Ci sono film che sembrano arrivare da lontano, ma in realtà nascono molto più vicino di quanto immaginiamo. La trilogia del dollaro di Sergio Leone è uno di quei casi strani e irripetibili: racconta pistoleri, frontiere, villaggi bruciati dal sole, duelli e ricompense, ma sotto la polvere del West pulsa qualcosa di profondamente italiano. Non l’Italia da cartolina, non quella rassicurante, ma un’Italia nervosa, furba, affamata, appena uscita dalla povertà e già lanciata dentro il sogno del benessere. Negli anni Sessanta il Paese corre. Le case si riempiono di televisori, le strade di automobili, le città cambiano faccia. Ma dentro quella corsa resta una memoria ancora fresca: la guerra, la miseria, il sospetto, il bisogno di cavarsela. Sergio Leone prende tutto questo e lo sposta altrove. Non lo racconta con fabbriche, appartamenti o famiglie borghesi. Lo traveste da western. Ed è proprio lì che accade il miracolo: l’America diventa una maschera dietro cui l’Italia può parlare di sé senza confessarlo apertamente.
Per un pugno di dollari è il primo colpo. Un film asciutto, quasi brutale nella sua semplicità. Arriva un uomo, non sappiamo davvero da dove, non sappiamo cosa abbia perduto, non sappiamo nemmeno se sia buono. Entra in un paese diviso, capisce subito che tutti mentono, tutti comprano, tutti vendono. Non porta giustizia nel senso classico. Porta squilibrio. Entra in un sistema marcio e lo fa saltare dall’interno.
Il protagonista interpretato da Clint Eastwood funziona perché non chiede simpatia. Non vuole essere amato dallo spettatore. Sta lì, chiuso, silenzioso, quasi infastidito dal mondo. È un uomo che parla poco perché ha già capito troppo. In lui non c’è la nobiltà pulita dell’eroe tradizionale. C’è qualcosa di più ambiguo: una specie di intelligenza animale, una calma pericolosa, un senso pratico che assomiglia molto all’arte italiana dell’arrangiarsi.
Con Per qualche dollaro in più il gioco cambia. Il denaro resta importante, ma non basta più a spiegare tutto. Entra la ferita. Entra il passato. Entra quella zona oscura in cui un uomo non agisce soltanto per convenienza, ma perché qualcosa dentro di lui non si è mai chiuso. Il colonnello Mortimer non è un semplice cacciatore di taglie: è un uomo che ha trasformato il dolore in metodo. La sua eleganza non lo rende freddo; lo rende più tragico. Sembra controllare tutto, ma in realtà cammina verso un conto sospeso.
L’Indio, dall’altra parte, è una figura disturbante perché non è soltanto cattivo. È spezzato. La sua violenza non nasce dal nulla, sembra uscire da una memoria avvelenata, da un’immagine che ritorna e lo divora. Il carillon diventa il suono della sua prigione mentale. Ogni volta che quella musica riappare, il film smette di essere soltanto western e diventa quasi un incubo privato, un duello combattuto prima nella testa e poi con la pistola.
Qui si capisce quanto Leone e Morricone non stessero semplicemente “facendo cinema di genere”. Stavano costruendo un linguaggio. La musica non riempie i vuoti: li crea. Non accompagna l’azione: la prepara, la ritarda, la rende inevitabile. Il silenzio, nei film di Leone, non è assenza. È pressione. È il momento in cui lo spettatore sente che qualcosa sta per rompersi.
Poi arriva Il buono, il brutto, il cattivo, e la trilogia diventa più grande, più sporca, più feroce, ma anche più ironica. Non è soltanto il capitolo più famoso: è quello in cui Leone allarga il mondo fino a farlo diventare una grande commedia crudele sull’avidità umana. Tre uomini cercano un tesoro. Sembra una trama semplice. In realtà è una radiografia spietata del desiderio.
Blondie, Sentenza e Tuco non sono tre personaggi morali nel senso tradizionale. Sono tre modi di stare al mondo. Blondie è la freddezza, la misura, il controllo. Sentenza è il potere senza esitazione, la violenza che non ha bisogno di alzare la voce. Tuco è il corpo, la fame, la paura, l’istinto, la vitalità scomposta di chi cade, urla, mente, prega, tradisce e ricomincia. E proprio Tuco, con tutte le sue miserie, finisce per essere il più vicino a noi. Non perché sia migliore, ma perché è vivo in modo scandaloso.
La guerra di Secessione, nel film, non serve a fare lezione di storia. Serve a mostrare l’assurdità degli uomini quando costruiscono grandi parole sopra piccoli massacri. Mentre gli eserciti si distruggono, i protagonisti continuano a inseguire l’oro. È cinico? Sì. Ma è anche terribilmente umano. Leone non giudica dall’alto. Guarda dal basso, dalla polvere, dal punto di vista di chi sa che spesso la Storia passa sopra le persone comuni lasciando solo macerie, ordini incomprensibili e corpi stanchi.
La forza della trilogia sta proprio qui: non racconta un West realistico, racconta un West mentale. Un territorio dove ogni villaggio sembra provvisorio, ogni alleanza è fragile, ogni sorriso può nascondere un calcolo. È un universo senza innocenza, ma non senza regole. I personaggi di Leone possono essere ladri, assassini, opportunisti, ma alcuni conservano ancora una linea interiore. Minima, contraddittoria, quasi invisibile. Però c’è. E quando quella linea viene superata, il film ce lo fa sentire.
Per questo questi film parlano ancora. Non perché siano solo belli da vedere, ma perché hanno capito qualcosa dell’uomo: quando cadono le istituzioni, quando la legge è lontana, quando il denaro diventa l’unica misura, resta soltanto il carattere. E il carattere non è quello che diciamo di avere. È quello che viene fuori quando nessuno ci protegge più.
Leone porta tutto all’estremo: gli occhi, le mani, il sudore, l’attesa. I suoi primi piani non sono decorazione estetica. Sono interrogatori. Un volto, nei suoi film, non serve a mostrare bellezza; serve a rivelare sopravvivenza. Ogni ruga, ogni smorfia, ogni pausa sembra raccontare una vita che non verrà mai spiegata. È un cinema che non ha bisogno di biografie complete, perché lascia intuire che ogni personaggio arriva da un passato pesante e preferisce non parlarne.
Anche il duello, nella trilogia, diventa qualcosa di più del classico scontro finale. Non è solo chi spara prima. È chi regge meglio l’attesa. Chi sa abitare il silenzio. Chi riesce a non tradire la paura. Leone allunga il tempo fino a renderlo quasi insopportabile, perché sa che il vero colpo non parte dalla pistola: parte dallo sguardo. Lo sparo è solo la conclusione materiale di una battaglia già avvenuta dentro.
Ecco perché la trilogia del dollaro non è una semplice imitazione del western americano. È una reinvenzione. L’Italia prende un mito straniero e lo restituisce deformato, più ironico, più crudele, più teatrale, forse anche più sincero. Dove il western classico cercava spesso una fondazione morale, Leone mostra un mondo già consumato, dove la morale non è scomparsa del tutto, ma sopravvive a frammenti, in gesti improvvisi, in debiti pagati, in vendette che sembrano giustizia e in atti di pietà che nessuno osa chiamare così.
In fondo questi tre film raccontano anche l’Italia del loro tempo: un Paese che voleva diventare moderno, ma portava ancora addosso il fango della storia; un Paese che imparava il linguaggio del denaro, ma conosceva già da secoli quello della furbizia; un Paese che guardava all’America come a un sogno, e proprio imitandola finì per creare qualcosa di assolutamente suo.
La trilogia del dollaro resta grande perché non invecchia come semplice avventura. Continua a funzionare come mito popolare, ma sotto il mito conserva un’inquietudine vera. Ci diverte, ci esalta, ci fa sorridere, ma intanto ci mette davanti a una domanda scomoda: cosa resta di noi quando tutto diventa scambio, calcolo, sopravvivenza?
Forse resta un gesto. Uno sguardo. Una scelta fatta all’ultimo secondo. Forse resta il modo in cui impugniamo la nostra paura.
Sergio Leone ha preso il West e lo ha spogliato delle sue certezze. Gli ha tolto la retorica, gli ha lasciato il sudore. Gli ha tolto la purezza, gli ha lasciato il destino. E così, con tre film nati tra polvere, musica e silenzi, ha creato una delle più potenti leggende del cinema italiano.
Una leggenda che non appartiene davvero all’America, né soltanto all’Italia. Appartiene a quel territorio ambiguo dove l’uomo, prima o poi, deve decidere quanto vale. E soprattutto quanto è disposto a perdere per restare in piedi.
In occasione della messa in onda del TREK FILES #88 — videoenciclopedia in esclusiva dedicata alla riscoperta, all’analisi e alla divulgazione degli episodi di STAR TREK dalle origini — prevista per il 19 maggio 2026 e coincidente con il TREK FILES “TAS” #8, prende ufficialmente avvio la collaborazione culturale tra il canale YouTube IL MONDO DELLA FANTASCIENZA (SF WORLD), parte dell’Associazione culturale FANTACON Production E.T.S., e lo STAR TREK ITALIAN CLUB. La collaborazione nasce dalla comune volontà di promuovere e valorizzare l’universo di STAR TREK, condividendone gli ideali fondanti: fiducia nel futuro, conoscenza, dialogo, rispetto delle diversità, cooperazione e spirito di esplorazione.
Lo STAR TREK ITALIAN CLUB accompagnerà e sosterrà, nell’ambito delle proprie finalità culturali, la produzione del canale IL MONDO DELLA FANTASCIENZA (SF WORLD) dedicata a STAR TREK, contribuendo alla diffusione e alla riscoperta dell’eredità narrativa e ideale di GENE RODDENBERRY. Attraverso video, approfondimenti e iniziative divulgative, le due realtà intendono avviare un percorso condiviso volto a far conoscere, raccontare e tramandare l’essenza più autentica di STAR TREK, nel rispetto delle rispettive identità e finalità associative. La collaborazione ha carattere culturale e divulgativo, senza finalità commerciali, e si fonda sulla passione comune per una saga che continua a parlare al presente immaginando un futuro migliore.
Ci sono rivoluzioni che non si presentano come rivoluzioni. Non arrivano con manifesti, proclami o grandi dichiarazioni. Entrano in casa nel pomeriggio, mentre la scuola è finita da poco, la merenda è sul tavolo e il televisore sembra soltanto un’abitudine familiare. Poi, però, qualcosa cambia. Cambiano le parole dei bambini, cambiano i giochi nei cortili, cambiano i disegni sui quaderni, cambiano le sigle cantate a memoria. Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, l’arrivo delle serie animate giapponesi in Italia fu esattamente questo: una rivoluzione domestica, popolare, emotiva. Non la chiamavamo ancora “anime”. Per milioni di italiani erano semplicemente “cartoni giapponesi”. Ma erano già molto di più.
Per capire perché quel fenomeno esplose con tanta forza bisogna guardare anche al Paese che li accolse. L’Italia televisiva stava cambiando pelle. La sentenza n. 202 del 1976 della Corte Costituzionale aprì la strada alle trasmissioni private via etere in ambito locale, incrinando il vecchio equilibrio del monopolio radiotelevisivo e creando un mercato nuovo, affamato di programmi, repliche, contenuti seriali e prodotti capaci di trattenere il pubblico giovane davanti allo schermo. Dentro quella fame di palinsesto, le serie giapponesi trovarono il loro varco storico.
L’anno simbolico resta il 1978. Il 7 febbraio arrivò in Italia HEIDI: una serie giapponese che, paradossalmente, sembrava europea in ogni fibra. Le Alpi, il nonno, Peter, Clara, la montagna, la nostalgia di una natura semplice e ancora capace di guarire. Dietro quella delicatezza, però, c’erano ISAO TAKAHATA e HAYAO MIYAZAKI, due nomi destinati a diventare centrali nella storia mondiale dell’animazione. HEIDI fu la porta morbida: il Giappone entrava nelle case italiane travestito da infanzia alpina, senza spaventare nessuno.
Poche settimane dopo arrivò lo shock. Il 4 aprile 1978 fece il suo ingresso GOLDRAKE. Non più la baita e le caprette, ma lo spazio, l’esilio, la guerra cosmica, la Terra da difendere, un eroe ferito dentro una macchina gigantesca. Con GO NAGAI e il suo robot, l’animazione giapponese non chiedeva più di essere accolta: irrompeva nell’immaginario italiano. E molti bambini capirono subito che quel cartone non era uguale agli altri.
ACTARUS non era soltanto un pilota. Era un sopravvissuto. Portava addosso la malinconia di chi ha perduto il proprio mondo e combatte per non perdere anche quello che lo ha accolto. Per i ragazzi era protezione, coraggio, amicizia, sacrificio. Per una parte degli adulti, invece, GOLDRAKE era rumore, violenza, invasione, meccanica disumana. Il cortocircuito culturale nacque qui: gli adulti vedevano raggi, pugni ed esplosioni; i bambini vedevano dolore, responsabilità e destino.
Quel robot diventò uno specchio generazionale. I genitori si chiedevano se fosse educativo; i figli lo avevano già trasformato in mito. L’Italia adulta guardava la superficie, l’Italia bambina entrava nella profondità. Ed è forse per questo che GOLDRAKE rimase: perché univa potenza e malinconia, due elementi che raramente l’intrattenimento per ragazzi aveva concesso insieme.
A misurare davvero la portata del fenomeno è un dato ricordato da MARCO PELLITTERI (Il boom degli anime in Italia. 1978-1984: l’eccezionale successo dell’animazione giapponese, Cabiria, n. 179): tra il 1976 e il 2006 in Italia furono trasmesse circa 690 serie animate giapponesi. Non qualche titolo isolato, non una moda passeggera, ma un’ondata continua, capillare, quotidiana. L’Italia non “vide” semplicemente i cartoni giapponesi: ne fu attraversata.
Quelle serie occuparono la RAI, le televisioni private, le emittenti locali, i pomeriggi dopo la scuola, le edicole, i negozi di giocattoli, i dischi a 45 giri, gli album di figurine, le camerette. Altrove l’anime fu spesso una scoperta progressiva; da noi fu immersione totale. Per questo la “generazione GOLDRAKE” non è solo una formula nostalgica: è una categoria culturale.
E sarebbe un errore pensare soltanto ai robot. Come ha osservato anche VINCENZO MASELLI (Maghette, fancy idols e campioni olimpici. Gli anime giapponesi nella TV per ragazzi dell’Italia degli anni ’80, ZoneModa Journal, Università di Bologna), quella stagione fu molto più larga: accanto ai mecha e alle battaglie spaziali arrivarono le maghette, le eroine sentimentali, le serie sportive, i pirati dello spazio, i ladri gentiluomini, i guerrieri, gli orfani, le principesse, gli atleti disposti a tutto pur di crescere.
CANDY CANDY, LADY OSCAR, CAPITAN HARLOCK, LUPIN III, HOLLY E BENJI, MILA E SHIRO, L’UOMO TIGRE, LAMÙ, KEN IL GUERRIERO, I CAVALIERI DELLO ZODIACO, DRAGON BALL: titoli diversissimi, ma uniti da una novità decisiva. Prendevano sul serio il pubblico giovane. Gli anime non avevano paura di mostrare solitudine, perdita, disciplina, amore impossibile, identità, morte, desiderio di giustizia. Il bambino non veniva trattato come uno spettatore minore, da proteggere dentro un racconto innocuo. Veniva invitato dentro storie grandi.
Con gli anime cambiò anche il modo di seguire una narrazione. Non si guardava più soltanto “un cartone” chiuso in sé stesso. Si seguiva una vicenda. Si aspettava la puntata successiva. Le ferite restavano, i personaggi cambiavano, le sconfitte pesavano, la storia aveva memoria. Questa continuità narrativa educò il pubblico italiano all’attesa, al coinvolgimento, alla fedeltà seriale. Il giorno dopo, a scuola, si parlava della trasformazione, del colpo segreto, della partita impossibile, del personaggio scomparso, del finale rimasto sospeso.
Le televisioni private furono decisive. Avevano bisogno di contenuti riconoscibili, seriali, economici, facili da programmare e replicare. Gli anime erano perfetti: costruivano appuntamento, pubblico, abitudine. Poi arrivarono i grandi contenitori del pomeriggio, con BIM BUM BAM a diventare rito collettivo per una generazione: la prima puntata andò in onda il 4 ottobre 1981 sull’allora ANTENNA NORD (oggi Italia 1), e da lì quel tipo di televisione avrebbe segnato l’immaginario di milioni di bambini.
La merenda, il divano, il conduttore, il pupazzo, la posta dei bambini, la pubblicità, la sigla. Tutto costruiva appartenenza. Il bambino davanti alla televisione non era solo: faceva parte di una comunità invisibile che il giorno dopo si riconosceva in classe, in cortile, in edicola. Questo fu uno dei passaggi più forti: l’anime non rimase immagine, diventò relazione sociale.
Le sigle italiane furono l’altro grande motore emotivo. Non erano semplici canzoni introduttive: erano traduzioni sentimentali. La sigla di UFO ROBOT GOLDRAKE, incisa nel 1978 dal gruppo ACTARUS per FONIT CETRA, aprì una stagione irripetibile, con autori e compositori come VINCE TEMPERA e LUIGI ALBERTELLI capaci di trasformare prodotti arrivati dal Giappone in memoria popolare italiana.
Bastavano poche note per aprire un mondo. UFO ROBOT, JEEG ROBOT, CANDY CANDY, CAPITAN HARLOCK, LADY OSCAR, LUPIN, HOLLY E BENJI: non erano soltanto sigle. Erano chiavi d’accesso. Ancora oggi molti ricordano prima il ritornello della trama, prima la voce del finale. È lì che l’anime divenne davvero italiano.
Naturalmente non tutto fu lineare. L’Italia accolse gli anime, ma spesso li modificò. Titoli cambiati, nomi adattati, dialoghi riscritti, episodi tagliati, temi attenuati. In diversi casi la versione televisiva italiana alleggerì o alterò contenuti sentimentali, sessuali, identitari o semplicemente ritenuti troppo complessi per il pubblico infantile.
Anche questo, però, racconta qualcosa. L’Italia non ricevette semplicemente gli anime: li trasformò. Li doppiò, li cantò, li censurò, li italianizzò. A volte li tradì, ma spesso li rese parte della propria cultura popolare. GOLDRAKE non fu vissuto dagli italiani come semplice UFO ROBOT GRENDIZER: fu GOLDRAKE. Con quel nome, quella voce, quella sigla, quella collocazione televisiva, quella polemica, quella nostalgia. Il Giappone fornì l’opera; l’Italia costruì il mito domestico.
L’impatto fu anche visivo. Gli anime portarono in Italia occhi enormi, lacrime trattenute, robot titanici, campi da calcio infiniti, città futuristiche, astronavi, trasformazioni rituali, primi piani carichi di pathos, silenzi drammatici. Cambiarono il modo in cui i bambini disegnavano e immaginavano. Il robot non era più solo una macchina: era un’estensione dell’anima. Il campo sportivo non era più solo un campo: era una pianura epica. La lacrima non era debolezza: era intensità morale.
Per questo ridurre tutto alla nostalgia sarebbe un errore. La nostalgia c’è, ed è fortissima, ma è solo la superficie sentimentale di un fenomeno più profondo. Gli anime prepararono il terreno alla cultura pop italiana contemporanea: manga, convention, cosplay, collezionismo, fiere del fumetto, canali YouTube, podcast, divulgazione nerd, concerti di sigle, recuperi filologici, ristampe, community online. Prima ancora che l’Italia scoprisse il Giappone attraverso sushi, videogiochi, manga in libreria e cultura otaku, milioni di persone avevano già un Giappone dentro la memoria.
Un Giappone mediato, certo. Tradotto, semplificato, a volte travisato. Ma potentissimo. Un Giappone emotivo. Quel Giappone parlava di futuro, ma anche di ferite vicinissime: la perdita della casa, la paura della guerra, la città disumanizzata, la natura minacciata, l’amicizia, il sacrificio, il bisogno di superare i propri limiti. In un’Italia che stava cambiando televisione, consumi, famiglia, scuola e linguaggi, gli anime offrirono ai ragazzi una mitologia pronta per attraversare il cambiamento.
Alla fine, l’arrivo delle serie animate giapponesi in Italia non fu un’invasione. Fu un innesto. Un innesto potente, imprevisto, a tratti traumatico, ma fertilissimo. La televisione cercava programmi da trasmettere e si ritrovò a distribuire mondi. Le emittenti cercavano contenuti economici e finirono per diffondere mitologie. I bambini cercavano avventura e trovarono eroi feriti, principesse rivoluzionarie, pirati solitari, robot malinconici, atleti disposti a tutto pur di crescere.
Oggi, quando una vecchia sigla riparte o un robot si staglia contro il cielo, non torna soltanto il ricordo di un cartone. Torna un Paese intero in trasformazione. Tornano i pomeriggi dopo la scuola, le edicole, i cortili, le televisioni private, le discussioni tra genitori e figli, i quaderni pieni di disegni, i dischi consumati, le figurine scambiate. Torna il momento in cui milioni di bambini capirono che l’animazione poteva essere molto più di un passatempo.
Poteva essere avventura. Poteva essere dolore. Poteva essere futuro. Poteva essere leggenda.
E da quel momento, in Italia, il pomeriggio non fu più lo stesso.
Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) nacque a Providence, nel Rhode Island, dove visse (a parte la parentesi newyorchese di due anni del suo matrimonio con Sonia Greene) sino alla morte, dovuta a tumore allo stomaco. Scrittore, saggista, revisore di testi altrui, ghost-writer per autori in erba o poco dotati, giornalista amatoriale, trovò uno stabile mercato per le sue opere nella rivista pulp Weird Tales, che gli assicurò un minimo di retribuzione e di cui divenne una delle firme più rilevanti e note.
Figura già leggendaria in vita tra i cultori del giornalismo e della scrittura dilettantesca fu solo dopo la sua scomparsa che l’importanza della sua opera (sia narrativa che saggistica, con un epistolario di più di centomila lettere, molte delle quali lunghissime) assunse respiro internazionale, facendolo assurgere alle vette di scrittore weird tra i più conclamati e vanamente imitati dalle generazioni successive.
Lo scrittore Fritz Leiber colse nel segno definendo Lovecraft un “Copernico letterario”, poichè la sua opera, in particolare quella parte di essa che raccoglie i racconti dei Miti di Cthulhu, di fatto, fu un colpo di spugna di portata definitiva per il genere horror-sovrannaturale comunemente accettato sino ai suoi tempi (il weird in cui Lovecraft stesso eccelleva), aprendo la via a tutta una nuova concezione di intendere il genere, in grado di ispirare profondamente nuove generazioni di scrittori. “Io sono uno che odia l’attuale, un nemico dello spazio e del tempo, della legge e della necessità. Bramo un mondo di misteri fastosi e giganteschi, di splendore e di terrore, in cui non regni alcuna limitazione, tranne quella dell’immaginazione più sfrenata”, scrisse Lovecraft nel 1923 e sulla falsariga delle tendenze già palesatesi in autori come William Hope Hogdson e Arthur Machen (che dettero nuova connotazione al genere, sviscerandolo dalle pastoie del gotico imperante e fondando il sentimento del terrore su altri contesti più universali), più che lo stesso Poe, cui troppo frettolosamente si tende ad avvicinare lo scrittore di Providence, il suo corpus di racconti costituisce un taglio netto con i miti dell’orrore ormai codificati dalla precedente narrativa, lasciandoseli alle spalle e bollandoli come “baracconeschi”.
Fantasmi, vampiri, demoni, licantropi, case infestate (da fenomeni comunemente accettati nel genere) sono virtualmente assenti dalla sua produzione, che apre invece straordinari e terrificanti scenari di portata cosmica, finendo necessariamente nello sconfinare con la più pura fantascienza (cosa che di per sé non dovrebbe nemmeno stupire, data la formazione squisitamente scientifica di Lovecraft, appassionato sin da giovanissimo di chimica e astronomia, di cui approfondiva i remi in riviste da lui stesso ciclostilate).
Lovecraft utilizzò solo per convenienza narrativa il bric-a-brac esoterico costituito da grimori magici, incantesimi et similia per spalancare le porte di un ignoto senza confini in cui la presenza umana non conta nulla, così come non conta nulla la presenza di quelle mostruose entità cosmiche, spesso solo alluse da Lovecraft e apparentemente votate alla distruzione dell’umanità, a loro volta soggette a un indifferentismo cosmico ulteriore che le destina allo stesso oblio mindless, cieco e incurante. E’ una posizione filosofica materialista-meccanicistica maturata con gli anni che fa da motore alla produzione narrativa lovecraftiana, raffigurante l‘uomo come pedina ininfluente su scala universale, in balìa di forze insensate e caotiche, che fanno capolino attraverso una pietosa interpretazione della realtà, troppo aliena e al di là degli umani concetti di bene e male da poter essere tollerata nella sua pienezza senza impazzire.
E Lovecraft, ponendosi volontariamente al di fuori e al di sopra della realtà (non “sfuggendole”, come molti critici hanno rimarcato in passato) tenta una dolorosa e partecipata descrizione dell’ignoto cosmico che ci circonda, conscio di non averne i mezzi per renderlo appieno ma raggiungendo comunque vertici espositivi difficilmente eguagliabili. Infranto per sempre il concetto di uomo al centro dell’universo e in grado di mantenerne un’effimera posizione grazie alla sua sapienza tecnologica, privato dell’ingenua credenza di un ente divino preposto a una giustizia cosmica finale, destinato invece a risultare schiantato da ciclopiche forze universali blinds and idiots (il tanto paventato dio Azathoth dei suoi racconti, al centro dell’Infinito) che già hanno annientato razze e civiltà incommensurabilmente più avanzate della nostra, a Lovecraft non resta che analizzare scientificamente l’emozione più forte del genere umano, la paura dell’ignoto, che forse è anche il metro di misura della sua (comunque vana) vitalità.
Pietosamente smascherati i demoni, i fantasmi e i mostri della passata produzione narrativa, vuoti spauracchi atti a raffigurare in modo superficiale forze inconoscibili e indifferenti alle sorti umane nascostamente all’opera nel tessuto del nostro stesso universo, in grado di filtrare anche attraverso il lato più oscuro della nostra mente e ibridando addirittura i nostri corpi, facile a essere posseduto da entità estranee che originano mutazioni genetiche e osceni connubi, Lovecraft manifesta tutto il suo razionale pessimismo cosmico, la futilità dell’esistenza di potenti razze antidiluviane, l’orrore della perdita dell’individualità, l’impotenza davanti a manifestazioni di realtà in cui “le cose non sono come qui da noi”, l’agghiacciante contemplazione di universi impazziti oltre il tempo e lo spazio in racconti di portata ormai squisitamente fantascientifica e di straordinaria potenza evocativa come Sogni nella casa stregata (1932), Il colore venuto dallo spazio (1927), Le montagne della follia (1931), Colui che sussurrava nelle tenebre (1930), L’ombra fuori dal tempo (1934), raramente ipotizzando un finale consolatorio, che prevede però sempre il sacrificio della componente umana, come nel caso di La maschera di Innsmouth (1931), sostenendo a più riprese che in questo ribollente universo a noi così estraneo e impenetrabile “la più grande gioia è data dall’ignoranza e la più grande sofferenza dalla consapevolezza”.
Frankenstein è uno di quei nomi che crediamo di conoscere perché lo abbiamo visto ovunque: nei film, nei fumetti, nelle maschere di Halloween, nelle parodie, nei laboratori attraversati da lampi elettrici, nei bulloni sul collo, nella fronte piatta, nei passi pesanti di una creatura che sembra uscita più da un incubo cinematografico che da un romanzo. Ma il punto è proprio questo: il Frankenstein che abita l’immaginario popolare non coincide del tutto con quello nato dalla penna di Mary Shelley. Anzi, spesso ne è la semplificazione più vistosa. Nel romanzo del 1818, Frankenstein non è il mostro: Frankenstein è Victor Frankenstein, il giovane scienziato che crea la vita e poi fugge davanti alla propria creazione. La creatura, invece, non ha un nome. È “creatura”, “demone”, “essere”, “sventurato”, “mostro”: definizioni date dagli altri, mai una vera identità concessa. E già qui, prima ancora della paura, nasce la tragedia. La British Library ricorda proprio questo equivoco fondamentale: Frankenstein è il nome dello scienziato, non della creatura.
Mary Shelley non era una scrittrice qualunque capitata per caso nel gotico. Nata a Londra nel 1797 come Mary Wollstonecraft Godwin, figlia della filosofa Mary Wollstonecraft e del pensatore politico William Godwin, cresce dentro un ambiente di idee radicali, libri, discussioni e inquietudini moderne. Perde la madre pochi giorni dopo la nascita, e questa assenza segnerà in profondità la sua sensibilità. Giovanissima si lega al poeta Percy Bysshe Shelley, con cui vive un’esistenza intensa, irregolare, spesso dolorosa, attraversata da lutti familiari e instabilità. Quando immagina Frankenstein ha appena diciotto anni: un’età in cui molti cercano ancora il proprio posto nel mondo, mentre lei consegna alla letteratura una delle più grandi domande della modernità. Non scrive soltanto una storia di paura: scrive il trauma della creazione, della perdita, della solitudine, della responsabilità. E forse proprio per questo la sua creatura è così viva: perché nasce da una ragazza che conosceva già il peso dell’assenza.
Quando si dice che Frankenstein; or, The Modern Prometheus è, per convenzione, uno dei primi grandi romanzi di fantascienza — per molti addirittura il primo — bisogna capire bene cosa si intende. Non siamo davanti a un’astronave, a un pianeta lontano o a un futuro tecnologico. Siamo davanti a qualcosa di più radicale: un racconto in cui l’orrore nasce da una domanda scientifica moderna. Che cos’è la vita? Può l’uomo produrla? E soprattutto: se l’uomo riesce a creare qualcosa, è anche moralmente pronto ad assumersene la responsabilità? Il romanzo è gotico, filosofico, romantico, ma contiene già il nucleo più profondo della fantascienza: non la meraviglia della tecnologia, bensì le conseguenze umane, etiche e spirituali del suo uso. L’autorevole enciclopedia Britannica definisce il romanzo una combinazione di racconto gotico e fantascienza, e indica Mary Shelley come una tappa fondamentale nell’evoluzione del genere.
La nascita del mito è quasi cinematografica prima ancora del cinema. Estate 1816, Villa Diodati, sulle rive del lago di Ginevra. È il famoso soggiorno in cui Mary Godwin — questo era il suo nome all’epoca, prima di diventare Mary Shelley dopo il matrimonio con il poeta Percy Bysshe Shelley, celebrato pochi mesi più tardi — Percy Shelley, Lord Byron, John Polidori e Claire Clairmont si trovano chiusi in casa dal maltempo, tra conversazioni, letture e racconti dell’orrore. Byron propone una sfida: scrivere una storia di fantasmi. Da quell’atmosfera nascono due figure destinate a cambiare l’immaginario occidentale: il vampiro moderno, con Polidori, e Frankenstein, con Mary Shelley. Ma la vera scintilla non è solo la tempesta. È il tempo storico. L’Europa sta discutendo di elettricità, galvanismo, anatomia, morte apparente, rianimazione, limiti della scienza. La paura antica dei fantasmi incontra la nuova paura del laboratorio.
Il sottotitolo, Il moderno Prometeo, è già un programma morale. Prometeo è la figura mitica che sfida il divino, ruba il fuoco, porta agli uomini una conoscenza proibita e paga per questo un prezzo terribile. Victor Frankenstein è un Prometeo moderno perché vuole strappare alla natura il segreto della vita. Ma Mary Shelley non scrive un semplice castigo contro la scienza. Sarebbe una lettura troppo povera. Il romanzo non dice: non conoscere. Dice: non creare senza amare ciò che hai creato. Non aprire una porta se poi fuggi davanti a ciò che hai fatto entrare nel mondo. Il peccato di Victor non è soltanto aver assemblato un corpo e averlo animato; il suo vero fallimento è l’abbandono. La creatura nasce e trova, come primo sguardo sul mondo, il disgusto del padre. Da quel momento non è ancora un mostro: è un neonato respinto.
E qui bisogna demolire l’immagine più comoda: la creatura di Mary Shelley non è un bruto muto. È intelligente, sensibile, capace di osservare, imparare, soffrire, ragionare. Impara il linguaggio spiando la famiglia De Lacey, scopre la tenerezza guardando gli uomini da lontano, legge, interpreta, si educa. Non nasce violenta. Nasce sola. La sua mostruosità non è immediata: è una costruzione lenta, una risposta deformata al rifiuto. È come se Mary Shelley ci dicesse che il mostro non è solo ciò che appare diverso, ma ciò che una società senza pietà contribuisce a fabbricare. La creatura guarda gli uomini, li ammira, desidera essere accolta da loro; ma ogni volta il suo volto precede la sua voce. Nessuno lo ascolta prima di giudicarlo.
La sua frase più potente resta una delle più tragiche della letteratura: egli dice a Victor che avrebbe dovuto essere il suo Adamo, ma di essere diventato piuttosto l’angelo caduto. In quella immagine c’è tutto: il figlio senza padre, la creatura senza creatore, l’uomo senza comunità, l’innocente che scopre il male perché nessuno gli ha insegnato il bene attraverso l’amore. La creatura non chiede subito vendetta. Chiede riconoscimento. Chiede un posto. Chiede una relazione. Vuole che Victor lo guardi non come errore tecnico, ma come essere vivente. E questo rende il romanzo molto più inquietante: perché la domanda non è “chi è il mostro?”, ma “quante volte il mostro nasce dallo sguardo degli altri?”.
Victor Frankenstein, da parte sua, è una figura più complessa del classico “scienziato pazzo”. Non è semplicemente folle: è brillante, fragile, narcisista, divorato dall’ambizione e incapace di reggere le conseguenze emotive della propria scoperta. Vuole generare la vita, ma senza la fatica della cura. Vuole la gloria della creazione, ma non la responsabilità della paternità. In questo senso è modernissimo. Victor è l’uomo che innova prima di interrogarsi sul dopo. È il ricercatore che confonde il possibile con il giusto. È il padre che dà origine a qualcosa e poi lo considera un problema da rimuovere. Per questo Frankenstein continua a parlarci ogni volta che una tecnologia promette di cambiare il mondo: intelligenza artificiale, biotecnologie, ingegneria genetica, robotica, medicina estrema. La questione non è mai soltanto: possiamo farlo? La domanda vera è: chi risponderà di ciò che avremo fatto?
Il legame con la scienza dell’epoca è decisivo. Il galvanismo, cioè l’uso dell’elettricità per provocare contrazioni nei tessuti muscolari, aveva colpito profondamente l’immaginazione del tempo. Gli esperimenti di Luigi Galvani e le dimostrazioni successive di Giovanni Aldini alimentarono l’idea che l’elettricità potesse essere collegata al principio vitale. Mary Shelley non scrive un trattato scientifico, ma intercetta perfettamente quell’ansia culturale: il cadavere non è più soltanto materia morta, diventa confine. E il laboratorio diventa una nuova cattedrale rovesciata, dove l’uomo non prega più per ricevere il miracolo, ma tenta di produrlo.
C’è poi un altro elemento spesso dimenticato: Frankenstein è anche un romanzo sulla voce. La creatura viene resa mostruosa dal cinema perché spesso viene privata della parola. Ma nel romanzo parla, e parla benissimo. Racconta se stessa. Argomenta. Accusa. Supplica. Ricostruisce la propria educazione sentimentale e morale. La sua eloquenza è fondamentale perché costringe il lettore a un disagio: non possiamo liquidarlo come bestia. Se parla, pensa. Se pensa, soffre. Se soffre, ci riguarda. Le prime grandi trasposizioni teatrali e poi cinematografiche hanno progressivamente spostato l’immagine pubblica verso il corpo muto, deformato, aggressivo. Il cinema del 1931, con Boris Karloff, ha fissato un’icona potentissima, ma molto diversa dalla creatura letteraria di Shelley. Da lì in avanti, per milioni di spettatori, Frankenstein non sarà più soltanto un romanzo: diventerà una sagoma, un volto, un’ombra riconoscibile anche da chi non ha mai aperto il libro.
La domanda morale, però, resta scomoda: la creatura è innocente? No, non fino in fondo. Uccide. Si vendica. Colpisce chi Victor ama. Trasforma il proprio dolore in distruzione. Mary Shelley non la assolve completamente, e proprio per questo la rende grande. Se fosse solo vittima, sarebbe una figura patetica. Se fosse solo carnefice, sarebbe un mostro banale. Invece è entrambe le cose: vittima diventata colpevole, escluso diventato minaccia, figlio abbandonato che impara il linguaggio dell’odio. La sua tragedia è che ha ragione nella ferita e torto nella risposta. È stato respinto ingiustamente, ma sceglie poi di far pagare il proprio dolore agli innocenti. Qui il romanzo diventa adulto, durissimo: comprendere il mostro non significa giustificarlo. Significa capire quale catena di responsabilità lo ha portato lì.
L’attualità di Frankenstein sta proprio in questo cortocircuito. Ogni epoca crea i propri “mostri” e poi finge di non riconoscerli. Li produce con l’esclusione, con il pregiudizio, con l’abbandono, con l’ossessione della prestazione, con il culto dell’apparenza, con la scienza senza coscienza, con la famiglia senza cura, con la società che giudica prima di ascoltare. Poi, quando quei mostri ritornano, ci si stupisce della loro rabbia. Mary Shelley, a diciotto anni, aveva già intuito una verità spaventosa: la creatura non nasce soltanto nel laboratorio di Victor, ma nello sguardo di chi la rifiuta. Il laboratorio dà il corpo; il mondo dà la ferita.
Ecco perché Frankenstein non è soltanto horror. È una parabola sulla responsabilità. È una riflessione sulla nascita, sulla maternità negata, sulla paternità fallita, sulla diversità, sulla solitudine, sulla conoscenza, sulla colpa. Dentro il romanzo si sente anche l’incubo di una generazione senza madre: Victor vuole creare la vita cancellando il femminile, sostituendo al grembo il laboratorio, alla relazione il procedimento, alla cura l’esperimento. Ma una nascita senza accoglienza diventa trauma. Una creazione senza amore diventa condanna. Anche per questo il romanzo è molto più moderno di tante sue imitazioni: non teme la scienza in sé, teme l’arroganza di chi crea senza legame.
Frankenstein è anche un grande mito dell’identità. La creatura non ha nome perché non ha posto. E non avere un nome significa non essere riconosciuti. Victor gli dà la vita biologica, ma non gli dà una storia, una famiglia, una lingua affettiva, una possibilità sociale. La creatura deve imparare tutto rubando frammenti: parole ascoltate da lontano, gesti spiati dietro una parete, libri trovati per caso, emozioni dedotte osservando gli altri. È un essere nato adulto nel corpo e neonato nello spirito. La sua deformità più terribile non è fisica: è l’assenza di appartenenza.
Per questo la domanda “conosci veramente Frankenstein?” ha una risposta meno ovvia di quanto sembri. Se per Frankenstein intendiamo il mostro dalla fronte piatta, forse conosciamo soprattutto la sua maschera. Se intendiamo Victor, conosciamo l’uomo che ha osato creare e non ha saputo amare. Se intendiamo la creatura, conosciamo uno degli esseri più soli della letteratura occidentale. Se intendiamo il mito, allora Frankenstein siamo noi ogni volta che costruiamo qualcosa più grande della nostra coscienza e poi fingiamo che non ci appartenga.
La grandezza del romanzo sta nel non darci una via d’uscita pulita. Victor è colpevole, ma anche tormentato. La creatura è vittima, ma anche assassina. La scienza è promessa, ma anche pericolo. La società è giudice, ma anche complice. E il lettore resta nel mezzo, costretto a guardare il mostro e a domandarsi se la sua vera paura sia la deformità dell’altro o la somiglianza segreta con noi.
Alla fine, Frankenstein non è la storia di un uomo che crea un mostro. È la storia di un uomo che crea una vita e poi le nega l’amore. È la storia di una creatura che chiede di essere vista e viene trasformata in incubo. È la storia di una modernità che nasce già ferita, perché possiede il fuoco di Prometeo ma non sa ancora usarlo senza bruciare qualcuno.
E forse è per questo che Frankenstein non muore mai. Perché ogni generazione, prima o poi, costruisce il suo laboratorio, accende la sua scintilla, apre gli occhi davanti alla propria creatura e deve decidere se fuggire o restare. Victor fugge. Mary Shelley, invece, resta. Resta lì, davanti al mostro, e ci obbliga ancora oggi a fare la cosa più difficile: ascoltarlo.
Le grandi enciclopedie letterarie lo ricordano come il misterioso comandante del NAUTILUS, ma questa definizione basta appena a sfiorarlo. Il Capitano Nemo non è soltanto uno dei personaggi più celebri creati da JULES VERNE: è una coscienza ferita, un genio in esilio, un ribelle che ha scelto il mare perché sulla terra non riconosce più giustizia. Appare in VENTIMILA LEGHE SOTTO I MARI e ritorna, ormai anziano e vicino alla fine, ne L’ISOLA MISTERIOSA. Ma in entrambi i romanzi resta qualcosa di più di un protagonista d’avventura: Nemo è una domanda vivente, un uomo che ha trasformato il proprio dolore in scienza, la propria solitudine in potere, la propria ribellione in leggenda.
Nemo è il paradosso vivente di Verne: un genio della scienza che odia la civiltà, un liberatore che tiene prigionieri i suoi ospiti, un uomo che combatte gli oppressori ma finisce per farsi legge, giudice e tribunale di sé stesso. La sua frase più rivelatrice non è una spiegazione, è una sentenza: “Io sono la legge, io sono il tribunale”. In quel momento Nemo non parla più come un eroe romantico, ma come un uomo divorato dal trauma, dalla vendetta e da una solitudine diventata potere assoluto.
La sua identità è già un mistero politico. Nel primo romanzo, Verne lo lascia avvolto nell’ombra; nel secondo, lo rivela come Principe Dakkar, figlio di un rajah del Bundelkund, educato in Europa, uomo di cultura, scienza, arte e conoscenza, ma segnato dall’odio contro l’Inghilterra e dall’esperienza della sconfitta coloniale. La biografia che emerge ne L’ISOLA MISTERIOSA lo descrive come un uomo superiore per intelligenza e coraggio, ma già giovane, cupo, serio, assetato di sapere e attraversato da un’ira implacabile.
Ma la storia editoriale complica ancora di più il personaggio. Secondo gli studi verniani, Nemo in origine avrebbe dovuto essere un nobile polacco, spinto alla vendetta contro la Russia dopo la repressione dell’insurrezione polacca del 1863. L’editore Pierre-Jules Hetzel temeva conseguenze politiche, diplomatiche e commerciali; per questo l’origine polacca venne attenuata o cancellata, lasciando nel primo romanzo un vuoto che rende Nemo ancora più potente. La sua identità non detta diventa così una maschera universale: non un solo popolo ferito, ma tutti gli oppressi della Terra.
Il nome stesso è un programma: Nemo, nessuno. Quando viene riconosciuto ne L’ISOLA MISTERIOSA, risponde: “Non ho nome”. Non è modestia: è cancellazione volontaria. Nemo ha rinunciato alla società, alla patria visibile, alla biografia pubblica. Ha sepolto l’uomo Dakkar e ha fatto nascere una creatura nuova: il comandante del NAUTILUS, sovrano di un regno senza confini, senza bandiere ufficiali, senza tribunali esterni.
La sua filosofia è radicale: la terra è il luogo dei tiranni, il mare è l’ultima libertà. Nemo lo dice con una chiarezza quasi mistica: il mare lo nutre, lo veste, gli dà risorse, energia, isolamento, indipendenza. Tutto viene dal mare e tutto vi ritornerà. Per lui l’oceano non è scenario, è patria morale. Sotto la superficie, sostiene, il potere dei tiranni svanisce: a trenta piedi di profondità, le loro pretese cessano, la loro influenza si spegne, la loro forza si dissolve.
Qui nasce il lato più moderno di Nemo: è un personaggio ecologico prima dell’ecologia, tecnologico prima della modernità piena, anticoloniale prima che il romanzo popolare europeo sapesse davvero maneggiare quel tema senza contraddizioni. Vive del mare, non della terra. Rifiuta la carne degli animali terrestri, si alimenta con prodotti marini, sfrutta le risorse oceaniche, usa l’elettricità come anima meccanica del NAUTILUS. Verne lo presenta come un visionario capace di trasformare il sottomarino in una città segreta, una biblioteca, un laboratorio, un museo, una tomba e una fortezza.
Ma Nemo non è un santo. È proprio qui che il personaggio diventa gigantesco. Odia l’imperialismo, ma riproduce una forma personale di dominio. Disprezza la violenza degli Stati, ma non rinuncia alla vendetta. Combatte per gli oppressi, ma decide da solo chi debba vivere, chi debba morire, chi debba restare prigioniero. Anche alcune letture critiche moderne sottolineano questa contraddizione: Nemo è il più forte oppositore dell’imperialismo nel romanzo, ma il microcosmo del NAUTILUS diventa a sua volta un sistema chiuso, governato da un capo assoluto, compassionevole e tirannico insieme.
Psicologicamente, Nemo è un uomo in lutto permanente. Non supera la perdita: la trasforma in architettura. Il NAUTILUS è la forma materiale del suo trauma. Ogni paratia, ogni sala, ogni strumento scientifico serve a tenere lontano il mondo. La sua intelligenza non lo salva: lo organizza. La sua cultura non lo pacifica: gli dà linguaggio, metodo e grandezza. La sua solitudine non è semplice fuga: è una condanna scelta, una cella costruita con la perfezione di un capolavoro.
Il Capitano Nemo è anche un uomo scisso. Da una parte c’è il benefattore: aiuta gli oppressi, soccorre i naufraghi, protegge i coloni de L’ISOLA MISTERIOSA, dona ricchezze alle lotte per l’indipendenza, salva vite senza farsi vedere. Dall’altra c’è il vendicatore: affonda navi, odia intere potenze, si considera giudice ultimo del bene e del male. Verne non lo assolve completamente e non lo condanna del tutto. Lo lascia nel punto più inquietante: quello in cui una causa giusta può essere deformata dal dolore fino a diventare ossessione.
Nemo è un personaggio da grande tragedia moderna perché non vuole dominare il mondo: vuole sottrarsi al mondo. Ma, nel sottrarsi, costruisce un piccolo mondo dove comanda solo lui. Il suo sogno è la libertà assoluta; il suo errore è credere che la libertà possa vivere senza relazione, senza responsabilità, senza un volto umano davanti al quale fermarsi.
Eppure resta affascinante perché in lui convivono il mostro e il profeta. Il mostro è l’uomo che vendica il proprio dolore senza più misura. Il profeta è l’uomo che vede prima degli altri la potenza della scienza, il fascino dell’abisso, la ricchezza degli oceani, l’ingiustizia degli imperi, la fragilità morale della civiltà occidentale. Il suo NAUTILUS non è solo una macchina: è una domanda lanciata al futuro. La tecnologia libererà l’uomo o gli darà solo strumenti più perfetti per isolarsi e colpire?
Nel cinema, l’immagine più popolare di Nemo resta legata anche al film DISNEY del 1954, dove il personaggio assume una forza visiva e carismatica straordinaria grazie all’interpretazione di JAMES MASON: elegante, inquieto, magnetico, quasi folle nella sua grandezza. Quel film, con la potenza scenografica del NAUTILUS e con effetti speciali destinati a lasciare il segno, contribuì in modo decisivo a fissare Nemo nell’immaginario collettivo non solo come personaggio letterario, ma come icona assoluta dell’avventura fantastica.
La grandezza di Nemo sta nel fatto che non invecchia. Ogni epoca lo rilegge a modo suo: l’Ottocento lo vede come scienziato misterioso e vendicatore romantico; il Novecento come icona dell’avventura fantastica; il nostro tempo come figura politica, ecologica e psicologica. Nemo parla ancora perché incarna una domanda che non abbiamo risolto: cosa accade a un uomo giusto quando il dolore gli toglie la fiducia negli altri uomini?
Alla fine, il Capitano Nemo non è semplicemente il comandante del NAUTILUS. È il naufrago più potente della letteratura fantastica. Non naufraga su un’isola: naufraga dentro sé stesso. E da quel naufragio costruisce una macchina splendida, una patria sommersa, una vendetta, una filosofia, una leggenda.
Nemo è l’uomo che ha cercato la libertà sotto il mare, perché sulla terra aveva trovato soltanto violenza. Ma il suo dramma è questo: anche negli abissi, nessuno può fuggire davvero da ciò che porta dentro.
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