V-VISITORS di Antonio Palazzo

V-VISITORS di Antonio Palazzo

V-Visitors è un cult assoluto degli anni Ottanta. La miniserie del 1983 ti prende subito con quegli enormi dischi volanti sopra le città e l’idea geniale degli alieni che arrivano fingendosi amici. La rivelazione che sotto la pelle umana ci sono delle lucertole mangia-uomini è ancora un colpo di scena che funziona. È geniale come mescoli fantascienza, thriller e metafora politica. Diana resta una delle villain più carismatiche e inquietanti di sempre. Imperdibile per chi ama il genere. I personaggi umani sono ben scritti, soprattutto Mike Donovan e Juliet Parrish, che diventano il cuore della resistenza. Il modo in cui gli alieni manipolano i media e il consenso è spaventosamente attuale, sembra quasi una profezia. Anche se gli effetti speciali oggi sembrano datati, l’atmosfera è ancora fortissima e la tensione non cala mai.

La scena in cui si scopre il vero aspetto dei Visitors è rimasta iconica un capolavoro del suo genere. La serie successiva perde un po’ di magia, ma la storia originale resta un punto di riferimento per tutta la fantascienza che è venuta dopo.

IL REMAKE

La miniserie del 1983 resta un cult intramontabile grazie alla sua urgenza, all’allegoria potente e all’impatto culturale (oltre 40 milioni di spettatori). Ha definito un genere.

Il remake 2009 partì con ottimi ascolti ma perse rapidamente consenso. Apprezzato per l’estetica, le interpretazioni (soprattutto Morena Baccarin) e l’attualizzazione, ma considerato da molti meno avvincente, meno vario e meno memorabile dell’originale.

Ottima l’interpretazione di Elizabeth Mitchel, nel ruolo dell’agente FBI Erica Evans. Compaiono anche Jane Badler che interpreta la madre di Anna, anche qui il suo personaggio si chiama Diana e Mark Singer che chiude la seconda e ultima stagione

COMUNICATO CONGIUNTO: AVVIO DELLA COLLABORAZIONE TRA IL CANALE YOUTUBE “IL MONDO DELLA FANTASCIENZA (SF WORLD)” E LO STAR TREK ITALIAN CLUB “ALBERTO LISIERO”

COMUNICATO CONGIUNTO: AVVIO DELLA COLLABORAZIONE TRA IL CANALE YOUTUBE “IL MONDO DELLA FANTASCIENZA (SF WORLD)” E LO STAR TREK ITALIAN CLUB “ALBERTO LISIERO”

In occasione della messa in onda del TREK FILES #88 — videoenciclopedia in esclusiva dedicata alla riscoperta, all’analisi e alla divulgazione degli episodi di STAR TREK dalle origini — prevista per il 19 maggio 2026 e coincidente con il TREK FILES “TAS” #8, prende ufficialmente avvio la collaborazione culturale tra il canale YouTube IL MONDO DELLA FANTASCIENZA (SF WORLD), parte dell’Associazione culturale FANTACON Production E.T.S., e lo STAR TREK ITALIAN CLUB. La collaborazione nasce dalla comune volontà di promuovere e valorizzare l’universo di STAR TREK, condividendone gli ideali fondanti: fiducia nel futuro, conoscenza, dialogo, rispetto delle diversità, cooperazione e spirito di esplorazione.

Lo STAR TREK ITALIAN CLUB accompagnerà e sosterrà, nell’ambito delle proprie finalità culturali, la produzione del canale IL MONDO DELLA FANTASCIENZA (SF WORLD) dedicata a STAR TREK, contribuendo alla diffusione e alla riscoperta dell’eredità narrativa e ideale di GENE RODDENBERRY. Attraverso video, approfondimenti e iniziative divulgative, le due realtà intendono avviare un percorso condiviso volto a far conoscere, raccontare e tramandare l’essenza più autentica di STAR TREK, nel rispetto delle rispettive identità e finalità associative. La collaborazione ha carattere culturale e divulgativo, senza finalità commerciali, e si fonda sulla passione comune per una saga che continua a parlare al presente immaginando un futuro migliore.

L’UNIVERSO DI STARGATE di Antonio Palazzo

L’UNIVERSO DI STARGATE di Antonio Palazzo

Il franchise di Stargate è decisamente una pietra miliare della fantascienza televisiva. È
uno dei più longevi e acclamati serial dell’intera storia della televisione di genere fantascientifico. Nato dal film del 1994 con Kurt Russell e James Spader, si è evoluto in un vasto universo narrativo
composto da tre serie principali e alcuni progetti correlati. Stargate SG-1 (1997-2007, 10
stagioni). La serie fondante del franchise.

Stargate SG-1 è la produzione che ha definito l’intero
universo narrativo. Punti di forza:
– Personaggi memorabili: il quartetto iniziale composto da Jack O’Neill, Samantha Carter,
Daniel Jackson e Teal’c presenta un’alchimia straordinaria. Richard Dean Anderson conferisce
al personaggio di O’Neill un umorismo irriverente che bilancia efficacemente i toni drammatici e
avventurosi.

– Sviluppo dell’universo narrativo: l’universo si espande in modo organico e coerente nel
corso delle stagioni, introducendo razze aliene, tecnologie avanzate e complessi conflitti
interstellari.
– Equilibrio narrativo: la serie fonde con maestria azione, avventura, umorismo e tematiche di
fantascienza più profonde, risultando al contempo accessibile e riflessiva.
Nonostante un fisiologico calo qualitativo nelle ultime stagioni, SG-1 mantiene un livello elevato
per tutte le dieci stagioni, configurandosi come un classico imprescindibile della fantascienza
televisiva.

Stargate Atlantis (2004-2009, 5 stagioni). Lo spin-off ambientato nella galassia di
Pegaso. Punti di forza:
– Una squadra di personaggi ben caratterizzati, tra cui emergono John Sheppard, Elizabeth
Weir, Rodney McKay, Teyla ed Ronon. Rodney McKay è annoverato tra i più riusciti e sfaccettati
personaggi nerd della storia della televisione.
– I Wraith rappresentano una minaccia più oscura e inquietante rispetto ai Goa’uld.
– L’ambientazione nella città perduta di Atlantis offre scenari visivamente straordinari.
– Ottimo equilibrio tra episodi di esplorazione e un conflitto su larga scala contro i Wraith.
Sebbene presenti alcune stagioni di transizione (in particolare la terza) e un finale leggermente
affrettato, Atlantis rimane una serie di grande qualità.

Stargate Universe (2009-2011, 2 stagioni). La serie più matura e ambiziosa del franchise.

Un gruppo eterogeneo di militari e civili rimane intrappolato sulla Destiny, un’antica nave

degli Antichi lanciata milioni di anni prima per esplorare l’universo e studiare il fondo cosmico

alla ricerca di tracce di intelligenza primordiale.

Caratteristiche principali:
– Tono realistico, claustrofobico e dark, caratterizzato da intensi conflitti interpersonali,
scarsità di risorse e dilemmi morali complessi (ricordando in alcuni aspetti Battlestar Galactica).
Minor ricorso alla formula “pianeta della settimana” e maggiore enfasi su aspetti scientifici,
sopravvivenza e mistero cosmico.
– Personaggi complessi e sfaccettati, tra cui spiccano il colonnello Everett Young e il brillante
ma controverso dottor Nicholas Rush.
Cancellata prematuramente, la serie si conclude con un cliffhanger. Universe è la più divisiva
delle tre: apprezzata per la profondità e l’approccio maturo, criticata da alcuni per il ritmo più
lento e introspettivo.

Elementi fondamentali dell’universo Stargate:
– Stargate: antica rete di portali costruita dagli Antichi, le cui coordinate si basano sulle
costellazioni.
Civiltà principali:
– Antichi: civiltà altamente evoluta, capace di ascensione, dotata di una tecnologia quasi
divina ma non esente da errori.
– Goa’uld: parassiti tirannici responsabili di millenni di oppressione dell’umanità.
– Asgard: alleati tecnologicamente superiori, sebbene in fase di declino.
– Wraith: predatori della galassia di Pegaso.
– Replicatori: minaccia robotica autonoma e altamente distruttiva.

Temi ricorrenti:

– la crescita dell’umanità come specie interstellare, i rischi del potere tecnologico
assoluto, il confronto tra mitologia e scienza, l’importanza dell’unità di fronte a minacce
esistenziali e il valore dell’umorismo come elemento di resilienza.

Conclusioni

Stargate si distingue per la solida coerenza interna, personaggi carismatici e un efficace equilibrio tra
episodi autoconclusivi e una mitologia di ampio respiro. Nonostante qualche imperfezione, il
franchise ha esercitato un’influenza duratura sulla fantascienza televisiva e continua a
rappresentare un punto di riferimento del genere.


Fortemente consigliato a tutti gli appassionati di science fiction.

H. P. LOVECRAFT E L’ORRORE COSMICO di Michele Tetro

H. P. LOVECRAFT E L’ORRORE COSMICO di Michele Tetro

Howard Phillips Lovecraft (1890-1937) nacque a Providence, nel Rhode Island, dove visse (a parte la parentesi newyorchese di due anni del suo matrimonio con Sonia Greene) sino alla morte, dovuta a tumore allo stomaco. Scrittore, saggista, revisore di testi altrui, ghost-writer per autori in erba o poco dotati, giornalista amatoriale, trovò uno stabile mercato per le sue opere nella rivista pulp Weird Tales, che gli assicurò un minimo di retribuzione e di cui divenne una delle firme più rilevanti e note.

Figura già leggendaria in vita tra i cultori del giornalismo e della scrittura dilettantesca fu solo dopo la sua scomparsa che l’importanza della sua opera (sia narrativa che saggistica, con un epistolario di più di centomila lettere, molte delle quali lunghissime) assunse respiro internazionale, facendolo assurgere alle vette di scrittore weird tra i più conclamati e vanamente imitati dalle generazioni successive.

Lo scrittore Fritz Leiber colse nel segno definendo Lovecraft un “Copernico letterario”, poichè la sua opera, in particolare quella parte di essa che raccoglie i racconti dei Miti di Cthulhu, di fatto, fu un colpo di spugna di portata definitiva per il genere horror-sovrannaturale comunemente accettato sino ai suoi tempi (il weird in cui Lovecraft stesso eccelleva), aprendo la via a tutta una nuova concezione di intendere il genere, in grado di ispirare profondamente nuove generazioni di scrittori. “Io sono uno che odia l’attuale, un nemico dello spazio e del tempo, della legge e della necessità. Bramo un mondo di misteri fastosi e giganteschi, di splendore e di terrore, in cui non regni alcuna limitazione, tranne quella dell’immaginazione più sfrenata”, scrisse Lovecraft nel 1923 e sulla falsariga delle tendenze già palesatesi in autori come William Hope Hogdson e Arthur Machen (che dettero nuova connotazione al genere, sviscerandolo dalle pastoie del gotico imperante e fondando il sentimento del terrore su altri contesti più universali), più che lo stesso Poe, cui troppo frettolosamente si tende ad avvicinare lo scrittore di Providence, il suo corpus di racconti costituisce un taglio netto con i miti dell’orrore ormai codificati dalla precedente narrativa, lasciandoseli alle spalle e bollandoli come “baracconeschi”.

Fantasmi, vampiri, demoni, licantropi, case infestate (da fenomeni comunemente accettati nel genere) sono virtualmente assenti dalla sua produzione, che apre invece straordinari e terrificanti scenari di portata cosmica, finendo necessariamente nello sconfinare con la più pura fantascienza (cosa che di per sé non dovrebbe nemmeno stupire, data la formazione squisitamente scientifica di Lovecraft, appassionato sin da giovanissimo di chimica e astronomia, di cui approfondiva i remi in riviste da lui stesso ciclostilate).

Lovecraft utilizzò solo per convenienza narrativa il bric-a-brac esoterico costituito da grimori magici, incantesimi et similia per spalancare le porte di un ignoto senza confini in cui la presenza umana non conta nulla, così come non conta nulla la presenza di quelle mostruose entità cosmiche, spesso solo alluse da Lovecraft e apparentemente votate alla distruzione dell’umanità, a loro volta soggette a un indifferentismo cosmico ulteriore che le destina allo stesso oblio mindless, cieco e incurante. E’ una posizione filosofica materialista-meccanicistica maturata con gli anni che fa da motore alla produzione narrativa lovecraftiana, raffigurante l‘uomo come pedina ininfluente su scala universale, in balìa di forze insensate e caotiche, che fanno capolino attraverso una pietosa interpretazione della realtà, troppo aliena e al di là degli umani concetti di bene e male da poter essere tollerata nella sua pienezza senza impazzire.

E Lovecraft, ponendosi volontariamente al di fuori e al di sopra della realtà (non “sfuggendole”, come molti critici hanno rimarcato in passato) tenta una dolorosa e partecipata descrizione dell’ignoto cosmico che ci circonda, conscio di non averne i mezzi per renderlo appieno ma raggiungendo comunque vertici espositivi difficilmente eguagliabili. Infranto per sempre il concetto di uomo al centro dell’universo e in grado di mantenerne un’effimera posizione grazie alla sua sapienza tecnologica, privato dell’ingenua credenza di un ente divino preposto a una giustizia cosmica finale, destinato invece a risultare schiantato da ciclopiche forze universali blinds and idiots (il tanto paventato dio Azathoth dei suoi racconti, al centro dell’Infinito) che già hanno annientato razze e civiltà incommensurabilmente più avanzate della nostra, a Lovecraft non resta che analizzare scientificamente l’emozione più forte del genere umano, la paura dell’ignoto, che forse è anche il metro di misura della sua (comunque vana) vitalità.

Pietosamente smascherati i demoni, i fantasmi e i mostri della passata produzione narrativa, vuoti spauracchi atti a raffigurare in modo superficiale forze inconoscibili e indifferenti alle sorti umane nascostamente all’opera nel tessuto del nostro stesso universo, in grado di filtrare anche attraverso il lato più oscuro della nostra mente e ibridando addirittura i nostri corpi, facile a essere posseduto da entità estranee che originano mutazioni genetiche e osceni connubi, Lovecraft manifesta tutto il suo razionale pessimismo cosmico, la futilità dell’esistenza di potenti razze antidiluviane, l’orrore della perdita dell’individualità, l’impotenza davanti a manifestazioni di realtà in cui “le cose non sono come qui da noi”, l’agghiacciante contemplazione di universi impazziti oltre il tempo e lo spazio in racconti di portata ormai squisitamente fantascientifica e di straordinaria potenza evocativa come Sogni nella casa stregata (1932), Il colore venuto dallo spazio (1927), Le montagne della follia (1931), Colui che sussurrava nelle tenebre (1930), L’ombra fuori dal tempo (1934), raramente ipotizzando un finale consolatorio, che prevede però sempre il sacrificio della componente umana, come nel caso di La maschera di Innsmouth (1931), sostenendo a più riprese che in questo ribollente universo a noi così estraneo e impenetrabile “la più grande gioia è data dall’ignoranza e la più grande sofferenza dalla consapevolezza”.