue tute bianche come in un’armatura. Nel 1977, però, dietro quell’immagine sopravviveva un uomo profondamente malato. Elvis soffriva di ipertensione, glaucoma, danni epatici, disturbi intestinali e insonnia; aveva un cuore fortemente ingrossato e assumeva abitualmente oppiacei, sedativi, tranquillanti e altri medicinali prescritti. Appariva gonfio, affaticato e sempre più isolato dentro Graceland, circondato da persone che difficilmente riuscivano a opporsi alle sue richieste. La sera del 15 agosto era uscito per una visita dentistica; durante la notte aveva giocato a racquetball e si era fermato al pianoforte, poi si era ritirato nella camera al piano superiore. Nel primo pomeriggio Ginger Alden, la giovane compagna che dormiva con lui, lo trovò riverso sul pavimento del bagno, privo di sensi. Joe Esposito e gli altri collaboratori della casa tentarono di soccorrerlo. I paramedici non rilevarono segni vitali e anche i tentativi di rianimazione compiuti in ospedale fallirono.

È da quel momento che nasce l’equivoco sul quale sarebbe stata costruita una delle più longeve leggende del Novecento. La morte di Elvis presenta infatti un’autentica zona d’ombra, ma riguarda ciò che lo uccise, non il fatto che sia morto. Mentre l’autopsia era ancora in corso e prima che fossero disponibili gli esami tossicologici, il medico legale Jerry Francisco parlò di aritmia cardiaca e assicurò pubblicamente che i farmaci non avevano svolto alcun ruolo. Il certificato di morte indicò successivamente una malattia cardiovascolare ipertensiva associata ad aterosclerosi coronarica. Gli esami mostrarono però nel corpo una combinazione di oppiacei, sedativi e tranquillanti. Nessuna singola sostanza risultava necessariamente mortale se considerata da sola, ma l’interazione di più medicinali poteva deprimere il sistema nervoso centrale e provocare un’aritmia fatale. Elvis soffriva inoltre di una grave stitichezza cronica, aggravata dall’uso di oppiacei, e lo sforzo compiuto in bagno potrebbe avere innescato il collasso di un cuore già compromesso. Negli anni successivi i patologi si divisero: alcuni indicarono nella politerapia farmacologica il fattore decisivo, mentre la revisione disposta nel 1994 confermò la compatibilità con un violento attacco cardiaco. La conclusione più seria è che Elvis morì per un arresto cardiocircolatorio in un organismo devastato dalle malattie e indebolito da anni di abuso di medicinali.

Ci fu probabilmente il tentativo di attenuare pubblicamente il ruolo dei farmaci e di proteggere la reputazione del cantante e dei medici che glieli prescrivevano. Quel silenzio alimentò il sospetto, ma non dimostra affatto che Elvis fosse sopravvissuto. La teoria della falsa morte cominciò a prendere forma negli anni successivi. Uno degli indizi più citati riguarda il secondo nome: sul certificato di nascita compare “Aron”, mentre sulla lapide di Graceland è inciso “Aaron”. Secondo i sostenitori del complotto, Vernon Presley non avrebbe permesso che il vero nome del figlio fosse scritto sopra una tomba vuota. In realtà Elvis utilizzò entrambe le grafie e firmò personalmente “Aaron” anche su documenti ufficiali, compreso l’atto di divorzio. Fu suo padre a scegliere quella forma per la sepoltura: non era un messaggio cifrato. Un’altra storia racconta che il 17 agosto un uomo identico a Elvis si sarebbe presentato all’aeroporto di Memphis con il nome di Jon Burrows, pseudonimo realmente usato dal cantante, acquistando un biglietto per Buenos Aires. Non esistono il biglietto, un registro d’imbarco o un testimone identificabile; soprattutto, nel 1977 da Memphis non partivano voli internazionali per l’Argentina. Si disse poi che nella bara fosse stato sistemato un manichino di cera, perché il volto appariva troppo giovane e levigato nella fotografia scattata clandestinamente e pubblicata dal National Enquirer. Il presunto peso eccezionale del feretro venne attribuito alla presenza di ghiaccio e ventilatori necessari per impedire alla figura di sciogliersi. Anche questa ricostruzione è priva di riscontri: quello fotografato aveva l’aspetto normale di un corpo imbalsamato e sottoposto a un accurato intervento cosmetico.

Il cadavere era stato visto da Ginger Alden, dai collaboratori di Graceland, dai paramedici, dal personale del pronto soccorso, dai medici dell’autopsia, dagli addetti dell’impresa funebre, dai familiari, dagli amici e da migliaia di persone durante l’esposizione della bara aperta. Per sostituirlo sarebbe stata necessaria la complicità di decine di professionisti, molti estranei alla famiglia, senza che in quasi mezzo secolo uno solo di loro producesse una prova verificabile. Neppure la famosa polizza dei Lloyd’s di Londra, che gli eredi non avrebbero riscosso per non commettere una frode assicurativa, sostiene la teoria: quella specifica polizza, secondo le verifiche disponibili, non fu mai stipulata. Più suggestiva è la storia di Elvis agente segreto, costretto a scomparire dopo avere infiltrato un’organizzazione criminale chiamata “The Fraternity”. Nel dicembre 1970 Presley aveva realmente incontrato Richard Nixon alla Casa Bianca e aveva ottenuto un distintivo del Bureau of Narcotics and Dangerous Drugs. I documenti dell’incontro mostrano però che Elvis, appassionato collezionista di distintivi, aveva chiesto di diventare un improbabile “agente federale con ampi poteri” e aveva ricevuto soltanto una credenziale onorifica, priva di funzioni operative. È vera anche l’esistenza dell’operazione Fountain Pen, ma l’inchiesta riguardava una frode commessa ai danni di Vernon Presley nella gestione degli aerei di famiglia. A testimoniare davanti al grand jury fu Vernon, non Elvis, e le incriminazioni arrivarono nell’ottobre 1977, due mesi dopo la morte. Nei fascicoli resi pubblici dal FBI non esiste alcun documento che attesti un’attività sotto copertura o l’ingresso del cantante nel programma di protezione testimoni. La leggenda divenne un affare alla fine degli anni Ottanta.

Gail Brewer-Giorgio pubblicò Is Elvis Alive?, accompagnandolo con una registrazione attribuita al Re ma realizzata dall’imitatore David Darlock; intanto Jimmy Ellis si esibiva mascherato con il nome di Orion e con una voce sorprendentemente simile a quella di Presley. Nel 1987 una donna sostenne di avere visto Elvis in un Burger King di Kalamazoo e la notizia, perfetta per televisioni e giornali scandalistici, inaugurò la stagione degli avvistamenti. Da allora Elvis sarebbe apparso in aeroporti, supermercati, distributori, fotografie sfocate, nella piscina di Graceland e persino tra le comparse di Mamma, ho perso l’aereo. Nessuno di questi episodi ha mai prodotto un’immagine inequivocabile, un’impronta, un riscontro genetico o un documento autentico. Anche il presunto segreto cinquantennale sull’autopsia è stato deformato: nel 2027 diventerà accessibile il certificato di morte perché la legge del Tennessee trasferisce agli archivi pubblici i registri dopo cinquant’anni, mentre l’autopsia, autorizzata privatamente dalla famiglia, non ha una data automatica di pubblicazione. Non rimane dunque alcun dubbio ragionevole. Si può discutere se a fermare il cuore di Elvis siano stati soprattutto la malattia cardiovascolare, l’interazione dei farmaci o lo sforzo fisico provocato dalla grave stitichezza; non si può sostenere seriamente che l’uomo trasportato al Baptist Memorial Hospital non fosse Elvis Presley o che sia uscito vivo da Graceland. Se fosse ancora in vita, nel 2026 avrebbe novantuno anni e avrebbe attraversato quasi mezzo secolo senza lasciare una sola traccia fisica, finanziaria o documentale. Elvis morì davvero il 16 agosto 1977. A sopravvivere fu la sua immagine: Graceland ha accolto oltre venti milioni di visitatori, gli imitatori hanno moltiplicato il suo volto in ogni angolo del mondo e ogni agosto migliaia di persone percorrono in silenzio il viale della casa con una candela accesa.

Il Re non ingannò il mondo fingendo di morire; fu il mondo, incapace di accettarne la morte, a inventargli una vita eterna.

15 AGOSTO, PERCHÉ SI FESTEGGIA FERRAGOSTO: UNA STORIA LUNGA DUEMILA ANNI a cura di Gabrio Poggi

15 AGOSTO, PERCHÉ SI FESTEGGIA FERRAGOSTO: UNA STORIA LUNGA DUEMILA ANNI a cura di Gabrio Poggi

Il 15 agosto è uno dei pochi giorni dell’anno capaci di modificare il ritmo di un intero Paese. Le città si svuotano, le località di mare e di montagna si riempiono, le famiglie si ritrovano e perfino chi non parte avverte la sensazione di trovarsi dentro una pausa collettiva. Eppure, dietro quella che oggi consideriamo soprattutto la giornata centrale delle vacanze estive, esiste una storia molto più antica, nella quale si intrecciano tradizioni romane, significati religiosi e abitudini moderne. Per comprendere Ferragosto bisogna anzitutto distinguere il nome dalla data. La parola deriva dal latino Feriae Augusti, cioè “riposo di Augusto”. La tradizione storica ne fa risalire l’istituzione al 18 avanti Cristo, durante il governo di Ottaviano Augusto, primo imperatore romano.

La celebrazione cadeva originariamente all’inizio del mese e si inseriva in un periodo già ricco di feste dedicate al raccolto e ai cicli della vita agricola. Era il momento in cui, concluse alcune delle attività più faticose nei campi e in attesa della vendemmia e dei successivi lavori autunnali, veniva concessa una pausa ai lavoratori. Il riposo aveva quindi una funzione pratica, ma anche sociale e politica. Augusto riuniva sotto il proprio nome diverse consuetudini popolari, trasformandole in una celebrazione pubblica capace di rafforzare il senso di appartenenza alla comunità e, naturalmente, il legame tra l’imperatore e il popolo. Il Ferragosto romano, tuttavia, non coincideva ancora con il 15 agosto. La data attuale acquistò centralità attraverso la tradizione cristiana, che proprio in questo giorno celebra l’Assunzione della Vergine Maria, una delle più importanti solennità dedicate alla madre di Gesù.

Secondo la fede cattolica, al termine della sua esistenza terrena Maria fu accolta nella gloria del cielo con l’anima e con il corpo. L’Assunzione non deve essere confusa con l’Ascensione: nel linguaggio della Chiesa, Cristo ascende al cielo per virtù propria, mentre Maria viene “assunta”, cioè accolta da Dio. La celebrazione ha origini molto antiche e non nacque, come talvolta si pensa, nel Novecento. Nel 1950 papa Pio XII ne proclamò solennemente il dogma, definendo come verità di fede ciò che da secoli apparteneva alla devozione e alla liturgia cristiana. Per i credenti, l’Assunzione rappresenta la vittoria della vita sulla morte e la speranza che la persona umana, nella sua interezza, non sia destinata a scomparire. È quindi una festa mariana, ma anche una riflessione sul destino dell’uomo e sulla possibilità di una vita oltre il limite terreno.

Nel calendario italiano le due tradizioni, quella civile di origine romana e quella religiosa, hanno finito per sovrapporsi. Il risultato è una ricorrenza particolare, nella quale convivono la partecipazione alle celebrazioni dell’Assunta, le processioni popolari, i pranzi in famiglia, le gite, i falò, le feste sulle spiagge e l’abitudine di trascorrere la giornata lontano dal lavoro. Nel corso del Novecento, con la diffusione delle ferie e del turismo popolare, Ferragosto è diventato il simbolo delle vacanze italiane. Durante gli anni Trenta, i treni popolari a prezzi ridotti contribuirono a rendere accessibili anche alle famiglie meno abbienti le gite verso il mare, la montagna e le città d’arte. La tradizionale “gita fuori porta” acquistò così una dimensione di massa e il 15 agosto divenne progressivamente il punto culminante dell’estate.

Ma Ferragosto si festeggia in tutto il mondo? Non esattamente. La parola e le consuetudini che le sono associate appartengono soprattutto alla cultura italiana. L’Assunzione viene invece celebrata in tutta la Chiesa cattolica ed è riconosciuta come giorno festivo in numerosi Paesi, tra i quali Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Belgio, Polonia e Croazia. In diverse Chiese orientali viene celebrata la Dormizione di Maria, mentre in altri Stati la ricorrenza religiosa non comporta la sospensione delle attività lavorative.

In molte parti del mondo il 15 agosto è un giorno come gli altri oppure assume significati completamente differenti. In India, per esempio, coincide con la festa dell’indipendenza dal Regno Unito, ottenuta nel 1947. La data è dunque conosciuta e celebrata in numerosi Paesi, ma non esiste un unico Ferragosto universale. Oggi questa giornata continua a svolgere una funzione precisa. Segna il centro simbolico dell’estate, interrompe la successione ordinaria dei giorni e offre l’occasione per recuperare rapporti, luoghi e tempi spesso trascurati durante l’anno. Per alcuni conserva un significato profondamente religioso; per altri rappresenta semplicemente una giornata da trascorrere con la famiglia o con gli amici. In entrambi i casi rimane un momento di sospensione.

Non tutti, naturalmente, possono fermarsi. Medici, infermieri, forze dell’ordine, soccorritori, addetti ai trasporti, alla ristorazione e all’accoglienza continuano a lavorare, rendendo possibile la festa degli altri. Anche questo aspetto appartiene al significato contemporaneo di Ferragosto: il riposo collettivo esiste perché qualcuno garantisce la continuità dei servizi essenziali. Le epoche hanno attribuito al 15 agosto nomi e significati differenti. L’antica Roma ne fece un tempo di riposo, il cristianesimo una giornata di fede e di speranza, la società moderna il simbolo delle vacanze estive.

Ma al centro è rimasto lo stesso bisogno: interrompere almeno per un giorno la corsa quotidiana e restituire tempo alle persone.

BERTOLT BRECHT, SETTANT’ANNI DOPO: L’UOMO CHE CAMBIÒ IL MODO DI GUARDARE IL TEATRO a cura di Gabrio Poggi

BERTOLT BRECHT, SETTANT’ANNI DOPO: L’UOMO CHE CAMBIÒ IL MODO DI GUARDARE IL TEATRO a cura di Gabrio Poggi

Il 14 agosto 1956 moriva a Berlino Est, a soli 58 anni, Bertolt Brecht. Settant’anni dopo, il suo nome resta legato soprattutto alla rivoluzione che introdusse nel teatro del Novecento, ma limitarsi alla definizione di “padre del teatro epico” significa raccontarne solo una parte. Brecht fu drammaturgo, poeta, regista, teorico, uomo politico e soprattutto una personalità piena di contraddizioni. Le sue opere continuano a essere rappresentate in tutto il mondo e il Berliner Ensemble, la compagnia fondata nel 1949 insieme alla moglie e attrice Helene Weigel, conserva ancora oggi un ruolo centrale nella scena teatrale tedesca. Brecht non aveva un carattere semplice. Le ricostruzioni biografiche restituiscono un uomo estremamente intelligente, competitivo, ironico, capace di esercitare un forte ascendente sugli altri e nello stesso tempo attraversato da profonde inquietudini.

Il biografo Stephen Parker ha insistito sulla distanza tra l’immagine cinica e aggressiva che Brecht costruì pubblicamente e una sensibilità molto più vulnerabile, segnata fin da giovane dalla malattia, dall’ansia e dall’esperienza della guerra. Amava discutere, provocare, mettere alla prova le convinzioni altrui; difficilmente accettava una verità solo perché considerata autorevole. Anche i rapporti privati furono complessi: la sua vita sentimentale fu irregolare e il suo metodo di lavoro fortemente collettivo. Accanto a lui ebbero un peso decisivo figure come Helene Weigel, Elisabeth Hauptmann, Margarete Steffin e Ruth Berlau, oltre ai compositori Kurt Weill e Hanns Eisler. La ricerca più recente ha infatti sottolineato quanto la produzione brechtiana sia nata anche da una rete di collaborazioni che per lungo tempo è rimasta in secondo piano.
Questa personalità si ritrova nel suo teatro. Brecht diffidava della commozione facile e dell’idea che lo spettatore dovesse semplicemente dimenticare se stesso identificandosi con ciò che vedeva sul palcoscenico. Voleva invece che mantenesse una distanza critica, osservasse i comportamenti dei personaggi e si chiedesse perché agissero in quel modo. È il principio alla base del celebre effetto di straniamento: canzoni, cartelli, interruzioni dell’azione, attori che non nascondono completamente di essere attori. Non un teatro freddo, come qualche volta è stato banalizzato, ma un teatro che cerca di impedire al pubblico di accettare passivamente ciò che gli viene mostrato. Da questa impostazione nacquero alcuni dei testi fondamentali del Novecento: L’opera da tre soldi del 1928, realizzata con Kurt Weill e con il contributo di Elisabeth Hauptmann; Ascesa e caduta della città di Mahagonny; Santa Giovanna dei Macelli; Terrore e miseria del Terzo Reich; Vita di Galileo; Madre Courage e i suoi figli; L’anima buona del Sezuan; La resistibile ascesa di Arturo Ui e Il cerchio di gesso del Caucaso. In queste opere tornano continuamente il denaro, la guerra, il potere, la responsabilità individuale, la possibilità di rimanere moralmente integri dentro una società che spesso sembra premiare il comportamento opposto.
La guerra fu probabilmente una delle esperienze decisive nella formazione della sua visione dell’uomo. Ancora giovanissimo, durante il primo conflitto mondiale, lavorò come infermiere militare e vide direttamente le conseguenze fisiche della guerra. Negli anni successivi sviluppò un antimilitarismo sempre più netto. Quando Hitler arrivò al potere, Brecht lasciò la Germania nel febbraio 1933; poche settimane dopo anche i suoi libri finirono nei roghi nazisti. Cominciò così un esilio che attraversò diversi Paesi europei e lo portò infine negli Stati Uniti. Nel 1947 fu interrogato dalla Commissione per le attività antiamericane e lasciò l’America poco dopo.
Anche politicamente Brecht fu meno lineare dell’immagine che ne sarebbe rimasta. Marxista e convinto critico del capitalismo, scelse dopo la guerra Berlino Est, ma conservò nei confronti del potere quella diffidenza che aveva applicato per tutta la vita alle istituzioni, alla morale e alle ideologie. È proprio questa tensione a rendere interessante ancora oggi il suo lavoro. Madre Courage non presenta semplicemente “buoni” e “cattivi”: mostra una donna che vive della guerra mentre la guerra le porta via ciò che possiede. Vita di Galileo non racconta soltanto lo scontro tra scienza e autorità, ma pone una domanda più difficile sulla responsabilità di chi possiede la conoscenza. Arturo Ui, trasformando l’ascesa di Hitler in una grottesca vicenda criminale, mostra invece come il potere autoritario possa crescere attraverso compromessi, interessi e sottovalutazioni prima ancora che attraverso la forza.
A settant’anni dalla morte, ricordare Brecht significa quindi ricordare qualcosa di più di un grande autore teatrale. Significa tornare a uno scrittore che aveva fatto del dubbio uno strumento di lavoro. Non chiedeva allo spettatore di condividere necessariamente le sue conclusioni: pretendeva però che non rinunciasse a formulare le proprie. Ed è forse qui, più che nelle formule teoriche studiate sui manuali, che rimane la parte più moderna della sua eredità. In un’epoca nella quale immagini, notizie e opinioni arrivano continuamente già accompagnate da una loro interpretazione, il vecchio principio brechtiano conserva una sorprendente utilità: osservare ciò che viene mostrato, capire chi lo racconta, interrogarsi sulle cause e non considerare inevitabile ciò che appare tale.

È anche per questo che, settant’anni dopo quel 14 agosto 1956, Bertolt Brecht continua a essere molto più di un capitolo della storia del teatro.