Domenica 3 maggio ore 18.00 – TEATRO TRESARTES – VITTUONE (MI); Sabato 9 maggio ore 21.00 – TEATRO DEL CASTELLO – BEREGUARDO (PV)
Recital di racconti e canzoni: amore • gioco • ambiente nelle canzoni di Adriano Celentano
“Questa è la storia…” (ed altre storie) – “Là dove c’era l’erba” è un recital narrativo-musicale che intreccia racconti originali e canzoni in un unico percorso scenico. Le canzoni di Adriano Celentano sono l’asse portante della serata: non come semplice successione di brani, ma come trama emotiva e culturale. Tra una canzone e l’altra, i racconti propongono episodi, immagini e significati legati alla vita e alla poetica dell’artista, selezionati per costruire continuità, ritmo e senso complessivo.
Il titolo “Là dove c’era l’erba” richiama un passaggio iconico de “Il ragazzo della via Gluck”, tra le canzoni più simboliche di Celentano, e introduce la linea tematica principale: un viaggio nell’ambiente come memoria, cambiamento e responsabilità. Il tema viene affrontato con linguaggio teatrale ed evocativo, senza didascalie, lasciando che siano parole e musica a creare immagini, domande e consapevolezza.
Accanto alla trama ambientale corre una sottotrama costante: la riscoperta del gioco. Attraverso i racconti, il pubblico viene accompagnato a ritrovare il valore del gioco come bellezza e purezza, ma soprattutto come gesto di condivisione: “giocare insieme” nel senso più profondo, come ritorno alla semplicità, al contatto umano, alla comunità. Due temi da sempre cari a Celentano — ambiente e gioco — qui ricomposti in un racconto scenico capace di unire emozione e riflessione.
In scena Kappa con Paolo Menichini, Marta Berti e Alberto Pagani con una costruzione scenica immediata e di forte impatto, dove parola e musica dialogano senza interruzioni e il pubblico viene accompagnato in un’esperienza coinvolgente e condivisa.
CREDITI
Produzione: “Fantacon Production E.T.S.”
Ideazione, testi, musiche, regia e direzione artistica: Kappa
Per molti anni la Luna è stata, per l’umanità, una presenza silenziosa. L’abbiamo guardata dal basso come si guarda un luogo che ci appartiene nell’immaginazione ma non più nell’esperienza. Era rimasta lì, sospesa tra memoria e simbolo: un archivio del futuro sognato nel Novecento, una grande promessa lasciata in attesa. Poi è arrivata Artemis II, e quella promessa ha smesso di essere soltanto un ricordo.
La missione è partita il 1° aprile 2026 ed è rientrata il 10 aprile 2026, riportando un equipaggio umano intorno alla Luna per la prima volta dai tempi di Apollo 17, nel 1972. A bordo di Orion c’erano Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen: quattro astronauti, ma anche quattro volti di una nuova stagione dell’esplorazione. Hansen, in particolare, è diventato il primo canadese a partecipare a una missione lunare.
Ma la grandezza di Artemis II non sta solo nell’aver riaperto una rotta. Sta nel fatto che questo viaggio non si presenta come una replica nostalgica di Apollo. Non è il ritorno di un mito per semplice celebrazione del passato. È qualcosa di più esigente: è il tentativo di trasformare di nuovo la Luna in un orizzonte operativo, in una tappa concreta di un percorso più lungo. La NASA definisce infatti Artemis come il programma con cui tornare sulla Luna, costruire una presenza umana duratura nello spazio lunare e usare ciò che verrà imparato lì per preparare le future missioni verso Marte.
E proprio qui il discorso si fa culturale, persino filosofico. Apollo fu il gesto assoluto di un’epoca: rapido, verticale, irripetibile, figlio della competizione geopolitica e della febbre simbolica del suo tempo. Artemis, invece, appartiene a un altro linguaggio. È meno eroismo isolato e più costruzione paziente. Meno impresa da esibire, più infrastruttura da rendere stabile. Non vuole soltanto arrivare: vuole restare, capire, preparare. In un tempo che divora tutto e che riduce ogni cosa a istante, Artemis reintroduce un’idea quasi dimenticata: quella della durata.
C’è poi un altro aspetto che rende questa missione significativa: il suo carattere internazionale. Se il viaggio porta il marchio della NASA, una parte essenziale della sua possibilità concreta passa dall’Europa. Il modulo di servizio europeo costruito da ESA è il cuore propulsivo di Orion: fornisce energia, acqua, ossigeno, controllo termico e spinta. Non è un dettaglio tecnico secondario. È il segno che il nuovo racconto lunare non si costruisce più soltanto come affermazione di una singola potenza, ma come sintassi condivisa tra competenze, nazioni e visioni differenti.
Per questo Artemis II non riguarda solo lo spazio. Riguarda l’immagine che la nostra specie ha di sé. Ogni civiltà, prima o poi, viene messa davanti a una domanda decisiva: vuole limitarsi ad amministrare il presente, oppure è ancora capace di preparare il futuro? Tornare verso la Luna non cancella le contraddizioni della Terra. Non risolve la fame, non spegne le guerre, non raddrizza da solo le ingiustizie. Ma obbliga l’umanità a misurarsi con qualcosa che oggi sembra quasi scandaloso: la possibilità di pensare in grande senza per questo smettere di essere concreta.
È qui che il viaggio assume il suo valore più alto. Lo spazio non è evasione, quando viene vissuto seriamente. È misura. Misura della nostra intelligenza, della nostra disciplina, della nostra pazienza, della nostra capacità di cooperare. Ma soprattutto è misura della nostra fedeltà al futuro. Una specie che continua a interrogare il cielo non lo fa soltanto per conquista. Lo fa per capire se dentro di sé esiste ancora una parte non rassegnata.
La Luna, in questi anni, era diventata quasi un monumento. Bellissimo, immobile, intoccabile. Artemis II l’ha sottratta al museo della nostalgia e l’ha restituita al tempo vivo della storia. Questo è il suo lascito più vero: non averci semplicemente ricordato dove siamo già stati, ma averci costretto a chiederci dove vogliamo ancora andare.
E forse è proprio questa la riflessione più importante. Ogni volta che l’uomo torna a misurarsi con il cielo, non sta soltanto esplorando l’universo. Sta verificando la propria statura interiore. Sta chiedendo a sé stesso se merita davvero il proprio futuro. Artemis II, da questo punto di vista, non è soltanto una missione riuscita. È una domanda lanciata all’umanità contemporanea. E il suo valore, forse, sta tutto nel fatto che quella domanda è tornata a sembrarci necessaria.
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